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Il Traditore – di Marco Bellocchio (2019)

by • 28 Maggio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)45

L’azione si svolge in un paese oppresso e tenace

Negli anni Ottanta è in corso una guerra tra i capi della mafia siciliana per il controllo sul traffico della droga. Tommaso Buscetta, conosciuto come il boss dei due mondi, fugge per nascondersi in Brasile e da lontano assiste impotente all’assassinio del fratello e di due suoi figli, a Palermo. Buscetta stesso è braccato in Sudamerica. Ma, prima della mafia, è la polizia brasiliana a catturarlo e ad estradarlo. Il giudice Giovanni Falcone gli offre un’alternativa: collaborare con la giustizia, tradire la mafia stessa, secondo il codice d’onore, punibile con la morte e la maledizione sulla famiglia del medesimo. Nel 1986 si celebra il maxiprocesso nell’aula-bunker di Palermo. Le sue rivelazioni permisero una ricostruzione dell’organizzazione e della struttura di Cosa Nostra, alla base della quale vi erano i soldati scelti dalla famiglia, sopra di essi i capi decina, scelti dal capo della famiglia, sopra ancora i diversi consiglieri e il sottocapo, e infine il capo famiglia.

Protetto da tre pannelli di vetro disposti a ferro di cavallo, in un silenzio surreale, alle spalle alcuni imputati ad inscenare ridicole pantomime fino a poco prima, chi spogliandosi, chi chiedendo di fumare, degli occhiali a specchio che riparano occhi che, con disperata pacatezza, hanno messo insieme una quantità di materiali, segni, tracce disparate, l’enciclopedia di un mondo in pezzi e le ossessioni di un uomo che pure sta andando in pezzi, tale da ricevere un’attenzione particolare dal magistrato Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta, rinnegata e sola bestia in vetrina, dà irremovibile le spalle al pubblico, al contrario di Totuccio Contorno che risponde per le rime in una lingua comprensibile e valicabile solo ai diretti destinatari, di continuo richiamato.

Privato della gloria, dei miliardi, dell’abbondanza e della compagnia a cui era abituato un tempo, all’oscuro come in un’intervista concessa a Enzo Biagi, sempre disinteressato al potere ma successivamente sotto i riflettori, un’immagine di solitudine speculare e opposta a una delle prime del film, bianco candido e inamidato al centro di un gruppo di famiglia in un interno, un refolo di tempesta che mette trattini tra le foglie di una strada fiancheggiata da ringhiere, invece di lasciare le cose e le loro funzioni al posto stabilito, Buscetta, come ogni classica figura controversa in questo senso, è un traditore e contemporaneamente un eroe, come scriveva Jorge Luis Borges in Tema del traditore e dell’eroe, poiché nella scelta di infangarsi e immolarsi ripulisce la coscienza degli altri, come Giuda, in Tre versioni di Giuda, la vera figura cristologica, si era sacrificato alla Storia più di chiunque altro, Buscetta, che non può nulla, dopo la morte di Falcone e Borsellino, pungolato dall’avvocato difensore di Giulio Andreotti Franco Coppi, sul finire degli anni Novanta, ammutolito ed attento alla raucedine – Buscetta sarebbe morto quattro anni dopo, a Miami, su un letto, come si augurava.

I peccatori guardano il cielo

«Allora, si comincia?» esclamò Dolochov.
«E perché no?» rispose Pierre, sorridendo sempre allo stesso modo.

Caratterizzato da un rigore e da una solidità che non appartengono a nessun altro regista italiano vivente, senza tema di smentita l’unico in grado di affrontare senza timori reverenziali la storia del nostro paese, dallo statista Aldo Moro in Buongiorno, Notte al Benito Mussolini di Vincere, fino al più recente caso di Eluana Englaro in Bella addormentata, Marco Bellocchio accantona tutta una tradizione corredata di stilemi triti e ritriti, allorché si dirige e si indaga un criminale al cinema, concentrandosi sui conflitti tangibili che imperversano nella mente di un condannato a morte, l’apoteosi della paranoia suggellata dalla fiamma ossidrica che sigilla una bara nei tetri attimi precedenti la tumulazione, fenomeno naturale che si osserva a malapena e a cui non si assiste, richiamato più volte da Buscetta – alla fine si muore, e basta –, impreziosito dalla prova di Pierfrancesco Favino, che ne riproduce più che fedelmente la parlata affettata, influenzata dagli anni vissuti all’estero, accompagnato pregevolmente da Luigi Lo Cascio, un eclatante Contorno, e Fabrizio Ferracane, il sinistro Pippo Calò, l’amico creduto che lo sfida a un duello cruento pur nelle maglie procedurali, che infine lo canzona storpiando, alla maniera di un Babbo Natale in America, Toto Cutugno, il culmine di un confronto, tra Buscetta e Calò, portato al confine che divide il grottesco e la tragedia, ciò che determina l’uomo a non fidarsi e a volgere gli occhi turbati dal sonno plumbeo imminente, perché prima di morire riveda la vita.

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Luigi Ligato

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