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Franco D’Andrea: Monk and the Time Machine – Franco D’Andrea Sextet

by • 24 Gennaio 2015 • ConcretaMusic, Kind of JazzComments (0)1361

jazz1La musica di Thelonius Monk occupa uno spazio tutto suo nella storia del Jazz. E’ uno dei pochi autori che risulta del tutto incollocabile in qualsiasi corrente musicale, jazzistica e non, della sua epoca o futura, e questo lo rende assolutamente unico. Con questo non sto dicendo che sia stato il più grande musicista Jazz di sempre, personalmente preferisco artisti come Bill Evans o Herbie Hancock, per fare due nomi; ma questi due sono ben collocabili in un contesto musicale, sono partiti da un certo ambiente musicale (Miles Davis per entrambi, non pensate che sia un caso), e si sono evoluti in una certa direzione, ben identificabile. Monk no. Monk è apparso sulla scena jazzistica degli anni ’40 come un fulmine a ciel sereno, con le sue dissonanze, il suo modo di suonare percussivo, i suoi cambiamenti di tempo e di armonia mai sentiti né prima né dopo, la sua tecnica pianistica decisamente “personale” (per non dire delirante). E dopo che se ne è andato nessuno ne ha raccolto l’eredita, nessuno ha continuato a comporre seguendo il suo stile, era impossibile. Per questo si può discutere o meno sul fatto che Monk sia stato un mostro sacro come strumentista, ma sicuramente non si può discutere sul fatto che sia stato unico, irripetibilmente unico, nella storia del Jazz.

jazz2Dopo questa breve introduzione, passiamo all’album di oggi. Come avrete capito stiamo parlando di un tributo a Thelonius Monk, portato avanti dal grande pianista italiano Franco D’Andrea e dal suo sestetto, composto dallo stesso Frando D’Andrea al pianoforte, Andrea Ayassot al sax, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso, e Zeno De Rossi alla batteria.
Non si tratta di un tributo “classico”, di un semplice di remake di alcuni brani. La musica di Monk è  quasi un pretesto per un album fondato nella sua totalità sull’improvvisazione, dove i temi originali vengono accostati tra di loro, mischiati, uniti, modificati, riuscendo comunque a dare un’impronta significativa alle improvvisazioni che seguono. Il titolo dell’album, che richiama la macchina del tempo, vuole simboleggiare questa pratica di partire dal passato, rappresentato dai temi di Monk, per muoversi in avanti, nel futuro, liberandosi dalle catene ed esplorando diversi stili e modi di approcciare la musica. Non è il primo tributo monkiano di D’Andrea, ma i precedenti lavori erano prevalentemente di piano solo, mentre con questo gruppo allargato le possibilità espressive e le sonorità si moltiplicano, dando ai musicisti carta bianca. Non a caso i nome delle tracce contengono più titoli, poiché molto spesso più temi vengono collegati, andando a costituire un unico pezzo all’interno dell’album.

Un perfetto esempio di questo modo di concepire i pezzi è Light Blue – Epistrophy. Inizia con il tema del brano originale di Monk, Light Blue, appena accennato dal sax, cui si unisce prima il piano e solo dopo il resto dell’ensemble. Solo dopo un paio di minuti emerge il tema originale, cui però seguono immediatamente le improvvisazioni dei vari strumenti, spesso simultanee, ma sempre mantenendo lo stile originale del brano, con la contrapposizione tra la linearità dell’accompagnamento e dello stile e le improvvise dissonanze forti e percussive, quasi ostentate.

Dopo questa lunga sezione il ritmo comincia a calare, l’atmosfera si fa rarefatta, e il pianoforte comincia ad uscire dalle armonie di Light Blue, che pur nell’improvvisazione quasi free erano comunque ben percepibili; comincia a buttare lì dissonanze diverse, come un invito per gli altri musicisti. Il primo a seguirlo è la batteria, che comincia a marcare di più gli accenti e le sincopi, poi lo seguono tutti gli altri, fino a sfociare in un ritmo simil-latin che non è altro che Epistrophy, famosissimo tema di  Monk, e che ne rispecchia perfettamente lo stile: spigoloso, dissonante, ma che per qualche motivo misterioso non si può smettere di ascoltare. Il tema continua, e gli altri strumenti improvvisano sopra a turno, chiudendo poi tutti insieme.

jazz3Per chiudere possiamo dire che non si tratta sicuramente di un cd “facile”, che possa piacere subito ad un ascolto superficiale, non essendo particolarmente orecchiabile. La scelta dei pezzi e il loro arrangiamento sono però molto ricercati, e la grande perizia tecnica (ma soprattutto la grande intesa dei musicisti) rendono possibile un risultato godibile ed allo stesso tempo complesso. Non lo definirei un album per novellini del Jazz (passatemi il termine) o per gente alle prime armi, ma rimane un lavoro estremamente ben realizzato, pur nell’ambito di un jazz più maturo e ricercato.

 

Track Listing

CD 1
1. Into the Mystery – Deep Riff
2. Light Blue – Epistrophy
3. Misterioso – Monk’s W.T.L. – Bright Mississippi
4. Monk’s Mood – O.T. Abstraction
5. Monodic – Well You Needn’t

CD 2
1. A New Rag Suite
2. I Mean You
3. Monk’s W.T. L. – Locomotive
4. Un Gioco
5. Blue Monk
6. Brake’s Sake
7. Naif
8. Blue Monk – Braje’s Sake – Naif – Un Gioco
9. Coming on the Hudson
10. Brae’s Sake (alternate take)
11. Coming on the Hudson (alternate take)

Andrea Spagni

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