Cookie Policy

Il seme dell’azione teatrale. Intervista a Instabili Vaganti

by • 13 Marzo 2017 • QuartaPareteComments (0)946

Dopo numerose repliche in tutto il mondo, torna stasera, al Centro teatrale La Soffitta di Bologna, Desaparecidos#43, uno spettacolo di Instabili Vaganti, compagnia teatrale fondata da Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno che abbiamo intervistato per sapere qualcosa di più dello spettacolo e della compagnia.

 

Carta d’identità: quando e dove nasce Instabili Vaganti?

Desaparecidos_43_1 Instabili VagantiAnna Dora Dorno: Instabili Vaganti nasce a Bologna nel 2004 dal sodalizio artistico tra me, regista e attrice della compagnia e Nicola Pianzola, attore. Nei primi anni di lavoro non avevamo una sede in città ma come tutte le giovani compagnie eravamo costretti a lavorare in luoghi diversi. Nasciamo quindi dal “basso”, cominciando a costruire il nostro metodo e i nostri spettacoli in garage, in spazi multidisciplinari, lavorando nei boschi dell’Appennino, insomma facendo di tutto per poter portare avanti la nostra ricerca teatrale. Nel 2009 abbiamo vinto un bando del Comune di Bologna – Quartiere Reno, per gestire una sede, l’attuale LIV – Performing Arts Centre che, oltre ad essere uno spazio sempre aperto, dedicato ai giovani e con una programmazione costante, è da allora il nostro spazio prove. Nel quartiere abbiamo radicato la nostra attività generando una costante dialettica con artisti e progetti internazionali con i quali siamo venuti a contatto attraverso il nostro lavoro costante di ricerca e collaborazione artistica in tutto il mondo. Il LIV adesso racchiude un po’ questa nostra anima “instabile” e “vagante” ospitando realtà provenienti da paesi come Messico, Cile, India, Corea del Sud, Colombia, USA, etc. Ma alla instabilità in questo paese non c’è mai fine perciò al momento non abbiamo certezza di dove sarà la nostra sede, dato che lo spazio in questione andrà a bando quest’anno, con nostro ovviamente grande rammarico.

 

Come si è sviluppato il vostro spettacolo? È meglio parlare di co-creazione o il processo artistico è stato guidato principalmente da qualcuno (regista) o qualcosa (testo)?

Desaparecidos_43_2 Instabili VagantiAnna Dora: Nei nostri spettacoli il processo creativo è sempre guidato dalla figura del regista, ma l’attore, o sarebbe meglio dire il performer, ha una grande libertà creativa, soprattutto nella fase iniziale del lavoro, quando ancora non deve dialogare con gli altri elementi che poi concorrono alla drammaturgia dello spettacolo: immagini, suoni, video, oggetti. Desaparecidos#43 ha avuto tuttavia una storia leggermente differente dagli altri spettacoli. Nasce come una “Accion global” un’azione performativa in risposta ai fatti di Ayotzinapa con la finalità di diffondere l’accaduto anche in Italia e di lottare contro la disinformazione e la censura operata dal governo messicano. In questo processo di denuncia, abbiamo invitato a dialogare con noi diversi artisti italiani e messicani che hanno dato il loro apporto nello spettacolo, attraverso azioni performative, testi, immagini, musiche e quant’altro. Artisti che hanno lavorato per dei brevi e intensi periodi con noi nella struttura dello spettacolo, sempre diretti da me, ma che hanno lasciato loro frammenti in questo lavoro, anche dopo essere tornati nel proprio paese. Dal danzatore e coreografo messicano Hector Padilla Isunza che ha portato i fatti storici nello spettacolo, alla fotografa Giulia Iacolutti che ci ha fornito alcune sue immagini fotografiche per proiettarle durante la performance, al danzatore Omar Armella Romero che attualmente è qui a lavorare con noi dopo aver preso parte ad un workshop a Città del Messico ed essere entrato a far parte dello spettacolo in qualità di interprete. Ci interessava avere vari punti di vista sul tema e soprattutto dar voce a quelle persone che dal primo giorno in cui sono accaduti i fatti di Ayotzinapa, ci avevano informati e ci avevano chiesto di diffondere la notizia. Così lo spettacolo è diventato anche un forum aperto ad altri artisti al fine di apportare qualcosa di personale, di gettare quei semi che stanno continuando a fiorire replica dopo replica.

 

Non è facile far capire quanto sia lungo e complesso il lavoro di preparazione di uno spettacolo. Che cosa si è perso, procedendo nel lavoro teatrale? Come trasmetterlo ugualmente al pubblico?

