Cookie Policy

Gli Imperdibili 2018

by • 14 Gennaio 2019 • ConcretaMovie, newsComments (0)127

Eccoci, un altro anno è passato ed è giunto il momento di tirare un po’ le somme su ciò che si è visto nelle nostre sale cinematografiche e sui nostri schermi casalinghi durante questi dodici mesi.

Se possiamo infatti definire l’annata cinematografica assolutamente soddisfacente, il 2018 è stato, a mio avviso, l’anno di consacrazione di Netflix come casa del cinema d’autore.

Oltre al monumentale The Other Side of the Wind di Orson Welles (https://www.concretamentesassuolo.it/other-side-wind/), l’impresa americana ha infatti prodotto e/o distribuito alcune delle opere più attese e discusse dell’anno come Sulla mia Pelle di Alessio Cremonini (https://www.concretamentesassuolo.it/sulla-mia-pelle-di-alessio-cremonini-2018/), La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen (https://www.concretamentesassuolo.it/la-ballata-di-buster-scruggs-di-ethan-e-joel-coen-2018/) e il premiatissimo Roma di Alfonso Cuaron; rendendo l’anno appena trascorso ancora più ricco ed entusiasmante.

Come ho già scritto l’anno scorso, stilare una classifica è sempre impresa ardua e limitante. Per essere realmente esaustiva, un’eventuale top list dovrebbe infatti tenere conto di una quantità di variabili veramente eccessiva. Motivo per cui mi limiterò ad una panoramica su quei titoli che, per un motivo o per l’altro, più mi hanno maggiormente colpito.

Ah, visto quanto se n’è parlato, lo dico subito: Roma non mi è piaciuto. Vincerà un sacco di premi-tra cui l’Oscar, già lo so- e Cuaron è senz’altro un ottimo regista (Gravity, pur nella sua esile e banale struttura narrativa, resta un capolavoro tecnico), ma un cinema così bolso compiaciuto e autoreferenziale non fa per me.

Tornando invece alla nostra panoramica, partirei, tra ritorni importanti e piacevoli conferme, dal cinema hollywoodiano. Per quanto riguarda i nomi eccellenti, tre sono i titoli fondamentali: Il Filo Nascosto di Paul Thomas Anderson (https://www.concretamentesassuolo.it/phantom-thread/), Blackkklansman di Spike Lee e L’Isola dei Cani di Wes Anderson.

Il Filo Nascosto: Londra, anni 50. il grande e maniacale stilista Reynolds Woodcock conosce per caso un’affascinante cameriera, se ne innamora e decide di farne la sua modella di riferimento. Tra i due nasce immediatamente una passione amorosa profonda e lacerante, che presto sfocia in una vera e propria ossessione.

Dopo Il Petroliere e The Master, Paul Thomas Anderson torna a lavorare sul tema dell’ossessiva persecuzione dei propri obiettivi e della tossica dipendenza che si può sviluppare tra due persone costruendo un film ipnotico e sospeso; quasi onirico nel tratteggiare la spirale hitchcockiana in cui si infilano i due protagonisti. Sublimazione dello stile registico del suo autore, Il Filo Nascosto si fregia inoltre dell’ennesima straordinaria interpretazione di Daniel Day Lewis. Un attore che ha fatto del metodo Stanislavskij una ragion d’essere, portando all’estremo la mimesi tra attore e personaggio. Da non perdere.

Blackkklansman: Colorado Springs, primi anni 70. Ron Stallworth è il primo afroamericano a diventare poliziotto. Inizialmente destinato all’archivio, il ragazzo ha cervello e voglia di dimostrare il proprio valore e in breve tempo riesce a far parlare di sé prendendo contatto con una banda locale del KKK. Come? Con una telefonata (fondamentale dunque la visione in lingua originale, ndr).

Prendendo spunto da una storia vera, Spike Lee torna con Blackkklansman al cinema a lui più congeniale. Tra commedia e dramma, il regista di Atlanta imbastisce un’opera estremamente personale dal punto di vista stilistico e dal forte significato politico, denunciando la violenza l’assurdità e l’ignoranza che sono alla base di un sentimento ancora così diffuso come il razzismo. Non mancano infatti i riferimenti all’attualità, in un gioco di specchi e rimandi che si concretizza e manifesta in tutta la sua potenza drammatica nel montaggio finale. Bentornato Spike.

