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“HOMICIDE HOUSE”: L’ASSURDA PARABOLA DEL REALE

by • 18 Gennaio 2015 • QuartaPareteComments (1)1675

 

Quanto è bello andare a teatro e stare scomodi.

Homicide House 1Scomodi: seduti su splendide sedie rosse, ma con davanti agli occhi uno spettacolo che non può lasciarti in pace, perché quello che sta andando in scena è troppo potente e troppo importante per viverlo passivamente.

Questa è una probabile riflessione che può emergere dopo avere assistito ad “Homicide House”, andato in scena per la prima volta il 26 agosto 2014, al Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria, che ritorna in territorio emiliano per alcune fortunate repliche.

Ancora una volta la Compagnia Teatrale MaMiMò − che da più di dieci anni è presente sul suolo reggiano e porta avanti un importante e ricco progetto di formazione artistica all’interno del proprio contesto locale (e non solo), gestendo da tempo il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia− offre agli avventori uno spettacolo da non perdere assolutamente, per la profondità dei temi trattati e la grande professionalità della messinscena e dei suoi stessi interpreti.

C’è da dire, prima di tutto, che siamo davanti ad una fonte di vero e proprio orgoglio locale: l’autore del testo è Emanuele Aldrovandi, giovanissimo drammaturgo reggiano e già vincitore del Premio nazionale di Teatro Luigi Pirandello (2012), che, proprio col testo qui rappresentato, ha vinto nel 2013 il più prestigioso riconoscimento nazionale per la nuova drammaturgia, il Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”.Homicide House 2

Elencare i pregi e i premi degli artisti coinvolti in questo progetto è molto semplice: quello che risulta davvero arduo è raccontare ciò che si è visto, chiusi in quel piccolo Teatro per un atto unico di un’ora e un quarto.

Definire “Homicide House” è complicato: siamo davanti non certo a un dramma convenzionale, ma a una “parabola” che mette sul piatto, con tutto il loro peso, il concetto di “verità”, “menzogna”, “amore” e “senso della vita e della morte”.

Credo che proprio il termine “parabola” sia quello più adatto, infatti, per definire il concetto sottostante il dramma rappresentato: va in scena una storia ricca di spunti ed innumerevoli interpretazioni, i cui protagonisti non hanno un nome proprio, come per rappresentare al meglio degli archetipi umani (o pseudo tali).

Siamo davanti ad un “Uomo” (Marco Maccieri, anche regista del dramma) pieno di debiti, sposato con una “Donna” (Cecilia Di Donato) e minacciato da uno strozzino (“Camicia a pois”, interpretato da Luca Cattani): da questa drammatica situazione –in cui fin da subito entrano in scena giochi di menzogna, patti non rispettati e tentativi di salvare la propria immagine davanti all’ignara consorte− la vicenda si sviluppa in modo sempre più imprevedibile, facendo rimanere lo spettatore continuamente in bilico fra amare risate e la trepidante attesa di una definitiva svolta.

Homicide House 3Non trovando un adeguato éscamotage per uscire dalla sua terribile condizione, il protagonista sceglie di essere introdotto dall’aguzzino all’interno della “Homicide House”, un luogo in cui persone alquanto abbienti pagano ingenti somme di denaro per infliggere sadiche torture e per, poi, uccidere il “prigioniero” di turno: come conclusione di questo rito, la famiglia della vittima può estinguere gli eventuali debiti ed essere, addirittura, lautamente “premiata” a livello economico.

Ed è qui che l’Uomo incontrerà la propria persecutrice: “Tacchi a spillo” (Elena Arvigo), una donna tanto sadica quanto, in fondo, estremamente sola, che sembra agire con violenza solo per colmare una fragilità patologica.

Nel terribile e serrato dialogo che seguirà, si getteranno le basi per uno sviluppo assolutamente impensato, che porterà lo spettatore a vedere i due coniugi rivelarsi per la loro reale essenza, a mettere in discussione tutto ciò che sembrava realmente assodato: l’amore reciproco, i criteri stessi con cui si attribuisce valore ad ogni elemento della realtà usuale, che ad un tratto appare tanto preziosa quanto, in fondo, “pallida”, insipida.

In questa sadica e folle “Homicide House” sono quasi i valori stessi ad essere uccisi, torturati, messi alla prova: l’idea di coraggio, di vero e di scelta sono i cardini su cui si muove questo spettacolo, che trascina lo spettatore in una tragica climax ascendente, dalla fine imprevista.Homicide House 4

Ciò che sicuramente è più stravolto è proprio il concetto stesso di equilibrio, come ben evidenzia la spoglia scenografia ideata da Antonio Panzuto: essa è costituita da una sedia ed un tavolo, che, se mossi da “Camicia a pois”, possono trovare posizioni irrazionali e nuove, rappresentando simbolicamente il disordine introdotto in primis all’interno del protagonista stesso.

Una lotta fatta da parole, dialoghi dai ritmi serrati e dai contenuti quasi filosofici.

Un’infinita lode va agli interpreti, tutti profondamente professionali e realmente capaci di trasmettere ogni elemento narrativo agli spettatori: sebbene ci troviamo all’interno di una rappresentazione per certi versi simbolica, gli attori sono ben lontani dal presentarci banali clichés, riuscendo a portare sulla scena personaggi a tutto tondo, di ingente portata drammatica.

 

Tutti gli elementi, dunque, sono favorevoli per rendere “Homicide House” uno di quegli spettacoli che segna profondamente una stagione teatrale e, come sempre, quello che rimane è compito di chi assiste: allo spettatore tocca, a questo punto, scegliere, fra il vivere il dramma  come reale provocazione o decidere di rifugiarsi nella comoda pseudo-certezza che niente mai lo renderà un folle aguzzino o una vittima imbelle, figure che, in fin dei conti, non sono altro che due sfaccettature della medesima, tragica medaglia delle circostanze e delle proprie (s)fortunate scelte.

 

 

Produzione BAM Teatro/MaMiMò

Con il contributo del Premio Riccione per il Teatro

In collaborazione con il Comune di Correggio – Centro di documentazione Pier Vittorio Tondelli

Testo vincitore del 10° Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”

HOMICIDE HOUSE

di Emanuele Aldrovandi

con Elena Arvigo, Marco Maccieri, Luca Cattani, Cecilia di Donato

regia Marco Maccieri

scene Antonio Panzuto

costumi Francesca Dell’Orto

disegno luci Fabio Bozzetta

direzione Tecnica Paolo Betta

assistente alla regia Pablo Solari

 

 

Clizia Riva

 

Foto di scena:  Marco Merzi- Centro Teatrale MaMiMò

 

 

 

 

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