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CHRISTMAS NIGHT: brillano Miami e Oklahoma, solo carbone per Dallas, Lakers e Boston!

by • 28 Dicembre 2011 • TimeOut NbaComments (0)995

 

Dopo sei lunghi mesi di parole, incontri e fumate nere, è finalmente giunto il momento in cui tutto ciò che è accaduto in questo periodo passa in secondo piano, messo temporaneamente da parte per lasciar spazio a quel che avviene sul parquet, dove le “stelle” del campionato di basket più bello del mondo hanno ripreso a splendere.
Il ritorno all’opera delle franchigie NBA è coinciso con la notte di Natale, che nella storia  dell’associazione è sempre stata teatro di epici incontri tra “superstars” che hanno elevato il concetto di basket ad una tale potenza che ancora oggi non può essere dimenticata.
Le tre gare più affascinanti di questa domenica natalizia sono state senz’ombra di dubbio New York Knicks vs. Boston Celtics, L.A. Lakers vs. Chicago Bulls e la rivincita della finale della stagione  precedente tra Dallas Mavericks (campioni in carica) e Miami Heat. Per chiudere la serata gli Orlando Magic si sono trovati di fronte ai Thunder ad Oklahoma City mentre i Los Angeles Clippers hanno affrontato i Golden State Warriors in quel di Oakland.

Ecco di seguito informazioni, risultati e commenti sulle partite sopracitate:

Ore 18:00 (ora italiana): Boston Celtics – New York Knicks 104-106
Primo match della serata ricco di rivalità e di precedenti: i padroni di casa hanno una serie negativa ormai storica contro i Celtics, culminata con l’eliminazione dai Playoff dello scorso anno proprio ad opera dei “ragazzi” di coach Doc Rivers e, dopo il mercato “generoso” degli ultimi tempi, dovranno far vedere che la squadra è finalmente competitiva. Dall’altra parte Boston è chiamata a quello che è considerato da tutti “il canto del cigno”, soprattutto dopo le cessioni di uomini importanti sotto canestro come Davis e Perkins, i quali non sono stati rimpiazzati a dovere dagli uomini di mercato (anche e soprattutto in seguito all’annunciata assenza di Green, il quale dovrà subire un’operazione al cuore, ndr).

Il match inizia all’insegna dei Knicks i quali, pur senza un vero e proprio playmaker (Baron Davis e Mike Bibby fermi ai box), tengono il pallino del gioco, compito reso ancora più facile dagli svarioni difensivi di Boston, i quali trovano il loro emblema nel “regalo” che Babbo Natale Wilcox recapita nelle mani di Carmelo Anthony, il quale si ritrova con la palla in mano a pochi metri dal canestro e senza far complimenti segna il +10. I Celtics restano a galla grazie ad un Rondo a dir poco “in serata”, ma, come ammesso dallo stesso coach Rivers, i neroverdi in campo sono “soft” (morbidi).
Proprio a causa di questa “morbidezza” il secondo quarto vede New York proseguire il suo cammino, tra una palla rubata ed un canestro dalla lunga distanza (Stoudemire 2-2 da 3); unica differenza è la difesa dei padroni di casa, i quali, dopo una prima frazione di tutto rispetto da questo punto di vista, si rilassano e, probabilmente anche a causa dell’uscita di un Chandler poco presente a referto ma molto attivo in copertura, subiscono canestro con più frequenza, tanto che il parziale è di 29-28 per gli ospiti.
Purtroppo per Spike Lee e per tutti i tifosi dei Knicks questo mini-parziale è solo il preludio del crollo definitivo della difesa di coach D’Antoni, che concede ben 35 punti nel solo terzo quarto, permettendo ai Celtics, privi di Pierce ma con un Rondo da 31 punti finali, di riaprire la partita e portarsi in testa.
La musica non cambia nell’ultima frazione fino a circa 5 minuti dalla fine, ovvero fino a quando Anthony non decide di metter il pallone nello zainetto, caricarsi i compagni sulle spalle e dar il via alla rimonta: così la partita diventa un ” ‘Melo contro tutti”, ogni possesso newyorkese passa per le sue mani e puntualmente la palla attraversa il canestro, disseminando il panico tra le fila ospiti. Gli ultimi 3 minuti, col punteggio prossimo alla parità, vedono le retine piuttosto immobili e il pallone appesantirsi sempre di più, ma il numero 7 in canotta bianca sembra non subire le leggi della gravità: Anthony segna gli ultimi 4 dei suoi 37 punti nell’ultimo minuto e Boston manca dapprima il canestro del sorpasso con Daniels dall’angolo, poi quello del pareggio sulla sirena con Garnett.