Anna Dora: Desaparecidos#43 è sempre stato un lavoro molto particolare perché si apre alla ph Alfonso Narbaez_Desaparecidos_43 Instabili Vagantipartecipazione di artisti, non solo italiani ma anche messicani che, di volta in volta, hanno preso parte al progetto Megalopolis#Messico, il contenitore all’interno del quale è nato lo spettacolo. Quello che si è perso, procedendo con il lavoro teatrale, è la presenza fisica dal vivo di alcune di queste persone. Quindi è un progetto molto ampio che nel tempo ha coinvolto danzatori, attori, studenti. Siamo riusciti comunque a mantenere qualcosa di questo, per esempio, attraverso delle registrazioni vocali che sono rientrate in alcune fasi dello spettacolo. Chiaramente non si può rendere visibile tutta la rete di support, non solo artistico ma anche di organizzativo, come Amnesty International e una serie di altre associazioni messicane qui in Italia che sostengono lo spettacolo e il progetto.

Nicola Pianzola: Quello che stiamo facendo per mantenere viva la partecipazione e l’attenzione sul tema è quello di continuare a tenere lo spettacolo come una sorta di forum aperto sull’argomento, una sorta di luogo di incontro di differenti artisti.

Ogni versione dello spettacolo è differente nel suo cast: a Città del Messico abbiamo incluso dei danzatori della compagnia Tierra Independiente di Oaxaca e alcuni performer dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Qui in Italia, in occasione della replica a Bologna, abbiamo incluso una danzatrice ed un’attrice selezionate attraverso il workshop Open Call 43 (strumento specifico dove trattiamo i temi del progetto e che apriamo alle persone interessate) e un danzatore messicano giunto appositamente per questa occasione che ha partecipato invece alla replica a Città del Messico.

 

Come si traduce, in questo spettacolo e più in generale nel vostro lavoro teatrale, il rapporto con il territorio?

Nicola: Cerchiamo di costruire degli appuntamenti paralleli allo spettacolo che solitamente sono parte di un unico progetto di ricerca. In questo caso, nell’ambito del progetto Megalopolis#Messico, abbiamo programmato due sessioni di lavoro a febbraio, un incontro aperto a tutta la cittadinanza, tenutosi alla Casa per la Pace di Casalecchio di Reno, nell’ambito del programma “Primavera di Politicamente Scorretto“. L’incontro si è rivelato uno dei più importanti sulla vicenda Ayotzinapa, con ospiti provenienti da tutta Italia tra cui: Ruby Villareal, promotrice dell’appello Mexico Nos Urge, Carlos Rangel Perez, rappresentante di Asociación Cultural Rosa Mexicano e responsabile per l’Italia della mostra “Huellas de la memoria”, Giulia Iacolutti, fotografa e responsabile del progetto 365porlos43, Luana Filippi, artista visiva, il Prof. Giovanni Gentile Marchetti dell’Università degli Studi di Bologna, docente di Lingua e letterature Ispano Americane del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne, il giornalista Giacomo d’Alelio. Il tutto per portare l’attenzione sul caso Ayotzinapa che in Italia è stato poco diffuso a livello mediatico e di cui si è cominciato a parlare attraverso il nostro lavoro. Conclude il progetto la replica dello spettacolo a Bologna ed una Masterclass tenuta dal danzatore Omar Francisco Armella Romero al LIV il 19 marzo e rivolta ad attori e danzatori.

 

C’è un luogo fisico che è per voi lo spazio ideale per il teatro? Come può il teatro “cambiare i connotati” a uno spazio?

Anna Dora: Per noi il luogo fisico ideale per il teatro è uno spazio in cui è possibile dialogare. Dialogare con il pubblico ma anche con le strutture e con chi le abita. Uno spazio in cui sia possibile creare rispetto e rispettare, non importa che sia al chiuso o all’aperto, abitato o abbandonato ma in cui le forze e le energie di chi lavora al processo creative, così come alla sua diffusione e fruizione, possano trovare una congiunzione.

Abbiamo lavorato in spazi di ogni tipo, in un aereo abbandonato nella laguna di Tampico, una delle città più pericolose del Messico, nelle fabbriche dismesse dell’Argentina e dell’Uruguay, nei grandissimi teatri cinesi progettati da famosi architetti, in una chiesa Patrimonio Unesco in Cile, o in un palco di terra in uno sperduto villaggio dell’India. Ciò che accomunava questi spazi era proprio la volontà di celebrare un rito, di realizzare un atto performativo condiviso dagli attori e dagli spettatori.

