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Cafarnao – di Nadine Labaki (2018)

by • 22 Aprile 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)59

Zain è un ragazzino agli arresti reo d’aver accoltellato colui che chiama figlio di puttana, approssimativamente di dodici anni, secondo le osservazioni di un medico esaminatore all’arrivo nella prigione di Roumieh, appartenente a una famiglia numerosa e poverissima, condotto in tribunale dove, contestualmente all’assunzione della qualità di imputato, agisce in sede giurisdizionale chiamando in causa i suoi genitori, colpevoli d’averlo messo al mondo, incapaci di garantire un’esistenza degna d’essere vissuta a lui e alle sue sorelle, ritrovatosi ancora col cuore spezzato dopo aver appreso dalla madre dell’arrivo di una bambina.

Parafrasando un titolo premiato allo stesso Festival di Cannes che ha attribuito a Cafarnao il Prix du Jury, riconoscimento-viatico fino alla recente candidatura al Premio Oscar per il Miglior Film Straniero (Libano), la terza regia di Nadine Labaki parte con le migliori intenzioni, affondando alla lunga nel mare di miseria che riversa interamente su uno spettatore, che se abbindolato e circuito dalle sue brutali ed insistite immagini, dai suoi trucchi volti ad enfatizzare i temi trattati, tra cui immotivati ralenti, archi pomposi e droni che in animo dovrebbero incarnare l’universalità della problematica mostrata, con la differenza che Cafarnao non possiederà mai la potenza visiva di un’opera come Blasted, opera teatrale che rivelò al mondo il talento della tormentata drammaturga inglese Sarah Kane, che davvero sconcertò, portando in scena il male che attraversava la Bosnia dopo l’esordio in una lussuosa camera d’albergo, il suo pubblico tanto da vedersi affibbiato dalla schiera di critici indignati, in particolare il Daily Mail, dalla sua irripetibilità un insulto gratuito quale disgusting feast of filth, uno spettatore, si diceva, se d’improvviso sprovvisto di libero arbitrio, o meglio, di amor proprio, se infine raggirato da una pellicola freddamente calibrata per rapire le giurie festivaliere, nel raggiungere quest’ultimo obiettivo, col senno di poi, magistrale, colmo di lacrime e di senso di colpa, a tal punto da rimanere invischiato dall’impellente bisogno d’espiare, di farsi perdonare i propri privilegi, le proprie opportunità, la propria fortuna, ricattato da un piccolo film, come ce ne sono stati tanti in passato, come Salaam Bombay! Slumdog Millionarie, realizzati appositamente per raggiungere le sfere alte dell’industria, alle quali, per dirne una, accedette un regista come Danny Boyle grazie alla Mumbai di Vikas Swarup, non con Trainspotting o Shallow Grave, una pellicola dall’innegabile afflato emotivo, eppure manipolatrice spietata nel tentativo di fregare, poiché affidarsi a un unico registro stilistico votato al pauperismo, pure estetizzante, ritenendo sia la formula adatta per dar voce a queste storie è l’inganno.

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Luigi Ligato

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