Protagonisti a referto: per Boston Rondo 31 punti, Allen 20 e Bass 20; per New York Anthony 37 (+8rbs), Stoudemire 21 e da sottolineare la prestazione maiuscola di Iman Shumpert (rookie classe 1990, 11 punti con molti errori al tiro ma tanta personalità).

Ore 20:30 (ora italiana): Miami Heat – Dallas Mavericks 105-94
“Destino” vuole che pronti-via Lebron James e Dirk Nowitzki si debbano affrontare di nuovo dopo circa sei mesi da quella gara-6 che condannò “il prescelto” ad abbandonare l’ennesima corsa all’anello, la prima affrontata coi “compagni di merende” Wade e Bosh. Le due squadre ripartono così da dove si erano fermate, seppur con un mese di mercato alle spalle, sessione che ha rivoluzionato (più a Dallas che a Miami) alcuni “dogmi” dei rispettivi allenatori; infatti, a differenza dello scorso anno, i Mavs si ritrovano con un Carter e un Odom in più (acquisti tutt’altro che “in prospettiva”, per usare un eufemismo), ma privi dei più giovani “trascinatori” degli scorsi Playoff, primo tra tutti il miglior difensore delle Finals T. Chandler, per seguire col brevilineo J.J. Barea (riserva di lusso per un Kidd ormai più che veterano) e infine il tiratore DeShawn Stevenson, mentre Miami perde M. Bibby e acquista Shane Battier, senza fondamentalmente alterare gli equilibri del trio Bosh-Wade-James.

Con questi presupposti arriva la tanto attesa palla a due: gli Heat partono alla grande, i Mavs sono visibilmente in difficoltà, un pò per i nuovi acquisti, non ancora ben integrati, un pò per l’evidente mancanza di preparazione atletica (manifesta soprattutto nei giocatori più “attempati”, che a Dallas compongono la maggior parte del roster).
Poco da dire, la partita si chiude in men che non si dica: James e compagni difendono meglio rispetto allo scorso anno e Nowitzki fatica a trovare quel feeling col canestro che la scorsa stagione gli permetteva di trovare il “fondo del secchiello” in qualsiasi modo e da ogni posizione, spesso Miami segna in contropiede senza grosse difficoltà e così, punto dopo punto, si raggiunge il +30 che fa si che coach Spoelstra si possa sedere sugli allori con netto anticipo rispetto alla sirena finale.
Nei primi tre quarti gli Heat segnano una media di 33 punti per frazione, tanto a 12 minuti dalla fine Miami ha già 97 punti a referto, risultato che ha già il sapore amaro del “cappotto” per Dallas, ma quando LBJ & co. sono sul parquet nulla è mai come sembra; infatti gli ospiti nell’ultima frazione mettono a segno soli 8 punti contro i 29 dei Mavs, i quali si rifanno sotto pericolosamente, pur sapendo che ormai solo un miracolo potrebbe portarli a completare l’aggancio. Il “cronometro veste Heat” e la sirena interrompe ogni speranza di rimonta dei campioni uscenti, che chiudono la partita con un gap di soli 11 punti, niente in confronto ai 30 punti di distacco con cui hanno giocato per più di metà partita.
É solo la prima partita della stagione, ma l’aria sembra già diversa: i Mavs non hanno il “dente avvelenato” dell’anno scorso sia a causa dell’obiettivo già raggiunto sia a causa dell’avanzare inesorabile degli anni, dall’altra parte gli Heat sembrano aver un’idea chiara di cosa non ha funzionato nelle scorse Finals e di come risolvere qualsiasi problema. Sicuramente per Lebron vedere i suoi diretti avversari festeggiare il titolo conquistato l’anno prima (per la seconda volta dopo il match a Boston nel 2008) è stato un input maggiore a dare il meglio per rovinargli la festa, e, almeno per questa volta, la missione è andata a buon fine!

Protagonisti a referto: per Miami James 37 punti, Wade 26 e doverosa citazione per il rookie Cole 7 punti, 4 palle perse ma prestazione discreta in un ruolo (quello di playmaker) “naturalmente” snobbato in un quintetto come quello degli Heat. Per Dallas Nowitzki 21 punti (con 6-15 al tiro), Terry 23 (migliore dei suoi) e solo 4 punti per Odom (espulso per doppio fallo tecnico a 5′ dalla fine del terzo quarto).

Ore 23:00 (ora italiana): Chicago Bulls – Los Angeles Lakers 88-87
Nonostante il noioso infortunio al polso destro rimediato nella prima partita di pre-season contro i Clippers, Kobe Bryant ha voluto a tutti i costi essere della partita per cercare di riportare i Lakers al successo nel giorno di Natale, proprio perchè negli ultimi due anni gli è stato sottratta la vittoria da Lebron James, prima in forza ai Cleveland Cavaliers, poi ai Miami Heat. Chi non è potuto essere della gara, tra le file dei Lakers, è Andrew Bynum, squalificato per 5 gare (ridotte a 4 a causa della regular season più corta, ndr) per un bruttissimo fallo intenzionale ai danni di J.J. Barea nella disfatta contro quelli che sarebbero stati i “futuri” campioni Nba. Opposti alla franchigia allenata da Mike Brown (ex coach dei Cavaliers), approdato a L.A. dopo l’addio del maestro Phil Jackson, i Chicago Bulls dell’Mvp Derrick Rose, sempre più uomo-squadra (grazie anche ad un prossimo contratto ultra-milionario), detentori del miglior record della stagione regolare dell’anno scorso, quando sono stati sconfitti solamente in finale di conference dagli Heat.

I padroni di casa hanno esordito con un quintetto iniziale costituito da due volti nuovi: Ebanks e McRoberts. Devin Ebanks (ala piccola) è stato draftato nel 2010 dai Lakers, nel dicembre dello stesso anno mandato in una squadra di D-League (la lega di sviluppo), salvo poi ritornare poco dopo in quel di Los Angeles, per compensare al grave infortunio subito da Matt Barnes; purtroppo non ha potuto performare al massimo delle sue possibilità dal momento che, nel febbraio di quest’anno, si è fratturato una gamba, infortunio che lo ha costretto ai box fino all’odierna gara contro i Bulls, quando per la prima volta è partito nel quintetto titolare. McRoberts (ala grande) invece è stato acquistato dai Lakers dopo aver disputato le ultime 3 stagioni (l’ultima di gran lunga la migliore della sua carriera) agli Indiana Pacers.
Dall’altra parte, il quintetto titolare dei Bulls prevede una sola novità rispetto all’anno precedente: Rip Hamilton.

Al termine dei primi due quarti, caratterizzati da un sostanziale equilibrio, Chicago conduce 56-49 e nonostante le iniziali difficoltà nel controllo della palla, Bryant ha messo a referto 14 punti prima dell’intervallo.
Nel terzo periodo i padroni di casa rifilano ai Bulls un parziale di 27-12 grazie al quale, equivalendosi i valori in campo, si arriva fino a 4′ dalla sirena finale sul +9 Lakers, risultato che fa sorridere coach Brown.
Purtroppo per il neo-coach losangelino la partita è tutt’altro che finita: Chicago rompe l’inerzia conquistata dai padroni di casa, torna a far muovere la retina con continuità e, grazie ad una serie di canestri dell’ottimo Deng (straripante in attacco e attento in difesa), si riporta sotto di 4 punti a poco più di un minuto dal termine.
Quando la gara inizia ad entrare nelle fasi decisive è il solito Bryant che prende in mano la squadra: giocata strepitosa, il “Mamba” prima evita Deng, poi con una virata elude il raddoppio di Noah e piazza il canestro del +6 in sospensione (87-81) a 54′ dalla fine del 4°quarto.
Nell’altra metà campo Rose porta palle e serve Deng, il quale dapprima prova il tiro dall’arco, trovando solo il primo ferro, poi dimostra di essere il più reattivo in campo, conquistando il rimbalzo lungo e piazzando il lay-up, al quale si aggiunge il tiro libero extra a causa del fallo di Gasol; il giocatore di passaporto inglese conclude il gioco da 3 punti, causando ulteriore rammarico per il difensore spagnolo, reo non solo di aver difeso con relativa leggerezza ma anche di aver concesso il canestro dopo il fallo, giocata che vale il risultato di 87-84 Lakers.
Nell’azione immediatamente successiva Kobe fallisce il potenziale canestro del k.o. e, nel tentativo di rubar palla a Deng, commette un fallo piuttosto ingenuo che permette all’ala piccola dei Bulls di reallizzare altri 2 tiri liberi (concessi a causa del bonus raggiunto dai padroni di casa) e di portar la sua squadra ad una sola lunghezza dai losangelini a 20 secondi dal termine.
Questa volta Bryant viene raddoppiato e si trova costretto a servire il compagno più vicino (Gasol), il quale viene astutamente anticipato da Deng che permette ai suoi di gestire l’ultimo possesso della gara (resta un dubbio sulla rocambolesca azione, coi Lakers che protestano per una possibile infrazione di passi dello stesso Deng): palla a Rose, il quale si libera di Fisher con un cross-over ed estrae dal cilindro un capolavoro, penetrando e alzando una parabola vincente proprio in faccia a Gasol, canestro che vale l’88-87 con cui i padroni di casa devono fare i conti a 4.8 secondi dalla fine.
Come previsto, i Lakers si affidano a Kobe per l’ultimo tiro: KB24 non considera il tiro dalla media-lunga distanza e  penetra sulla destra attirando su di sé tre difensori: giunto nel punto più vicino al canestro si avvita per tirare in controtempo contro 6 mani protese ma una provvidenziale stoppata di Deng consegna la vittoria ai Chicago Bulls di Mike Thibodeau.
Per quanto riguarda L.A. va segnalato il mancato apporto di Gasol nel decisivo quarto periodo (14 i punti a referto, tutti nei primi tre quarti), probabilmente condizionato dai “rumors” che lo vedevano in partenza dalla “città degli angeli” in direzione New Orleans nello scambio che avrebbe portato Chris Paul ai Lakers. Senza dubbio l’età di elementi chiave come Fisher, Artest e lo stesso Kobe influiranno sul rendimento di una squadra dall’alto tasso tecnico, ma pur sempre in competizione con roster di giocatori atleticamente straripanti (per info vedi i “cugini” dei Clippers).
In quel di Chicago niente di nuovo, se non una difesa meno convincente di quella vista lo scorso anno e percentuali più basse, sempre in relazione ai dati del passato, ma niente che possa preoccupare coach Thibodeau, dal momento che probabilmente, vista la squadra giovane, la miglior condizione arriverà a breve.

Protagonisti a referto: per i Bulls Rose 22 punti (5 palle perse) e Deng 21 (migliore in campo), mentre Hamilton mette a referto solo sei punti, emblematici di una prestazione “ombrosa”.
Per i Lakers il solito Bryant segna 28 punti, Gasol 14 e Blake 12; invece Metta World Peace, che segna 4 punti con 2 su 6 al tiro, e Fisher, 2 punti con 1 su 5, guadagnano il “premio” di peggiori in campo.

Ore 2:00 (ora italiana, 26/12): Orlando Magic -Oklahoma City Thunder 89-97
In quel di Olkahoma si affrontano gli Orlando Magic di Dwight Howard, rimasto agli ordini di coach Van Gundy dopo le voci di mercato che lo davano in partenza per “varie destinazioni”, e del nuovo entrato Glen Davis e i Thunder del giocatore più quotato per il titolo di MVP di questa stagione Kevin Durant, supportato dai promettenti Westbrook, Ibaka e Perkins, altro ex-Boston dopo Davis.
I padroni di casa mettono subito la testa avanti e, nonostante la partita resti matematicamente aperta a lungo, i valori messi in campo fanno prevedere un dominio Thunder, e così è: il trio Durant-Westbrook-Harden trascina il resto della squadra, mentre dall’altra parte sono un irriconoscibile Anderson (25 punti) e Nelson a tenere a galla i Magic, senza mai però portare a termine l’aggancio. Canestro dopo canestro gli “ex SuperSonics” raggiungono l’intervallo lungo sul più 14, a cui vanno aggiunti altri quattro punti di distacco conquistati nel terzo quarto (22-26), somma di fattori grazie alla quale i ragazzi di coach Brooks si avvicinano all’ultima sirena con la dovuta tranquillità. Purtroppo, condizionati un pò dal parziale e un pò dalla giovane età, i Thunder si siedono sugli allori troppo velocemente e gli Orlando Magic non mollano, piazzando un parziale di 26-16 con cui si riportano sotto, seppur in netto ritardo rispetto ai 48 minuti a disposizione nel corso della partita.
Purtroppo per gli ospiti l’ennesimo ritorno di Hedo Turkoglu non ha riportato in Florida il giocatore decisivo di un paio di stagioni fa e il solo Howard non basta più a far la differenza, anche e soprattutto perchè più o meno tutte le squadre della lega hanno giocatori che hanno studiato le caratteristiche di “superman” e sanno come arginarlo. Inolter l’arrivo di un Perkins sempre più “atletico” (visibilmente dimagrito rispetto alle ultime prestazioni con Boston) non aggiunge valore ad un roster già abbondantemente “riccoo” di chili e centimetri da metter sotto canestro.
Per i Thunder prestazione convincente, in linea con le previsioni che li vedono come potenziali finalisti dei prossimi Playoff, se non addirittura possibili vincitori; infatti è ormai un dato di fatto che la struttura della “short season” favorirà le formazioni più giovani ed atletiche, oltre, ovviamente, quelle più fortunate, soprattutto per quanto riguarda la questione infortuni (motivo per cui Durant e compagnia, sicuramente dotati delle prime due caratteristiche, non possono non far parte della lista per il titolo).

Protagonisti a referto: per i Magic Howard segna 11 punti (con 15 rimbalzi), mentre Anderson ne porta 25 (con 6-12 da 3) alla causa di Orlando.
Per Oklahoma City Durant mette a referto 30 punti, Harden e Westbrook 19 e 14, mentre un Ibaka irriconoscibile, forse a causa del recente rientro dall’Europa, mette a segno solo due stoppate.

Ore 4:30 (ora italiana, 26/12): Los Angeles Clippers – Golden State Warriors 105-86
Per chiudere il tour-de-force targato NBA un match sicuramente con nomi meno altisonanti rispetto a quelli precedentemente elencati ma comunque ricco di spunti e di buone individualità: da una parte i Clippers, rifondati intorno a Blake Griffin e DeAndre Jordan ai quali si aggiungono CP3 (Chris Paul), C. Billups e C. Butler, dall’altra i “guerrieri” di Monta Ellis, Stephen Curry e David Lee.

La partita inizia all’insegna dell’equilibrio, i Clippers allungano con un mini-parziale che li porta a chiudere la prima frazione sopra di quattro punti, ma il vantaggio è solo temporaneo; infatti nel secondo quarto Lee, protagonista sotto canestro (12 rimbalzi), sostenuto da Ellis, piazza il controparziale di 23-17 che regala ai Warriors il più 2 con cui si va all’intervallo lungo.
Nel secondo tempo la “seconda squadra” di L.A. concretizza il sorpasso ai diretti avversari di Golden State e ai cugini del Lakers, imponendosi dapprima con un 34-25 indicativo di come le due formazioni siano sbilanciate offensivamente, poi con un 30-18 che chiude definitivamente la partita, infrangendo le speranze di Ellis e compagni (privi di Curry, uscito per un infortunio che successivamente risulterà meno grave del previsto).
Senza dubbio la partenza è promettente per i losangelini, i quali saggiamente non hanno accentrato tutto il gioco nelle mani di Paul o in quelle di Griffin, cercando di coinvolgere tutti gli effettivi, primo tra tutti un Billups rinvigorito dopo una stagione travagliata tra Denver e NewYork e un DeAndre Jordan opaco questa sera ma che sicuramente si rivelerà prezioso sotto canestro.