Chiaramente dopo tanti anni di lavoro non ci dispiacerebbe poter avere a disposizione anche un luogo vero e proprio, reale, concreto, attrezzato, un “TEATRO” in cui poter coltivare il nostro percorso insieme alle persone che negli anni hanno lavorato con noi. Se in questo momento potessimo esprimere un desiderio credo che sarebbe proprio quello di poter produrre i nostri spettacoli in un teatro e di poter ospitare lì tutti gli artisti di grande valore che abbiamo incontrato nei nostri progetti in tutto il mondo.

 

Coniugare un’ azione etica di cambiamento con la creazione di un’opera artistica: come risponde il vostro teatro a questa sfida?

Anna Dora: Uno degli ultimi testi del nostro spettacolo recita questo: Volevano seppellirci ma non sapevano che eravamo semi.

Questa frase si può interpretare in vari modi: sia dal punto di vista del ricordo, della memoria, di ciò che si può generare da eventi di questo tipo, e anche dal punto di vista artistico, come gettare i semi per far fiorire qualcosa, da un evento tragico far nascere, attraverso l’arte, la poesia, il teatro, qualcosa che riesca a comunicare un messaggio positivo, di cambiamento, di speranza. Questo è quello che cerchiamo di fare attraverso il nostro spettacolo che combina più linguaggi proprio per arrivare dritto al cuore dello spettatore, cercando di suscitare un sentimento sia di rifiuto che di ribellione nei confronti di quello che è accaduto, ma anche soprattutto di speranza verso il futuro.

 

Quali progetti avete per il vostro futuro? Quali linee di sviluppo vorreste che seguisse il vostro lavoro scenico?

Nicola: Negli ultimi anni il nostro lavoro sta seguendo una doppia linea che gioca tra glocale e globale. Le ripetute tournée mondiali ci hanno portato a contatto con diversi contesti culturali e artistici, a lavorare con performer, danzatori e artisti di diverse nazionalità. Questo ha permesso ai nostri progetti di svilupparsi, di frammentarsi, di essere costruiti attraverso diverse tappe di lavoro, di essere soprattutto influenzati dai diversi luoghi, come dalle megalopoli che abbiamo attraversato proprio con il progetto Megalopolis all’interno del quale è nato Desaparecidos#43. Questo è diventato il nostro modo di raccogliere suggestioni e di creare, di portare in questi luoghi il lavoro finito ma allo stesso tempo invitare gli artisti di questi luoghi nei nostri territori per continuare il lavoro. Un modo di concepire il mondo intero come luogo dove sviluppare la nostra ricerca artistica.

Anna Dora: Chiaramente ci piacerebbe continuare a seguire questa nostra vocazione internazionale, di lavorare in tutto il mondo, ma anche avere una solidità, una base qui in Italia, qui a Bologna, dove far confluire tutte queste esperienze, che in questi anni sono state sostenute dalla nostra voglia personale.

 

Per concludere, una domanda impossibile. Il teatro fa bene o fa male?

Anna Dora – Il teatro fa bene e fa male proprio perché è un’arte completa e come tutte le forme artistiche fa riflettere da tutti i punti di vista, sia in positivo che in negativo. Almeno, il teatro, come noi lo intendiamo, e cioè quello in grado di sublimare in forme artistiche e poetiche anche vicende storiche o di attualità che feriscono e segnano nel profondo. Tendere alla bellezza, all’atto poetico, alle emozioni sane, anche partendo dagli aspetti più terribili della vita, come la perdita dei propri cari e la sparizione forzata dei propri figli, è un qualcosa che mi fa avere fede nel teatro. Per quanto male possa fare affrontare le atrocità di cui siamo capaci, il teatro sembra portarci verso il bene, o almeno una sensazione di benessere generata dal processo creativo e la fruizione di questo.

Nicola: Il teatro fa male, quando colpisce, ferisce, quando ti mette a nudo, quando ti fa scavare in profondità, quando ti mostra una strada senza ritorno e ti fa pensare che la verità stia nell’atto teatrale stesso, mostrandoti la vita di tutti i giorni come arida e priva di significato. Il teatro sottrae alla vita, si nutre di essa e a volte lascia vuoto il suo contenitore. Eppure, paradossalmente, è questo che mi fa bene.

Abbiamo lavorato spesso in paesi dove un teatro civile, politico, o semplicemente che affronta temi di una certa importanza, viene considerato come “male”, come elemento in grado di destabilizzare la società. Questo mi fa pensare che il teatro sì, fa male, per fare del bene. Fare davvero teatro, fino in fondo, è un grande sacrificio, è prendersi una grossa responsabilità, che non sempre sarà capita o approvata da altri, ma che è necessaria, per il bene di una comunità.

 

Stefano Serri

 

immagini: per concessione Instabili Vaganti

 

 

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy