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Dogman – di Matteo Garrone (2018)

by • 22 maggio 2018 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)422

Marcello è un uomo piccolo e buono. Nel quartiere tutti gli vogliono bene e lui distribuisce equamente il suo amore tra la figlioletta Alida e gli animali che accudisce all’interno di Dogman, la sua toeletta per cani. In un mondo in cui però l’amore non basta per sopravvivere, Marcello affianca alla propria attività quella dello spaccio di cocaina attirando così su di sé le attenzioni di Simone, il terrore del paese. Ex pugile violento e spregiudicato, Simone imperversa nel quartiere indisturbato fino a quando, all’ennesimo sopruso, non sarà proprio Marcello a “risolvere la situazione”.

Dopo l’esperimento fantasy – in parte decisamente riuscito – de Il Racconto dei Racconti, Matteo Garrone torna sul luogo del delitto con un’altra storia di provincia nera e feroce, in cui un’umanità sfibrata e disillusa si arrabatta come può per sopravvivere. Una sorta di splendida parabola laica, summa di tutto il cinema garroniano.

Come L’imbalsamatore (2002) e, per certi versi, Gomorra (2008), Dogman prende spunto dalla cronaca – in questo caso il feroce delitto de “Il Canaro della Magliana”- per farsi racconto autonomo, trascendendo tempi e luoghi della vicenda d’origine, e virare verso il territorio archetipico e universale ma, al contempo, più ampio e umano della favola.

Ambientata fra Lazio e Campania in un paese indefinito, un non luogo paragonabile agli sperduti villaggi western di Sergio Leone, quella messa in scena è sì una claustrofobica vicenda di violenza e prevaricazione, ma prima di tutto è la storia di Marcello.

La storia di un uomo buono, un padre amoroso e protettivo, ma affascinato e sopraffatto dal male coercitivo della criminalità; un cancro che ammorba ogni cosa e che si manifesta in tutta la sua grandezza e brutale banalità nel “mostro” Simoncino (un terrificante Edoardo Pesce), anch’egli inevitabile risultato della “terra desolata” in cui si muovono i personaggi.

Marcello ci prova. Tenta stoicamente di farsi largo fra le tenebre con la sua dolcezza ma è sempre in svantaggio, sempre prospetticamente inferiore all’orrore che lo circonda e gli avvelena l’esistenza, senza alcuna pietà.

Dal punto di vista registico Garrone si conferma autore sobrio e consapevole, allergico a qualunque forma di inutile orpello o vezzo estetico, capace di instillare in ogni inquadratura efficacia e funzionalità narrativa. La macchina da presa indaga tramite campi stretti e strettissimi l’interiorità dei protagonisti, scavando in profondità in quel dedalo di luci e ombre che è l’animo umano. Un’ambiguità resa ancor più esplicita dalla strepitosa fotografia di Nicolaj Bruel, in cui il giorno cede più spesso il passo a scure nubi di tempesta.

Come il folle profeta di Meridiano di Sangue, capolavoro dello scrittore texano Cormac McCarthy, offre al giovane e ignaro protagonista il cuore di un uomo essiccato e annerito; così Matteo Garrone e i suoi sceneggiatori con Dogman ci regalano ancora una volta uno specchio attraverso cui osservarci più da vicino con l’amara consapevolezza che “la cattiveria la puoi trovare anche nell’ultima delle creature, ma quando Dio ha fatto l’uomo doveva avere il diavolo accanto”.

 

Voto: 8/10

 

 

Giulio Morselli

 

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