Protagonisti a referto: per i Clippers Paul 20 punti (9 assist), Griffin 22, Billups 21 e Butler 11 (10 rbs).
Per Golden State un Curry sottotono segna solo 4 punti (2-12), mentre Ellis ne mette a referto 15 (6-19, chiaramente sotto-media rispetto alla scorsa stagione), Lee 21 (12 rimbalzi e migliore in campo) e Rush 12.

26/12/2011– Per chiudere un breve riassunto delle partite più “rilevanti” disputate nel giorno di Santo Stefano:

I Lakers perdono di nuovo a Sacramento contro i Kings di Tyreke Evans: Kobe mette a segno altri 29 punti e questa sera riceve il dovuto supporto dagli altri “due angoli del triangolo” Gasol (15 punti e 9 rimbalzi) e M.W. Peace (19 punti), peccato che gli altri gialloviola a referto risultino per lo più assenti, eccezion fatta per un Troy Murphy da 8 punti e 8 rimbalzi. Grazie a queste “assenze ingiustificate” i Kings portano a casa una vittoria importante, quantomeno per l’umore: i principali artefici del “centello” di Sacramento sono un redivivo Marcus Thornton da 27 punti con un’ottima media realizzazioni, il solito T. Evans con 20 punti tondi e DeMarcus Cousins, classe 1990, che mette a referto 12 punti e 11 rimbalzi.
(Los Angles Lakers – Sacramento Kings 91-100)

I Mavs infilano un’altra sconfitta in casa contro i Denver Nuggets di Danilo Gallinari: Dirk mette a segno 20 punti col 50% al tiro, ma non riceve sostegno da nessuno dei suoi compagni, eccezion fatta per gli “entranti” dalla panchina Carter, Beaubois e Williams (che mettono a segno rispettivamente 11, 10 e 12 punti) e per il sempiterno Jason Kidd che mette a segno 4 bombe su 8 tentativi. Per i Nuggets il Gallo segna 15 punti, quarto realizzatore dopo Lawson (27 punti e MVP in serata di grazia assoluta), Miller e Harrington (entrambi 18 punti); da sottolineare il gioco di squadra che porta a segno ben 10 degli 11 giocatori agli ordini di coach George Karl, il quale si ritrova con una squadra tutto sommato giovane e ricca di ottimi tiratori e qualche rimbalzista, mix perfetto se impostato nella giusta maniera.
(
Denver Nuggets – Dallas Mavericks 115-93)

I Bulls perdono contro i Warriors: Rose mette a segno solo 13 punti con 4 su 17 al tiro mentre Deng conferma l’ottima prestazione di Los Angeles mettendo a segno 22 punti conditi da 10 rimbalzi. Dall’altra parte ritroviamo il trio Curry-Ellis-Lee, che mette a segno ben 69 punti (21, 26, 22), col primo della lista che conquista la doppia-doppia grazie a 10 assist: se questi tre giocatori riusciranno a proseguire su questa via, non è da escludere che questa sia la prima di una serie di vittorie che potrebbe persino portar i Golden State Warriors ai Playoff.
(Chicago Bulls – Golden State Warriors 91-99)

I Thunder vincono ancora contro i Timberwolves di Ricky Rubio e Kevin Love: il primo porta alla causa di Minnesota 6 punti e 6 assist, il secondo risulta tra i migliori realizzatori con 22 punti (solo Beasley ne mette a segno 24). Purtroppo per coach Adelman questi numeri sono nulla in confronto ai 33 punti di Kevin Durant e ai 28 di Westbrook, così gli ospiti portano a casa la seconda vittoria stagionale al termine di una partita forse troppo combattuta (grazie soprattutto all’aggressività dei Wolves).
(Oklahoma City Thunder – Minnesota Timberwolves 104-100)

 

Ecco le migliori azioni della notte di Natale (video1) e di quella di Santo Stefano (video2).

 

Marco Frigieri e Riccardo Arrighi

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