L’Isola dei cani: Giappone, 2038. Un’epidemia colpisce tutti i cani del paese, costringendo il sindaco Kobayashi, seppur fra le proteste della comunità scientifica, a espellere tutti i cani della città e confinarli sull’isola dei rifiuti, un grande atollo ormai adibito a discarica. Atari, il figlio dodicenne del sindaco, però non ci sta e decide di avventurarsi sull’isola al fine di ritrovare il suo amico a quattro zampe e riportarlo a casa.

Dopo l’insipido esercizio di stile Grand Budapest Hotel, con L’isola dei Cani Wes Anderson torna al cinema di animazione in stop motion; tecnica che il regista già aveva sperimentato con successo nel sottovalutatissimo Fantastic Mr. Fox, splendido adattamento del racconto di Roald Dahl.

Quella messa in scena dal regsita di Houston e i suoi cosceneggiatori è sì una classica storia in cui il viaggio e l’avventura non sono che la manifestazione del percorso di crescita interiore del protagonista, ma la miriade di stili riferimenti e connessioni fra due culture così diverse e per certi versi antitetiche come quelle statunitense e giapponese trova una sua coerenza sia dal punto di vista estetico che drammaturgico.

Schematico e stilizzato come un videogioco arcade ma al contempo ermetico come un haiku, L’Isola dei Cani è la nuova esplorazione corale e nevrotica di Wes Anderson di quel “moonrise kingdom” che è l’infanzia. Da vedere.

Per quanto invece concerne le conferme, due sono i titoli di maggior rilievo: Hostiles di Scott Cooper e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (https://www.concretamentesassuolo.it/ebbing-missouri/).

Hostiles: Stati Uniti d’America, 1892. Il capitano dell’esercito Joe Blocker è costretto dal suo comandante a scortare alla terra natia un capo Cheyenne da lui stesso catturato tempo addietro. Tra i due scorre un odio viscerale, suggellato nel sangue dei rispettivi compagni uccisi ma sarà proprio questo viaggio ad appianare i dissidi e a dar vita ad una nuova consapevolezza e speranza collettive.

Dopo i poco riusciti Il Fuoco della Vendetta e Black Mass, Scott Cooper torna in sala con un western dall’impianto narrativo assolutamente classico ma forte di un’estetica e di una presa di posizione ideologica certamente contemporanee.

Violento sanguigno e umbratile come il suo protagonista, Hostiles si prende i suoi tempi, scandendo un ritmo narrativo compassato e mai noioso; in cui la stasi è funzionale al coagularsi della tensione. Una tensione pulsante, viva, rintracciabile in ogni movimento, frase e gesto del capitano Blocker, interpretato da un Christian Bale straordinario. Accanto a quella sopracitata di Daniel Day Lewis ne Il Filo Nascosto, la performance dell’attore britannico è uno degli highlights dell’anno: la dimostrazione ulteriore e definitiva di un talento che non ha necessariamente bisogno di mostruose trasformazioni fisiche per mostrarsi in tutta la sua portata. Da Oscar.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Mildred Hayes è una donna divorziata, madre di due ragazzi che ha perso la figlia pochi mesi prima. La ragazza è stata brutalmente assassinata. Violentata e bruciata viva, il corpo è stato ritrovato sulla strada che porta in paese. Insoddisfatta del lavoro svolto dalle autorità e lacerata dal dolore, Mildred decide di affiggere tre grandi manifesti in cui appunto si rivolge alla polizia, chiedendole che cosa stia facendo realmente per sua figlia. Un gesto dirompente che avvia la crociata delle donna alla ricerca della verità, a dispetto di tutto e tutti.

Martin McDonagh, già autore degli ottimi In Bruges e 7 Psicopatici, ha trovato la quadra.

Se i due film precedenti avevano messo in luce un talento invidiabile per i dialoghi e una conoscenza approfondita e consapevole dei generi e degli autori di riferimento, Tre manifesti a Ebbing, Missouri dimostra un’ulteriore crescita autoriale e stilistica, portando il cinema del regista londinese a una dimensione sempre più personale. Per quanto le influenze coeniane e tarantiniane siano ancora presenti sottotraccia, McDonagh asciuga la regia e approfondisce personaggi e contenuti al fine di trovare una propria strada per la redenzione. Affinché il dolore non sia più solo motivo di violenza e risentimento quanto un viatico per giungere a una nuova umanità.

Per quanto riguarda il catalogo di Netflix, due sono invece i titoli che costituiscono ottime conferme: La Ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen e Hold The Dark di Jeremy Saulnier.

Se sul primo mi sono già espresso ampiamente in fase di recensione, il film di Saulnier merita una menzione per la coerenza autoriale ed espressiva del quarantaduenne regista di Alexandria.

Dopo gli ottimi lavori indipendenti Blue Ruin e Green Room, Hold the Dark costituisce il terzo capitolo di un’ipotetica “trilogia dei colori” e, per quanto narrativamente meno a fuco dei precedenti, segna un’ulteriore crescita stilistica del suo autore.

Un film cupo nichilista e violentissimo, in cui si respira fin dall’inizio un’atmosfera mortifera costante. Una coltre di dolore e oscurità che permea ogni cosa, dai paesaggi innevati all’animo delle persone.

Come detto poc’anzi, Hold the Dark non è un film perfetto. Eccessivamente lungo per la vicenda narrata, stenta a trovare un punto di arrivo ma, nel mentre, regala momenti di grande cinema d’azione. Primo fra tutti la splendida e sanguinosissima sparatoria al centro del paese, a metà fra Michael Mann e il Quentin Tarantino più efferato. Aspettando di vederlo all’opera nella terza stagione di True Detective, un regista da tenere sicuramente d’occhio.

Rimanendo in tema di nevi insanguinate consiglio inoltre la visione de I Segreti di Wind River, ottimo western-noir nonché esordio alla regia dello sceneggiatore Taylor Sheridan (Sicario, Hell or High Water).

Se il cinema statunitense, come ogni anno, ha fatto da padrone proponendo centinaia di titoli e intasando le sale cinematografiche di tutto il mondo; nel 2018 il cinema italiano si è difeso molto bene e non solo fra i patri confini.

Se da un lato quest’anno ha visto infatti visto l’esordio americano, peraltro ottimo, di due dei nostri migliori registi contemporanei quali Paolo Virzì con Ella & John (https://www.concretamentesassuolo.it/ella-john-the-leisure-seeker-paolo-virzi-2017/) e Stefano Sollima con Soldado (https://www.concretamentesassuolo.it/soldado-di-stefano-sollima-2018/); dall’altro le conferme e le rivelazioni non sono mancate nemmeno a livello nazionale.

Tra le sorprese mi sento di segnalare il già citato Sulla Mia Pelle di Alessio Cremonini e l’opera prima dei fratelli D’Innocenzo La Terra dell’Abbastanza.

Un esordio stupefacente quello dei due giovani registi, per qualità del racconto e solidità della messa in scena. Una storia di periferia urbana e precarietà umana, in cui la povertà non risparmia nessuno e invece che solidarietà semina germi nefasti che germogliano nella violenza e nella prevaricazione. A dispetto di tutto, degli amici e della famiglia.

Un film duro, concreto, che perde qualcosa nel finale ma che, una volta usciti dalla sala, rimane addosso a lungo. Consigliato.

Se quello di Paul Thomas Anderson è probabilmente il film dell’anno, la mia “palma d’oro personale” va comunque a un titolo nostrano: Dogman di Matteo Garrone (https://www.concretamentesassuolo.it/dogman-di-matteo-garrone-2018/).

Ambientata in una landa desolata tra Lazio e Campania, un non luogo in cui povertà miseria e rassegnazione hanno corroso ogni cosa, la parabola laica messa in scena dal regista romano racconta con i toni della favola nera l’attualità in cui viviamo quotidianamente. Una realtà precaria, in cui chiunque, anche il più buono di tutti, se messo alle strette non rifiuterà la violenza più estrema. Splendidamente illuminato dalla fotografia plumbea di Nicolaj Bruel, il film racconta la lenta e dolorosa metamorfosi di Marcello, il più buono degli uomini, da vittima a carnefice, da perseguitato ad aguzzino, alla disperata ricerca di un’approvazione collettiva che non arriverà mai. Probabilmente non il miglior film di Garrone in assoluto, titolo che spetta al capolavoro Gomorra, ma che riassume con grande coerenza e compattezza la sua poetica.

In conclusione, una menzione speciale la merita poi quell’autentica follia che è L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam (https://www.concretamentesassuolo.it/luomo-che-uccise-don-chisciotte-di-terry-gilliam-2018/). Un film assolutamente fuori dal tempo e da ogni logica produttiva per cui non basterebbe un saggio intero ma del quale consiglio caldamente la visione.

Come detto in apertura di articolo, sono diverse le pellicole che non sono riuscito a vedere e che con tutta probabilità avrebbero meritato un posto in questa panoramica ma se, leggendo queste righe, anche solo uno dei titoli menzionati susciterà il vostro interesse l’obiettivo sarà comunque raggiunto.

Buon anno e buon cinema a tutti.

 

Giulio Morselli

 

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy