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FRANCESCO ZARZANA – IL CIMITERO DEI PAZZI (Infinito Edizioni, 2010)

by • 12 Dicembre 2011 • ConcretaBookComments (0)1971

 

 

Francesco Zarzana è un giornalista, uno scrittore ed un autore teatrale. Ha collaborato alla stesura di diversi testi e con Susanna Miselli ha scritto il volume “La scure su Davide. Le leggi razziali del 1938” e “Il pascolo dei cammelli”. È fondatore e curatore della rassegna teatrale “T… come Teatro” e ideatore di “Buk – Festival della piccola e media editoria di Modena”. Dal 1999 è il presidente dell’associazione culturale Progettarte.

 

 

“Un compagno di scuola, forse per farlo spaventare e per prendersi gioco di lui, diceva che il suo vero nome era “il cimitero dei dimenticati”, perché lì c’erano sepolti solo quelli che non sopravvivevano alla malattia mentale, i suicidi e i reietti della società che tutti volevano dimenticare, familiari compresi, perché nessuno andava a mettere fiori sulle loro tombe.”

Cadillac è un posto strano, un luogo di matti e di asociali. C’è un castello nobiliare trasformato in carcere, una casa di correzione femminile: ci visse Marguerite per qualche tempo. E poi c’è l’asilo, l’ospedale psichiatrico che dall’Ottocento si propose d’essere “città nella città”, alte mura a separarlo dal resto, segregato all’interno, spinto da propositi e disegni d’autarchia, di dimenticanza.

Difficile dire cosa sia questo libro: se un racconto fantastico, con spettri reincarnati in un gatto, o la storia di un piccolo paese, di matti che incontri per la strada, o un saggio sulla storia della psichiatria francese. Forse tutto insieme: c’è l’incontro di Laurent con Marguerite, breve storia d’amore dell’inizio; c’è la descrizione di un paese sul fiume, la Garonna, le cartine stradali; ci sono date, contesti storici che cambiano, sociali – la legge sui pazzi del 1838 – e politici – l’instaurazione del governo di Vichy.

Quello che non cambia però, quello che rimane, è il cimitero dei dimenticati. Il cimitero agli estremi di Cadillac, oltre la caserma dei pompieri e la gendarmeria, diverso da quello comunale: vi arrivano i morti del castello, e quelli dell’asilo; prigioniere e malati di mente, dal 1918, quattromila tombe, le più senza nome. Ci sono i soldati impazziti in trincea, di diverse nazioni, e poi i matti che negli anni ’40 giungevano all’asilo da ogni parte della Francia. Poi tutti sepolti in un campo, un’“immensa distesa di croci di ferro”: una targa, se capita una data.

Lo sforzo adesso è dare dei nomi, impegnarsi a ricordare: ricostruire la vita di chi è vissuto, uomini e donne individuali, persone private di identità coi loro gesti e i loro orari. Tra i registri dell’asilo, e quelli del castello, scrivere i giorni tristi di Osvaldo e quelli di Marguerite.”

 

Giorgio Casali

 

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