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Green Book – di Peter Farrelly (2018)

by • 20 Gennaio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)129

Nella New York dei Sessanta, Tony Lip Vallelonga, buttafuori presso il Copacabana, dopo la chiusura del locale, si ritrova a lavorare come autista del pianista Don Shirley, accompagnandolo in un tour nel sud, territorio nel quale, pur elogiato per l’innato talento, subirà costanti vessazioni e violenze a causa del forte pregiudizio nei confronti degli afroamericani, tanto da pernottare solamente grazie al Green Book, una guida dove sono indicati gli alberghi e i ristoranti dove i neri sono accettati. Inutile dire che i due diventeranno inseparabili.

Trovata la formula per presentarsi agli Academy Awards, tra A Spasso con Daisy (Bruce Beresford) e 48 Ore (Walter Hill), Peter Farrelly, seguendo schemi di scrittura tradizionali, passando da un tono leggero iniziale a un più approfondito intimismo nei rapporti, nella seconda fase di narrazione, dirige un film decisamente standardizzato, prevedibile, nato vecchio, paradossalmente più conservatore di quel che vuole apparire, che muore sbrigativo, riprendendo La Vita è Meravigliosa (Frank Capra) e Un Biglietto per Due (John Hughes), in un epilogo natalizio in cui una donna, per il resto della pellicola ammaliata dalle lettere del suo lui, è quasi pronta al divorzio non rivedendolo rincasare in tempo per il cenone, al quale vengono poste domande assurde sulla sua laconicità, quando di ritorno da un tour durato otto settimane, senza citare gli scontati imprevisti.

Talmente programmatico nella sua classicità da cantarsi, nell’incipit, That Old Black Magicstupisce per come riesca a catturare il pubblico, specie americano, tanto da candidarlo all’Oscar, del quale non si conserva nemmeno una parcella del prestigio passato, annoverando tra i migliori film dell’anno biopic stantii (Bohemian Rhapsody), classici che non hanno più nulla da dire oggi (A Star Is Born) oppure invettive che si prefiggono d’imprimersi nella memoria dello spettatore, ma che delle quali rimane infine soltanto l’insopportabile autoreferenzialità (BlacKkKlansman Vice), fatte le dovute eccezioni (La Favorita Roma).

Snervante nella sua furbizia, offre due ottime interpretazioni da parte dei suoi protagonisti, Viggo Mortensen, gigione poliglotta i cui unici colpi ad effetto sono le mazzate che rifila agli inopportuni, e Mahershala Ali, splendido nella sua alterigia, silente e dignitoso al contempo: forse otterrà il secondo Oscar, dopo Moonlight, grazie a una scena in particolare, stupida nel suo intento così smaccato, in cui sotto una gelida pioggia invernale smonta dalla macchina e declama il suo monologo strappa applausi e lacrime. Certamente, non serve Green Book per capire siano due attori eccezionali. Certamente, non Peter Farrelly.

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Luigi Ligato

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