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Afghanistan il Grande Gioco 1

IL GRANDE GIOCO DEL POTERE: “ AFGHANISTAN ” AL TEATRO DELLE PASSIONI

by • 13 Febbraio 2017 • evidenza, news, QuartaPareteComments (0)922

Rimane a disposizione di ogni tipo di pubblico (giovani, meno giovani, storici e non storici) fino al 19 febbraio uno spettacolo assolutamente imperdibile: Afghanistan: il grande gioco. La nuova produzione del Teatro Elfo Puccini non si può definire una pièce, ma un viaggio: un viaggio di cui, per il momento, possiamo conoscere le prime cinque tappe. Attraverso i testi di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys e Joy Wilkinson (tradotti da Lucio De Capitani) e una traccia audiovisiva che imbastisce le differenti parti dell’iter storico qui affrontato, ci troviamo di fronte alla Storia. Quella grande Storia che intrappola al suo interno le varianti umane più disparate: l’amore, il potere, le differenti teorie e culture, la realtà di chi può scegliere, la passività di chi non possiede più un posto al sole.

Un immenso affresco che attraversa gli anni e le vicende di uno fra i Paesi più discussi e più contemporaneamente ignorati: chi di noi si è soffermato realmente a studiare le vicende di quel lembo di terra così vicino e, al contempo, così remoto?

Dobbiamo questo immenso progetto al Trycicle Theater di Londra, che ha commissionato a tredici autori inglesi una pièce riguardante i rapporti tra l’Afghanistan e l’Occidente dal 1842 ai giorni nostri.

In questa prima parte, il Teatro dell’Elfo (già avvezzo a progetti a lungo termine, quale Angels in America) ci conduce in un viaggio che parte dalla metà del XIX secolo per arrivare al 1996: un lembo temporale densissimo, in cui incontriamo il governo britannico, la presa di potere Sovietica, le dinamiche della Guerra Fredda, la CIA, leader prima celebrati poi detronizzati e, infine, l’arrivo dei talebani. Si parte dalle porte di Jalalabad (“Trombe alle porte di Jalalabad” di Stephen Jeffreys) e dall’attesa, fra Remarque e Buzzati, dell’arrivo della storia. L’immobilità dell’esercito inglese è analizzato al suo interno, facendo emergere le più disparate posizioni ideologiche e umane: sarà l’arrivo di un locale afgano (perlopiù disarmato) a scatenare azioni e pensieri opposti, mentre tutto ciò che conta accade lontano. Troppo lontano. Dal freddo e da un esterno non familiare, ci spostiamo (con “La linea di Durand” di Ron Hutchinson) nella stanza privata di Abdur Rahman, emiro afgano fino all’inizio del XX secolo. Qui ci aspetta un dialogo assolutamente ludico: nella sua densità di concetti e posizioni esplicitate, emerge un interessantissimo scontro verbale fra la teoria occidentale e la pratica orientale, tanto differenti nel dare una definizione all’idea di nazionalità, di Paese, di popolo. Può una linea immaginaria far cessare ogni tipo di conflitto etnico e politico? È davvero “indolenza” l’atteggiamento passivo del capo dello stato afgano o è solo un non riconosciuto segno di profonda saggezza? Le dinamiche, qui, avvengono unicamente nella testa: si confligge su un oggetto, su un ideale. Di segno opposto è la terza pièce qui proposta (“Questo è il momento” di Joy Wilkinson): siamo già arrivati agli anni Trenta del Novecento e incontriamo l’affascinante Amanullah Khan, re dell’Afghanistan e fautore dell’indipendenza del Paese dal Governo Britannico. Cogliamo tuttavia, il monarca (noto per il suo rivoluzionario progressismo, perseguito in territorio afgano insieme alla moglie, l’amata Soraya) alla fine del suo regno: tradito dal popolo in rivolta, si avverte la tensione fra il desiderio di una vita da salvare e l’etico dovere di non abbandonare il proprio popolo.

“Legna per il fuoco” di Lee Blessing ci regala, invece, una prospettiva totalmente differente: l’Afghanistan, qui, viene solo visto da lontano. Fra Owens- direttore della CIA di Islamabad- e il generale Akhtar -direttore dell’Inter-services Intelligence del Pakistan- si sviluppa una dialettica di potere, in cui contrastano due visioni opposte, in conflitto riguardo alla visione del popolo locale. L’Afghanistan è solo un “cuscinetto” antirusso? Chi combatte contro l’Unione Sovietica ha davvero gli appoggi internazionali? È giusto obbedire unicamente agli ordini o si deve, ogni tanto, andare oltre? Questa prima parte di “grande gioco” si conclude con la pièce dal respiro più fantasioso fra tutte: “Minigonne di Kabul” di David Greig. Il protagonista è, qui, Najibullah, quarto e ultimo Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Lo ritroviamo all’interno di un viaggio ai limiti dell’immaginazione: una scrittrice inglese lo intervista ai limiti della vita, poco prima che i talebani facciano irruzione nel palazzo dell’ONU in cui è rifugiato da anni e, dopo lunghe e terribili torture, lo uccidano cruentemente. La prima parte del viaggio, che dura circa tre ore, si ferma qui. Una parabola consumata a un ritmo perfetto, fra poche azioni e molti pensieri: questo grande affresco ha il grande pregio di essere assolutamente e, nell’accezione più positiva possibile, profondamente didattico. Chiaro, coinvolgente, mai eccessivamente didascalico: “Afghanistan” del Teatro dell’Elfo si regge su attori dalle perfette intenzioni, scevre di qualsiasi eccessiva enfasi. Ci muoviamo in luoghi e tempi distanti, ma usciamo edotti e, soprattutto, profondamente colpiti.

Colpiti dalla nostra ignoranza e la nostra indifferenza verso drammi storici e attuali che non sono assolutamente né remoti né alieni alla nostra realtà. Colpiti dall’intenzione perfettamente raggiunta: suggerirci quanti altri “grandi giochi” possano essere rappresentabili. Possano essere doverosamente raccontati.

Grandi giochi politici. Grandi giochi teatrali.
Clizia Riva

 

 

AFGHANISTAN: IL GRANDE GIOCO

di Lee Blessing, David Greig, Ron Hutchinson, Stephen Jeffreys, Joy Wilkinson 

regia Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani

traduzione Lucio De Capitani

con Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Leonardo Lidi, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri

scene e costumi Carlo Sala

video Francesco Frongia

luci Nando Frigerio

suono Giuseppe Marzoli

coproduzione Teatro dell’Elfo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione

Fotografie: Laila Pozzo

 

 

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