Cookie Policy

Blur – The Magic Whip (2015)

by • 11 Maggio 2015 • ConcretaMusic, evidenza, newsComments (0)1015

Blur - The Magic WhipSono passati dodici anni dall’ultimo Think Tank e sembra che il tempo per i Blur si sia fermato. Il nuovo The Magic Whip, uscito a fine aprile, suona esattamente come dovrebbe, un Britpop maturo e arricchito dalle influenze e dai progetti che hanno lasciato il segno nei componenti della band, Damon Albarn e Graham Coxon in primis.

Nel bel mezzo del tour del maggio 2013, a causa della cancellazione del concerto di Tokyo, la band si ritrova ad avere cinque giorni di libertà a Hong Kong e decide di sfruttarli in uno studio di registrazione improvvisato, butta giù una quindicina di pezzi e li registra. Il materiale rimane in un cassetto per circa un anno, poi, nel novembre 2014, Coxon e Albarn decidono sia venuto il momento di lavorarci seriamente, tant’è che il cantante stesso, di ritorno da un concerto in Australia, decide di fare tappa di nuovo a Hong Kong per ritrovare l’ispirazione.

blurIl disco che ne esce è figlio dell’estremo oriente, e non manca di farlo notare, a partire dalla copertina con il titolo in cinese 模糊 魔鞭 e dal primo video estratto, Lonesome Street, con telecamera fissa che inquadra un uomo di mezz’età che balla, del tutto simile al famoso video di Lonely Boy dei Black Keys e, in parte, a Weapon Of Choice di Fatboy Slim. Dello stesso stampo il demenziale video di Go Out, che mescola i programmi televisivi di cucina al karaoke.

blur 2The Magic Whip si apre con la già citata Lonesome Street, un pezzo Britpop purosangue, fiero figlio della prima metà dei ‘90s. Segue New World Towers, una specie di colonna sonora western un po’ spiazzante e molto dilatata, poi Go Out, con la bella chitarra garage di Coxon che prende sempre più distorsione nel banalissimo ritornello “oh-oh-oh-oh”. Ice Cream Man è il pezzo che più prende dai Gorillaz dell’intero album, Thought I Was A Spaceman è figlia di Bowie e del trip-hop (mi si perdoni), I Broadcast è un pezzone tirato da sentire live (magari al prossimo concerto di Hyde Park, chissà…). My Terracotta Heart è la ballad di cui sentivamo la mancanza, a cui seguono la ritmica There Are Too Many Of Us e la estiva Ghost Ship, con forti influenze ‘70s. Pyongyang è forse il brano più influenzato dall’estremo oriente; chiudono la divertente Ong Ong  e la personalissima Mirrorball, che chiude un buon disco mescolando una marea di influenze.

 

Marco Schenetti

 

 

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy