Cookie Policy
Five Records Left, Greta Calzolari, Concretamusic

FIVE RECORDS LEFT: MAGGIO 2015

by • 12 Maggio 2015 • evidenza, FIVE RECORDS LEFT, newsComments (0)937

 

I cinque album del momento secondo Greta Calzolari, conduttrice del programma radiofonico “Bleach” in onda ogni venerdì pomeriggio su Radio Antenna 1 FM 101.3

 

 mikal-cronin-mciii1. Mikal Cronin – MCIII (Merge, 2015)

Anche stavolta Mikal Cronin ha deciso di mettersi in gioco in prima persona, di raccontare di sé, delle sue paure e speranze ripercorrendo il passato, quello dei vent’anni che l’hanno visto allontanarsi dalla sua California per andare a studiare nel Pacific Northwest. L’approccio autobiografico si svela soprattutto nella seconda parte del disco (da i) Alone a vi) Circle), un mini concept album, sul passato dell’artista e sulle due intenzioni future, affrontato con un approccio più diretto rispetto alla prima parte caratterizzata da un susseguirsi di possibili hit radiofoniche. Rimane anche in questo terzo lavoro la miscela di power-pop e garage-rock tipica di Cronin che però fa un passo avanti azzardando arrangiamenti più complessi, utilizzando strumenti nuovi come il violoncello (I’ve been loved) o il tzouras, uno strumento greco a corde (Gold). Nessuna delusione all’orizzonte quindi per chi ha già apprezzato i due dischi precedenti di Mikal Cronin.

 

2. The Tallest Man On Earth – Dark Bird Is Home (Dead Oceans, 2015) tallest-man-on-earth-dark-bird-is-home

Si chiama Kristian Matsson, ma si fa chiamare The Tallest Man On Earth, e alcuni l’hanno denominato il “nuovo Dylan”, etichetta che sicuramente svela la grande ammirazione che TTMOE ha per il menestrello di Duluth ma che sembra anche in un qualche modo aver predetto l’evoluzione dell’artista svedese che, dopo tre dischi caratterizzati da una scarsa produzione e da ballate voce e chitarra, con questo quarto lavoro pare aver raggiunto la sua “svolta elettrica”. Dopo la fine del matrimonio e la perdita di un membro della sua famiglia, Matsson non ha infatti voluto affrontare la solitudine e il dolore da solo, e si è circondato di altri musicisti che lo accompagnano con cori, batteria e violini, sostenendolo in questo viaggio verso casa, al termine del quale realizza che in fondo “This is not the end / This is fine” (Dark Bird Is Home). Sperando che non sia davvero la fine, fino al prossimo viaggio conviene ascoltare attentamente questa intima confessione dell’uomo più alto del mondo.

 

 torres-sprinter-album3. Torres – Sprinter (Partisan Records, 2015)

Paragonata dalla critica a PJ Harvey, dopo l’uscita del suo disco di debutto Mackenzie Scott, aka Torres, ha deciso di andare ad incidere il suo secondo lavoro in Inghilterra sotto la supervisione di Rob Ellis, stretto collaboratore proprio di PJ Harvey, e di Adrian Utley, chitarrista dei Portishead. Nata in Georgia, Torres ha vissuto per un po’ a Nashville e poi si è trasferita a New York per avviare la sua carriera artistica, per riversare nelle canzoni il suo vissuto, i suoi dolori e la sua rabbia da “donna ormai stanca” (New Skin). I testi sono il punto di partenza di questo secondo disco, quasi spiazzanti per la loro lucidità e maturità nonostante la giovane età di Torres (appena ventiquattro anni), mentre le atmosfere si alternano, a tratti quiete e sospese (Son, You Are No Island), a tratti grezze e distorte (Strange Hellos). Le premesse per un grande futuro ci sono tutte.    

4. Metz – II (Sub Pop, 2015) metz

Era iniziata con un paio di chitarre e una batteria comprata per qualche dollaro la storia dei Metz, per poi evolversi in un modo che forse neanche il trio canadese si sarebbe aspettato. Adocchiati dopo poco tempo dalla Sub Pop, la storia etichetta indipendente di Seattle, hanno esordito con il disco omonimo nel 2012, poi, un paio di anni, tanti chilometri sulle spalle dopo aver suonato sui palchi di tutto il mondo, e di nuovo in sala di registrazione per pubblicare un nuovo album intitolato semplicemente II. Dieci canzoni, mezz’ora di musica, di grunge e noise rock, di rumore portato ai massimi livelli e distorsioni, di fuzz e punk, rabbia e urgenza che richiamano quasi i Nirvana di Bleach, i Mudhoney e i Jesus Lizard. Un disco sconsigliato ai deboli di cuore.

 faith no more5. Faith No More – Sol Invictus (Ipecac, 2015)

La reunion del 2009 e il successo registrato dalla band durante i live che li ha visti di nuovo sui palchi mondiali ha convinto i Faith No More a tornare in studio e a pubblicare un nuovo disco, il settimo della loro carriera. Così dopo ben 18 anni di distanza da Album of the Year del 1997, la band di Mike Patton è tornata con Sol Invictus, un disco che alcuni già annoverano tra i migliori del gruppo. In effetti sembra che i Faith No More non si siano mai sciolti, Mike Patton ha conservato la sua inconfondibile voce di sempre, rimane l’attitudine feroce, l’heavy metal confuso con il rap, si fa strada un’atmosfera sinistra e gotica, a volte forse forzata, ma, al contrario di molte altre band tornate dopo anni di assenza, i Faith No More possono dire di aver superato la prova e, come aveva promesso Gould, Sol Invictus “kicks things up a notch” (rende le cose più intense ed interessanti).

.

Greta Calzolari

 

 

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy