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Il problema è che in Siria stanno fallendo tutti

by • 11 Aprile 2018 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)381

In Siria hanno perso tutti. E non è una frase strappalacrime o uno slogan per accaparrarsi l’indignazione. 

In Siria hanno perso veramente tutti, o se volete hanno “non vinto” prendendo in prestito un termine alla nostra politica. E quella che all’inizio sembrava una guerra civile complicata, ora è solo un pasticcio diplomatico che nessuno vuole risolvere perché nessuno è in grado realmente di risolverlo. Nessuno è in grado di vincere, né sul campo, né con la diplomazia. 

Lo capiamo in questi giorni, in cui in teoria la situazione avrebbe dovuto calmarsi: il 4 Aprile scorso Russia, Turchia e Iran avevano raggiunto accordi preziosi per spartirsi le aree di influenza future e nella Ghouta di Damasco si era ormai vicini ad un accordo con i ribelli, mediato da Mosca. Tutto sembrava avviarsi verso la cinica fine della guerra.

Poi arriva l’attacco chimico di domenica. Una bomba diplomatica oltre che effettiva. Decine di morti, ma soprattutto una situazione che ritorna nella più profonda incertezza per tutti gli attori coinvolti. E non solo! Un’incertezza che aumenterà con l’aumentare degli attori stessi, visto che nelle prossime ore potremmo vedere la comparsa di due nuovi eserciti nei cieli siriani, quello francese e quello inglese, ognuno con i suoi motivi. Ognuno desideroso di sedersi al tavolo delle trattative che non decolla da 7 anni. Sette anni. 

In questo momento sul suolo siriano sono presenti gli eserciti più potenti al mondo, escluso quello cinese, tutti a distanza di sicurezza, timorosi di spararsi contro e rapidi nello sfogarsi sui siriani. Il paradosso della Siria è che questa è stata la prima guerra moderna in cui si ha più paura a sparare ad un soldato che ad un civile. Russia, Stati Uniti, Turchia, Iran, Israele. Tutti impantanati. Attorno a loro ronzano lealisti di Assad, ribelli sunniti, gruppi estremisti e curdi. Se si aggiungessero anche Francia e Regno Unito, il tavolo delle trattative avrebbe bisogno dei rappresentanti di 11 fazioni, escludendo gli estremisti ma aggiungendo i sauditi che combattono per procura 

Non è difficile capire perché una pace ora è quantomeno impensabile.  

Con una confusione tale, non si può dire che qualcuno abbia vinto, nemmeno chi ha vinto sul piano militare. Sulla pelle dei siriani va in scena lo slogan del “in guerra non vince nessuno“. E’ innegabile. 

Bisogna dire, infatti, che Assad ha ormai sconfitto tutti i ribelli. Quindi in teoria il motivo per cui la guerra era cominciata è risolto. Ma una cosa ha fatto più danni delle armi: l’incapacità della classe politica mondiale. Tutta. Dal 2011 ad oggi, da Obama a Trump, da Putin a Erdogan, da Assad a Nethanyau. Qualcuno si è rivelato un fine stratega. Nessuno, un politico degno di questo nome. 

Tutti si sono affrettati negli anni ad accaparrarsi una fetta di Siria, nessuno si è preoccupato delle conseguenze. Tutti hanno scommesso sulla pace e nessuno ha mai lavorato per ottenerla. Nessuno ha rispettato una linea o ha tenuto fedeltà assoluta a una fazione, ogni pezzo sulla scacchiera si è mosso per conto proprio. E oggi, è patta 

In Siria ha fallito l’America. Obama non ha mai avuto una linea ben chiara e ha solo portato incertezza. E’ stato il presidente che più si è inimicato Putin e questo non ha creato fiducia fra le parti. Obama non ha mai provato la via diplomatica vera e propria, ma solo una serie di accordi e trattative che hanno fatto solo provocato Mosca. Di contro Trump ha provato con la strategia opposta, fatti e non parole. Questo però lo ha stretto nell’angolo della “Trumplomacy“, ovvero a forza di bluffare poi manca il coraggio. Ha promesso “fuoco e furia” alla Corea del Nord ma non ha premuto il bottone, una volta provocato. Ha promesso di intervenire in caso di nuovo attacco chimico e ora la sua parola lo costringe a farlo. L’immagine che da è quella di un cane che abbaia, ma chissà se morde. Insomma, l’America in Siria sta solo gettando incertezza da 7 anni. 

ribelli hanno perso militarmente e con loro tutta la schiera sunnita che li appoggiava, come l’Arabia e la Turchia. Hanno sognato di rovesciare lo sciita Assad, e ora ne escono con le ossa rotte e con un altro fronte “sciiti vs sunniti” aperto: lo Yemen 

La Turchia non si è arresa, in realtà, e ha palesemente cambiato sponda. È passata dalla parte di Putin, gettando ombre sul suo ruolo NATO, per ottenere il via libera all’azione contro i curdi. Le operazioni contro i curdi (su suolo siriano) hanno visto vincere i turchi, ma i curdi a est sono ancora ben armati e protetti dagli Stati Uniti. Non possiamo nemmeno chiamarla vittoria, dal momento che ha solo aumentato l’astio e il sospetto fra le parti. 

Israele ha fallito e ora ha paura. Assad è sempre stato un nemico, fin da prima della rivoluzione, cioè quando provò a dotarsi di nucleare. La Siria era un vicino pericoloso, ora è un vicino pericoloso e arrabbiato 

Ma dalla parte dei vincitori non si registrano grandi “incassi“. L’Iran ha aiutato uno stato sciita, ma in pochi mesi ha cancellato ogni progresso nell’amicizia con gli Stati Uniti e l’Occidente. E si è impantanato anche in Yemen.  

Assad? Nei fatti è il vincitore, da un anno si scrive come ormai tutto sia in mano sua. Ma siamo sicuri? Un vincitore userebbe armi chimiche in maniera sclerotica contro una sacca di ribelli destinata a morire? È abbastanza inverosimile che un presidente quasi dato per sconfitto e disperso, sia risorto magicamente e abbia ora il controllo totale della situazione. Molto più probabile, invece, che qualche generale abbia molto potere, ma che lui non voglia ammetterlo per non perdere credibilità.  

E qui arriviamo all’alleato principale e nuovo attore del Medio Oriente: la Russia. Putin si è dimostrato capace di vincere, ma incapace di cogliere i frutti della vittoria. Sono anni che Assad sta vincendo nei fatti, ma sono anni che la guerra va avanti in maniera caotica. Il compito dell’ordine spetta al vincitore. La Russia non garantisce ordine in Medio Oriente da anni, non riesce a convincere gli sconfitti a trattare. Inoltre si è fatta più volte garante della Siria, quindi l’uso di armi chimiche è imputabile anche al Cremlino.  

Nessuno si fida di nessuno. Le fazioni non sono unite e coordinate. L’ONU annaspa e due membri del Consiglio di Sicurezza vorrebbero buttarsi nella mischia. 

L’incompetenza della politica mondiale si è concentrata in Siria. Il popolo siriano ha subito un conflitto assurdo, in cui tutti vogliono entrare ma nessuno sa come uscire.  

Ma abbiamo perso anche noi, l’opinione pubblica 

Perché della Siria non ce ne frega niente sistematicamente da anni. Perché ci siamo assuefatti di immagini di Aleppo crollata, ci siamo stancati della parola “profughi”, ci siamo fatti il sangue cattivo con l’immigrazione e ci è importato del Medio Oriente solo quando c’era l’ISIS. In pratica, solo quando i cattivi erano belli evidenti, come nei cartoni.  

Perché non abbiamo voglia di metterci lì e capire. È molto più comodo parteggiare. È molto più comodo tifare per Trump e i suoi interventi, è molto più comodo affidarsi a Putin e alla ricostruzione propagandistica russa, è molto più comodo dare contro a tutti e limitarsi a indignarsi ogni volta che un attacco chimico passa la “linea” dell’umanità. 

Perché un’opinione pubblica che si indigna per l’uso di armi chimiche, è un’opinione pubblica che non si indigna per una guerra che va avanti con i proiettili normali da 7 anni, che non chiede conto ai propri politici di questo, che preoccupata del proprio paese sta producendo una classe dirigente preoccupata solo del consenso interno e totalmente inadatta su scala mondiale.  

Un’opinione pubblica che ha bisogno di vedere bambini soffocati per indignarsi.   

E così forse arriverà un attacco USA a una base siriana. Un attacco a cui la Russia risponderà. Ma se sono passati due giorni di trattative, un motivo c’è. Ed è che gli Stati Uniti non vorrebbero sparare dei missili, ma dovranno farlo. La Russia non vorrebbe rispondere, ma dovrà farlo. Nessuno vorrebbe alzare la tensione, ma nessuno vuole sembrare debole abbassandola. In un pasticcio diplomatico in cui le bombe servono a seppellire l’incapacità. Assieme alle persone.

 

Andrea Stanzani

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