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Indovina chi viene a cena? – di Stanley Kramer (1967)

by • 23 Novembre 2017 • ConcretaCult, evidenza, newsComments (0)523

Due maturi coniugi di idee progressiste, Matt e Christine Drayton, rimangono sconvolti all’annuncio del fidanzamento della loro unica figlia con un medico di colore, John Prentice. Mentre Matt si oppone decisamente al matrimonio, Christine si sforza di accettare la situazione. Anche i genitori di John non approvano l’unione del figlio con una ‘bianca’. Per volere di Joey si ritroveranno tutti i riuniti in una cena che non inizia sotto i migliori auspici…

Il cinema non aveva mai avuto il coraggio di affrontare un tema delicato come quello dei matrimoni misti e Indovina chi viene a cena? del 1967, attualissimo ora come allora, è per questo una pietra miliare del genere. Stanley Kramer dirige con mestiere una grande sceneggiatura, ricca di dialoghi importanti, scritta magistralmente da William Rose, che vinse l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, con cui Kramer aveva già lavorato.

Inserito dall’American Film Institute nella lista dei cento migliori film statunitensi di tutti i tempi, Indovina chi viene a cena? non è una semplice commedia brillante, ma uno spaccato della società degli anni ‘60; un film che analizza e approfondisce alla perfezione i caratteri e i punti di vista di quattro genitori e due figli, il gap generazionale che li separa e la capacità di amare dei giovani, che con il passare del tempo può affievolirsi.

È proprio vero che l’uomo che invecchia, quando ormai i sensi hanno perduto molto della loro importanza, si scorda anche che esiste una cosa che si chiama passione.

Tema centrale della storia, la lotta contro i reali pregiudizi dell’epoca, verso le persone di colore e non solo, due giovani decisi a sposarsi si trovano davanti al severo ma saggio giudizio dei rispettivi genitori, preoccupati per tutte le difficoltà che i figli dovranno affrontare. Tutto questo rappresenta la presa di posizione di una certa parte di Hollywood a favore dell’amore libero tra le coppie miste. La struttura del film, lo rende scorrevole e veloce, anche nel momento in cui i dialoghi diventano più importanti. Quando arrivano a cena i genitori di John, inizia una sorta di intreccio circolare tra genitori e figli: le madri dei due ragazzi escono a parlare e lo stesso fanno i padri, poi John va a parlare con sua madre e Christine va a parlare con sua figlia e così via. Insomma, lo scambio circolare di opinioni, è un funzionale strumento per entrare nella psiche di ognuno dei personaggi, che escono cambiati da ogni incontro.

“Quattro ore non bastano neanche per fare la lista delle obiezioni che ho, ce ne vorrebbero otto perlomeno!”

L’unico punto meno verosimile è il cambio repentino di idee che hanno i genitori di Joey. Per una questione di tempi cinematografici e di ritmo della pellicola ovviamente non potevano ambientarlo in un lasso di tempo maggiore. Con questa repentina crescita mentale di 5 persone nel giro di un pomeriggio, il regista voleva porre lo spettatore di fronte ad una situazione estrema, ponendo domande ben precise.

“Lei ha imparato quello che noi le abbiamo insegnato, e cioè che era ingiusto ritenere che i bianchi fossero, non si sa per quale ragione, superiori ai negri, così come ai rossi e ai gialli naturalmente; e che quelli che la pensano così sono in errore, alcuni per malvagità, altri per stupidità, ma sempre sempre in errore. Questo le abbiamo detto. E quanto l’abbiamo detto non abbiamo aggiunto: “Però non ti innamorare di un uomo di colore!””

Come si fa ad insegnare ai figli la democrazia e l’uguaglianza, senza spaventarsi quando essi mettono in pratica ciò che è stato loro insegnato? Credo che al termine della pellicola questa domanda abbia la giusta risposta. Lo spettatore non si trova di fronte a un finale romanzato o troppo melenso, ma ad una oculata scelta di vita. Essere genitori è senz’altro il mestiere più difficile che ci sia, perché ti pone di fronte a problemi di entità unica; e voler decidere per la felicità dei propri figli non è mai una buona cosa, perché si rischia di ottenere l’effetto contrario. Scelte sbagliate e insegnamenti scorretti possono rovinare irrimediabilmente il futuro dei propri figli. Di certo la soluzione finale proposta dal padre di Joey, è una di quelle scelte volte ad avere fiducia dei propri figli e negli insegnamenti ad essi inculcati:

“Quanto a voi due e ai problemi che dovrete affrontare, mi sembrano quasi inimmaginabili. Ma tra questi io non ci sono. Ma voi siete due esseri perfetti, che vi siete innamorati, e che purtroppo avete una diversa pigmentazione. […] Solo una cosa ci sarebbe di peggio, e cioè che voi due, sapendo quello che fate, sapendo ciò che vi aspetta, e sapendo quello che sentite, non vi sposaste.”

Protagonisti indiscussi di questa pellicola: i premi Oscar Spencer Tracy e Katharine Hepburn, una delle grandi coppie del cinema, che tornarono per l’ultima volta a lavorare insieme dopo un sodalizio durato trentasette anni, nove film e una relazione ‘segreta’. La magistrale interpretazione di Katharine Hepburn, ad oggi annoverata come una delle più belle della storia del cinema, le valse l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Tracy recitò in uno stato terminale della sua malattia, tanto che la Hepburn dovette finanziare le riprese del film con il suo cachet, in quanto la produzione riteneva che l’attore fosse troppo malato per terminato le riprese. (Tracy morì 17 giorni dopo la fine delle riprese. ndr.). La Hepburn non vide mai il film completo, in quanto il ricordo del compagno era troppo doloroso. La scena finale in cui Tracy fa il suo storico monologo, girata durante l’ultimo giorno di riprese, è considerata una sorte di testamento dell’attore verso la compagna, tanto che la commozione della Hepburn in quella scena è reale e non recitata.

Riconosco che non l’avevo considerato, che non ci avevo neanche pensato, ma so con esattezza quello che lei sente, e non c’è niente nel modo più assoluto che suo figlio sente per mia figlia e che io non abbia provato per Christina. Vecchio? Sì. Avvizzito? Sicuro. Però vi dico che i miei ricordi ci sono tutti, chiari, intatti, indistruttibili, e così rimarranno dovessi campare cent’anni.”

Un film che ha fatto la storia: per i suoi temi delicati, per le sue grandi interpretazioni, ma soprattutto perché mantiene quel sapore di vero cinema, fatto per intrattenere raccontando qualcosa di urgente e di sentito, per portare un cambiamento vero e senza troppe sovrastrutture.

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Daniele Bertani

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