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Dolor y gloria – di Pedro Almodóvar (2019)

by • 23 Maggio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)64

La legge del desiderio

Salvador Mallo, un regista cinematografico oramai sul viale del tramonto, si trova in declino, oltre che artistico, fisico: Mallo soffre di numerose malattie, la più parte delle quali psicosomatiche, che gli causano gran dolore, impedendogli di lavorare e di svolgere normali azioni quotidiane. Nella scoperta del senso del vuoto, l’incommensurabile vuoto causato dall’impossibilità di continuare a girare pellicole come Sabòr, classico risalente a decenni prima ora restaurato dalla Cineteca di Madrid, si rifugia inizialmente nella scrittura di un testo affidato a uno degli attori protagonisti del suo successo, con il quale si riappacifica dopo anni di rancore covato da ambo le parti, realizzando poi che sia nella rilettura del passato in chiave narrativa, nella comprensione della difficoltà di separare vita e creazione, come corpo e anima, la speranza che ridarà significato alla sua esistenza, ritrovata così l’urgenza impellente di raccontare per perpetuare il ricordo.

In un ricongiungimento simile a quello mostrato da Almodóvar che potrebbe ritornare alla mente di qualcheduno, un incontro atteso da quarantun anni, narrato nel 1942 dall’ungherese Sándor Márai ne Le Braci, uno di quegli avvenimenti che tengono in vita le due parti, che nella separazione attendono l’altro preparandosi ogni parola necessaria, Ora o mai più, la notte è arrivata alla fine, come canta in un’altra canzone ancora la Mina che si sente con una reinterpretazione di Come una sinfonia scritta da Pino Donaggio, che scavalca la piccola grotta di Paterna, casa d’infanzia in un villaggio nella comunità autonoma di Valencia, si leggono delle parole che inducono ogni infelicità individuale a proiettarsi nel pulsare di una ferita cosmica:

««Ormai non ci resta più molto da vivere» dice di punto in bianco il generale, come se tirasse le somme di una discussione svoltasi in silenzio. «Un anno o due, forse anche meno. Non ci resta più molto da vivere, perché sei tornato. Lo sai bene anche tu. Hai avuto tempo per riflettere su queste cose, ai Tropici, e poi nella tua casa nei dintorni di Londra. Quarantun anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?… Ma poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste tra te e me possiede una forza singolare»».

Il primo desiderio

A tornare da Salvador Mallo, in uno dei momenti più toccanti, non è come in Volver (2006), una madre, interpretata da giovane in questo caso da una Penélope Cruz che recupera tanto dell’indimenticabile Raimunda di tredici anni fa, mentre da anziana dalla Julieta Serrano fragile madre di Antonio Banderas anni addietro nell’altrettanto indelebile Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), è un uomo di nome Federico, in lacrime a teatro come lo scrittore Marco in uno dei migliori melodrammi ad ora del ventunesimo secolo, Parla con lei (2002), sentendo il monologo Dipendenza, passato all’attore Alberto Crespo, che torna a calcare le scene e dopo aver iniziato Mallo all’eroina, perché il pubblico non riconoscesse l’acciaccato regista dietro ai versi Voglio avere l’allegria di una nave che ritorna, il sapore in persona, il potere dei sensi, avrebbe suggerito il compianto Jean-Claude Brisseau, lo schiudersi dal guscio dei suddetti rappresentato dall’artista analfabeta Eduardo, la vera e propria chiusa del cerchio, prima del cosiddetto ritorno alla vita, dopo il delirio senza bacillo. Potente e ineludibile come la persistenza dell’acufene è l’accettazione dei propri limiti, questo è Dolor y gloria.

Almodóvar, qui un uomo solo, per dirla con Isherwood, non ha più la vitalità che ora potrebbe risiedere in un Xavier Dolan, che insieme allo spagnolo è tornato al Festival di Cannes, anch’egli con una pellicola girata tra amici e nel Québec delle origini, Matthias e Maxime, trent’anni compiuti e una pletora di critici che già inizia a rimproverargli di non essere sufficientemente maturo da considerarsi un autore tout court, fatto di irrilevante importanza, avendo Dolan sempre diretto film divisivi, fatta forse eccezione per Mommy (2014), interpretato da uno straordinario Antonio Banderas, vestiti sgargianti e capelli scompigliati come il suo regista, che non cade in facili manierismi, lasciati tutti i fronzoli, per esporre solennemente un dolore che sale fin sulle viscere.

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Luigi Ligato

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