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Il nuovo bipolarismo parte dalla Francia

by • 24 Aprile 2017 • ConcretaWorld, EditorialiComments (0)779

 

C’erano una volta la destra e la sinistra. Lo si ripete da tanto tempo, come un mantra, e poi puntualmente si tornano ad etichettare i partiti e i politici secondo questo vecchio ed incompleto schema.

In Francia, ieri, è arrivata la mazzata decisiva a questo bipolarismo. Il 23 aprile non sarà una data a caso per la politica europea, come non lo sarà il 7 maggio, data del ballottaggio.

Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi, come previsto dai sondaggi a cui bisogna dare i giusti meriti, si è concluso con un grande equilibrio. Oltre l’80% degli aventi diritto si è recato alle urne, ma nessuno dei cinque grandi candidati (di cui abbiamo parlato qui) ha raggiunto il 25%, cioè un quarto delle preferenze.

Ma questo scenario è ampiamente previsto dallo schema francese, che ora manda al secondo turno (il ballottaggio) i due candidati più votati: Emmanuel Macron del neonato partito En Marche e Marine Le Pen del Front National.

Per la precisione Macron ha raggiunto il 23,75% dei voti, staccando di pochissimo Le Pen al 21,5%. Non riescono ad entrare al secondo turno il candidato gollista Fillon che si ferma al 19,9% e la sorpresa Melenchon che arriva ben al 19,6%. Il grande sconfitto è il Partito Socialista, dilaniato dal fallimento di Hollande: il candidato del partito uscente di governo, Hamon, è arrivato ad un misero 6,3%. Numero da soglia di sbarramento.

Le dichiarazioni della notte sono state molto importanti. Macron ha ringraziato la moglie in pieno stile americano, ma al contempo si è mostrato sicuro e vincitore auspicando di essere pronto a guidare la Francia. Le Pen ha ribadito come il suo potere venga dal popolo e ha provato a riscaldare l’elettorato per provare la grande rimonta. Poi è stato il momento degli endorsement da parte degli sconfitti. Hamon fin dai primi exit poll ha subito ammesso la sconfitta e auspicato una rifondazione del partito; ovviamente ha indicato in Macron il candidato da votare al secondo turno. Stessa cosa ha fatto Fillon, che ha attaccato molto duramente Le Pen (forse scagliando qualche freccia trattenuta in campagna per non allontanare troppo i destrorsi) arrivando a definire una “disgrazia” la vittoria del Front National. Invece Melenchon non ha indicato nessuno dei due, asserendo di non avere il mandato per farlo e giustificandosi con la lontananza del programma di entrambi dal proprio.

È scattata la “conventio ad excludendum”: tutti contro Marine. I sondaggi prospettano vittoria facile per Macron, ma nei fatti non è detto nulla. Possiamo contare come certi forse solo i voti di Hamon (6,5 che portano Macron a circa il 30%) e forse la maggioranza di Fillon. Ma non è sicuro che l’elettorato di destra preferirà il candidato indipendente. Per non parlare dell’elettorato di Melenchon in cui dentro c’è di tutto, da comunisti ad anti-sistema che potrebbero decidere di schierarsi con Le Pen. Con Le Pen potrebbe schierarsi Dupont-Aignan, candidato di destra arrivato quasi al 5%, ma è comunque molto dura per la filorussa. Basta che un elettore su due di Fillon e di Melenchon voti Macron per vedere quest’ultimo presidente. Molto dipenderà dal dibattito in tv fra i due campioni.

Quello che è certo, è il nuovo bipolarismo.

Dopo anni, anzi secoli, di classificazione a destra o a sinistra di tutto ciò che era politico, ora finalmente i grandi filosofi e teorici della globalizzazione hanno avuto ragione. Le elezioni francesi segnano la sconfitta dei due schieramenti canonici, non solo non vincitori, ma entrambi fuori dal ballottaggio con un complessivo 26,2%. Cioè meno di una persona su tre in Francia si identifica in un partito tradizionale!

Oggi il vero ballottaggio è solo uno: il centro contro la periferia.

È il ballottaggio del nostro tempo, quello tanto atteso dopo anni di transizione e coalizioni incerte. È lo scontro annunciato dalla globalizzazione, è la madre di tutti gli schieramenti di oggi. Niente più conservatori e progressisti. Oggi c’è centro contro periferia che nello scontro verbale si coniuga e diventa moderazione contro estremismo, sistema contro antisistema, europeisti contro nazionalisti, globali contro locali. Il vero duello ideologico del ventunesimo secolo. Che oggi è Macron contro Le Pen e domani chissà.

Anche se sul domani, per quel che riguarda noi, possiamo già dire qualcosa. Perché il mancato sfondamento del Front, costringe la Lega a ripensare le sue strategie probabilmente venendo a patti con un Berlusconi che ha già ammesso di volersi candidare (se possibile). Salvini deve risolvere un punto cruciale per cui in Italia il centro è unito, mentre la periferia è divisa fra Lega e 5 Stelle i quali, in modo molto maldestro, stanno già cercando di rosicare voti ai primi ad esempio con la polemica ONG o con le frasi sull’immigrazione rumena.

Dall’altra parte il successo di Macron è un enorme rimpianto per Matteo Renzi. Dopo la sconfitta alle primarie contro Bersani, in molti consigliarono a Renzi di farsi un partito tutto suo. Lui però ha proseguito dritto per la sua strada e oggi si avvia a vincere le primarie una seconda volta. Ma con l’inciampo del referendum e dell’Italicum, la cui combinazione ci avrebbe reso molto simili al sistema francese e avrebbe consentito a Renzi una campagna impostata sulla sua persona e non sul partito. Cosa che invece non è stata possibile: mentre Macron si è potuto fare un partito personale le cui iniziali ricalcano le sue (E.M.) e lascia che la folla acclami la moglie Brigitte come Michelle Obama, Renzi resta impantanato nel PD e sceglie la riservatezza. Per ora.

Emmanuel Macron è probabilmente quello che Renzi avrebbe voluto essere, ma che potrebbe ancora diventare se convincesse il centro ad unirsi contro Lega e M5S.

C’erano una volta la destra e la sinistra.

Ieri 37 milioni di francesi hanno detto basta, hanno rotto definitivamente con un passato più consistente di quello che pensano. E in caso di vittoria, Macron segnerebbe un’inversione di tendenza importante dopo Brexit e Trump. Macron presidente farebbe capire al centro la necessità di unirsi ed arrivare a compromessi per arginare la crescita della periferia.

Perché la Francia insegna bene: il centro è calmo, ma le periferie sono parecchio agitate.

 

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