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Dirk vs Lebron: only one will be the KING

by • 31 Maggio 2011 • TimeOut NbaComments (0)853

 

Western Conference Finals:

Oklahoma City Thunder – Dallas Mavericks 1-4.

Durant, Westbrook e compagni abbandonano il sogno Playoff al cospetto di WunderDirk e dei Dallas Mavericks, decisi a raggiungere le Finals e spietati nel colpire i Thunder proprio là dove si concentravano i loro punti deboli: l’esperienza.

Così la serie termina con una sola vittoria per i ragazzi di coach Brooks, i quali hanno spesso dato l’impressione di esser giunti al limite delle loro possibilità, come dimostrano le rimonte subite in gara4 (parziale di 10-0 negli ultimi 2 minuti che porta la partita all’OverTime) e in gara 5, per non parlare delle pessime percentuali al tiro (1-17 in gara 3 per un 22-80 totale nella serie).

Dall’altra parte per i Mavs risulta quantomai facile diventare campioni della Western Conference dopo aver battuto 4-0 i Lakers e dopo aver “ri-scoperto” un Nowitzki da più di 30 punti di media a partita (nella serie, ndr), con canestri dall’elevatissimo coefficiente di difficoltà proprio nei momenti chiave della partita.

L’esperienza è stata senza dubbio un fattore rilevante di questa serie, nella quale si sono opposte le “belle speranze” di Durant (sicuramente il migliore dei suoi) e la voglia di regalarsi un’ultima soddisfazione di uomini quali Jason Kidd e Jason “Jet” Terry, giocatori per i quali l’addio al basket giocato è sempre più vicino.

Impossibile dilungarsi sull’analisi partita-per-partita, dal momento che il tema principale è stato sempre quello esposto in precedenza (eccezion fatta per gara2, vinta da OKC grazie ad un super Harden da 23 punti), andiamo a esaminare la situazione delle due squadre in campo in relazione alla regular season e alle prime serie di questi Playoff:

Oklahoma City Thunder– Il problema principale è stata “l’assenza” di Russel Westbrook, ombra di quel giocatore decisivo in grado di competere con Kevin Durant per il ruolo di primo violino della squadra: probabilmente è stata proprio questa competizione a portare il play a forzare incredibilmente tiri o azioni individuali nei momenti chiave della partita, spesso ottenendo soltanto palle perse ed errori al tiro. Privo di assistenza, anche KD è stato trascinato nell’abisso Thunder, costretto troppe volte a dover giocare da solo e confuso dalla mancanza di quel gioco “fresco”, fluido e a tratti spettacolare che aveva caratterizzato le prestazioni di Oklahoma nella regular season. Note positive giungono invece dal resto della squadra (serie finale a parte): Ibaka ha dimostrato di esser un ottimo difensore nonostante la giovane età, Perkins ha fatto rimpiangere a Boston la sua cessione e Harden si è dimostrato un ottimo giocatore di sostegno per un futuro campione quale Durant.

Dallas Mavericks– Su Nowitzki ogni parola sarebbe sprecata, per lui parlano numeri e giocate: se si manterrà su questi livelli, “the revenge” potrebbe diventare realtà; da sottolineare il fatto che durante la scorsa estate, nonostante fosse un free-agent abbia fermamente deciso di restare in quel di Dallas , ricevendo tra l’altro parecchie critiche ed ora si trova ad un passo(seppur ancor lungo) dal coronamento della sua straordinaria carriera proprio con i Mavericks.  Per quanto riguarda il “contorno”, a differenza della precedente serie contro i Lakers, le percentuali da dietro la linea da 3 sono tornate nei limiti “dell’umano” ma a compensare questo calo è salito in cattedra il sig. Shawn Marion (altro “veterano” alla ricerca dell’anello), il quale si è dimostrato decisivo soprattutto sul finale della serie. L’altra nota positiva arriva da Puerto Rico e corrisponde al nome di Josè Juan Barea, piccolo playmaker che in questa serie ha dimostrato di poter esser anche lui un fattore importante uscendo dalla panchina (così come il sopracitato Jason Terry) e mettendo a segno triple con un’impressionante 47%, reso ancora più rilevante dalla prestazione di gara1 con 21 punti a referto ed alcune penetrazioni a dir poco spettacolari.
Sommando a tutto ciò la regia di J. Kidd e la grande abilità difensiva di T. Chandler, senza dubbio i Mavericks saranno i favoriti nello scontro con Miami, soprattutto grazie alla voglia di rivincita dei suoi uomini chiave ( Nowitzki e Terry erano presenti anche nella stagione 2005-2006, quanto gli Heat di Wade e S. O’Neal vinsero il titolo proprio a spese di Dirk e compagni).

 

Eastern Conference Finals

Miami trionfa: è finale! Chicago addio al sogno.

“Ball don’t lie” urlava a squarciagola Rasheed Wallace dopo un tiro libero sbagliato da Bogut in Pistons-Bucks del 2008. Così è stato, la palla non mente mai, vince chi ci ha creduto fino in fondo, il team che in quel momento ha mostrato di essere più forte sul campo e non sulla “carta”.  Miami batte Chicago con un pragmatico 4 a 1 abbattendo il morale di tutta la parte di “haters“dei “big three”,in America e non solo, che si era immediatamente “risvegliata” dopo la vittoria in gara-1 dei Bulls. L’intensità portata dal ritorno del capitano di Miami Udonis Haslem, le performance devastanti dei Big three e l’aggressività difensiva portata sull’ Mvp Rose sono stati i fattori che hanno spostato il vantaggio della squadra della “Wind City” dato dal  fattore campo alle “spiagge” di South Beach. Ma partiamo dall’origine di questa serie che dopo un “soffio”rispetto a qualsiasi pronostico ci ha portato la contendente all’anello che tutti bramano e con cui, in un paragone Tolkieniano, si è legittimi dominatori della lega. Gara-1 è un illusione per il “caldissimo” pubblico dei Bulls, infatti Rose e compagni si impongono sugli Heat prepotentemente 103 a 82. Una prestazione di squadra dei Bulls che oltre all’Mvp che mette a segno 28 punti, a Deng che si dimostra degno del ruolo di terzo violino infilando 21 punti, a un Boozer da 14 punti e 9 rimbalzi,  hanno a disposizione una panchina che dà in questo match solide prestazioni (da VEDERE la schiacciata del giovane Taj uscito dalla panchina su Wade). In questa gara solo Bosh riesce a brillare negli Heat “sfornando” 30 punti, sfruttando la catalizzazione della concentrazione della difesa dei Bulls su James e Wade che in questa gara funziona eccome. Da gara-2 qualcosa nel team del Coach Thibodeau però si inceppa e arriva la sconfitta che probabilmente minerà il morale di Chicago da qui in poi. Gli Heat infatti si riprendono, dopo il “K.O.” del primo match, sbancando il palazzetto su cui vigila la statua di MJ, finisce 75-85 in un match in cui le difese la fanno da padrone. Per gli Heat si scatena il fattore Haslem che uscendo dalla panchina piazza 13 punti (dando grinta e intensità al suo team) imponendo a tutti i compagni di squadra un diktat: vincere. E questo messaggio arriva subito: LBJ mette a segno 29 punti e 10 rimbalzi e “The Flash” lo aiuta con 24 punti a segno. I Bulls vedono in questa partita ridursi precipitosamente le statistiche al tiro passando dal 47% al 15 % dietro l’arco e queste basse percentuali saranno la causa della loro sconfitta nella serie. In gara-3 Miami stupisce ancora e porta a casa una “W” fondamentale, trovando la chiave della serie: il contropiede. Spesso  gli Heat in questo match accelerano e cercano di colpire la forte difesa dei Bulls in transizione, affiancando a ciò il gioco vincente (seppur criticato da chi di basket se ne intende ndr), che li ha caratterizzati per tutta la stagione regolare,  il gioco a metà campo,in cui il talento di Wade e LBJ è tutto ciò che conta. Questa gara non è molto diversa da gara-2, dal tabellone finale e non solo,infatti i Bulls  non riescono a trovare ritmo offensivo, abbassando ancora le percentuali dal campo, pur ritrovando un Boozer ispiratissimo da 26 punti e 17 rimbalzi.

Finisce 96-85 per gli Heat che oramai hanno la serie nelle loro “mani”, avendo portato a favore in gara-2 il fattore “casa”. Gara-4 è già il “big-match” per i Bulls che si giocano tutto in questa gara per rimanere “still alive”, ma è Lebron Game e Chicago pur lottando crolla all’Overtime. I “Big three” degli Heat sembrano fare a turno in questa serie e tocca a Lebron che senza battere ciglio infila 35 punti trascinando Miami nell’Overtime e facendola vincere 101 a 93. Per Chicago prove convincenti ma non abbastanza di Boozer (20 punti e 11 rimbalzi) e Deng (20 punti con 8 rimbalzi), Rose finisce con 23 punti, ma nessun canestro segnato nell’OT. Qui vi è l’emblema  della serie, sta   tutto  in come la difesa degli Heat è riuscita a contenere Rose, che è rimasto ad un livello inferiore rispetto alle due precedenti serie. “Ho avuto due occasioni per chiudere la partita. Non sono riuscito a farlo” è il suo amaro commento a fine gara-4, “é stata veramente colpa mia, ma imparerò da questo”. Si passa a  Gara-5: un “Win or go home” per Chicago, all’ United Center tutto lo stadio si “tinge” di rosso e tutti credono nell’impresa. Tutto sembra, a partita iniziata, girare nel verso giusto per i “Tori”, infatti Chicago piazza subito un parziale,volendo dimostrare di essere ancora nella serie, e si ritrova subito davanti agli Heat al termine della sirena del terzo periodo sul 62-57. Chicago sogna la rimonta all’America Airlines Center, ma il ritorno degli Heat è alle porte ed è targata dall’asse collaudattissimo James-Wade,che negli ultimi 12 minuti segnano rispettivamente 12 punti e 10 punti e recuperano fino al risultato finale 80-83 a favore degli Heat. Ancora una volta Rose gioca bene, ma non benissimo e non riesce ad essere incisivo nei momenti intricati della partita (tutto il contrario per le “star” che frequentano i lidi di South Beach che in questa serie hanno mostrato il loro talento sconfinato). A East è chiaro dominano gli Heat e il duo James-Wade che ritornano in finale contro i Mavs, sconfitti nel 2006 proprio nelle finals (buon presagio per i “Calorosi”) , all’Mvp della stagione regolare Rose, dominatore della stagione “infuocando” lo United Center, non rimane che dire “If Anything, I will learn from it” (“Se non altro imparerò qualcosa da questo”). Sarà per il prossimo anno Derrick, sarà per il prossimo anno…

 

Marco Frigieri – Riccardo Arrighi – Alberto Barbari

 

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