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Blow-Up di Michelangelo Antonioni (1966)

by • 20 ottobre 2017 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)165

J: La mia vita privata è già un tale pasticcio: sarebbe un disastro se…
T: E allora? Un disastro è quello che ci vuole, per vedere chiaro nelle cose.

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Londra, 1966

Thomas è un tracotante fotografo londinese schiavo dell’eccellenza, e alla ricerca costante dello scatto in grado di catturare la realtà ideale. Circondato da modelle considerate tali solo nei momenti in cui riescono a sprigionare emozioni (per il resto le ragazze sono trattate come burattini, oggetti dello sfruttamento sessuale dell’uomo), la sua vita viene sconvolta dall’incontro in un parco con una figura femminile, e dalle fotografie scattatele in precedenza. Un evento che fa scaturire nel protagonista un accanimento morboso di ricerca del particolare nelle immagini e che lo porta ad un percorso di crisi interiore che, scena dopo scena, matura fino a mettere in dubbio la sua stessa percezione di verità.

È concepibile spiegare la realtà in tutta la sua perfezione? È plausibile comprenderla senza rischiare di tradirla?
A distanza di circa mezzo secolo dalla sua creazione, questi interrogativi fanno ritorno nelle sale italiane con Blow-Up, il capolavoro restaurato dalla Cineteca di Bologna, di Michelangelo Antonioni. Il film era già stato protagonista, per l’occasione del 50° anniversario dalla sua premiazione, al Festival di Cannes di quest’anno, riscuotendo un successo e un’adorazione senza età, quasi eterna.

La pellicola raccoglie diverse tematiche caratteristiche del cineasta ferrarese che già in Deserto Rosso e Professione: Reporter erano emerse . Oltre alla denuncia e alla messa in discussione della modernità, Antonioni pone una critica aperta alla perdita dell’Io , in un mondo che da tempo ormai è diventato schiavo della globalizzazione e della mercificazione. Thomas (che a tratti pare rappresentare l’alter ego del regista) è il portavoce di questo mondo, nel quale ogni cosa, persino le donne, pur di essere prese in considerazione dal fotografo si donano come mercanzia.
In tutto questo materialismo, il regista inserisce un gruppo di persone che si alienano dalla società, e che delineano il tema fondamentale del film. Essi sono un gruppo di giovani mascherati che a bordo di macchine si riversano per le strade della città inglese, urlando e creando scompiglio. Sono i rappresentanti di tutto ciò che non si può intendere con la mente, di quella realtà criptica che supera le possibilità del nostro intelletto e con la quale, presto o tardi, il protagonista farà i conti.

Un cult nel quale non si può fare altro che immergersi e perdersi nelle sconfinate sfaccettature che Antonioni nel corso degli anni ci ha abituato, fino a farci innamorare.

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Alberto Miselli

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