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Israele fra due fuochi

by • 5 Maggio 2018 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)318

Da qualche anno Israele stava attraversando un periodo di relativa calma. Relativa, perché a Gerusalemme la situazione è tesa da oltre 60 anni e si sa.

L’ultimo momento di conflitto vero risale al 2014, con le scaramucce di razzi fra Gaza e Tel Aviv per tutta l’estate. L’anno successivo ci sono stati numerosi episodi di violenza nelle città fra arabi e israeliani, ma la situazione è stata sempre contenuta. Oggi dopo 3 anni sembra essersi riaccesa la miccia, a causa del contesto mediorientale ora sempre più incerto.

Israele si ritrova ora preso contemporaneamente fra due fuochi: un fronte interno ed uno esterno collegati e forse anche coordinati fra loro. Ma per capire meglio il tutto, conviene analizzarli uno alla volta, con tutto quello che è successo recentemente.

Partiamo dall’eterno conflitto fra palestinesi ed israeliani, occasionalmente il più facile da capire. Dal 30 marzo 2018, ogni venerdì dopo la preghiera in moschea ci sono state manifestazioni palestinesi represse dalle forze israeliane. Le proteste sono state organizzate per un motivo ben preciso: è la Marcia del Ritorno. Il 30 marzo del 1976, infatti, ci fu una grande azione militare israeliana che espropriò le terre dei palestinesi in Galilea. L’obiettivo della marcia è quello di un “ritorno” simbolico alle terre natie, ovvero forzare il confine della striscia di Gaza.

Dal 30 marzo, ogni venerdì ci sono state grandi tensioni ai confini, con i palestinesi intenti a bruciare pneumatici e rompere i recinti e con i cecchini israeliani pronti a fare fuoco ad ogni infrazione. Il risultato sono stati circa 50 palestinesi morti fino ad oggi e migliaia di feriti. Il culmine delle proteste si raggiungerà il 14 maggio, cioè il 70° anniversario della nascita di Israele. La “Nakba” secondo i palestinesi, ovvero la catastrofe.

Queste proteste sono state organizzate da Hamas, il gruppo radicale che da anni governa la Striscia. In Cisgiordania, invece, dove governa il gruppo palestinese più moderato Fatah, non si segnalano disordini gravi. Questo è dovuto sicuramente alle condizioni di vita della Striscia, in cui si ammassano 2 milioni di persone su circa 400 kmq: una densità abitativa superiore a New York, per una situazione economica decisamente opposta, disastrosa.

Quindi i motivi dei disordini sono molteplici: la variabile demografica ed economica che sta portando Gaza al limite, la concomitanza di importanti anniversari politici e sicuramente la grande novità dell’anno che ha buttato benzina sul fuoco. La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele (oggi molti riconoscono Tel Aviv come tale) e di spostarvi l’ambasciata USA.

L’ultima dichiarazione che ha contribuito all’escalation è stata quella di Abu Mazen, presidente di Fatah e massima autorità mondiale palestinese, che in tutta la sua moderazione ha detto che l’Olocausto non è stato provocato dall’antisemitismo, quanto dall’usura che ha reso odiati gli ebrei. Frasi che non aiutano la pace.

Ma abbiamo citato The Donald, quindi passiamo a vedere il contesto internazionale per capire perché Israele è così agitato.

I primi mesi del 2018 sono stati pieni di episodi significativi, in particolare nel territorio siriano. Fin dall’inizio di Gennaio si sono intensificate le azioni militari al confine: se per anni gli israeliani sono stati ad osservare attenti quello che succedeva nel giardino del vicino, da qualche mese hanno cominciato anche a fare bombardamenti tattici sul suolo siriano. Nessuno li ha considerati perché si sono svolti in contemporanea alle operazioni turche ad Afrin e anche perché bombardare in Siria è da tempo lo sport nazionale di molti paesi.

E invece erano azioni importanti, con obiettivi ben precisi! Quello che Israele sta puntando non è la Siria, ma l’Iran. E l’obiettivo dei recenti bombardamenti sono il più delle volte installazioni iraniane (Teheran è grande alleata di Assad). Dopo la notizia del bombardamento chimico operato da Damasco, Israele è stato il primo a lanciare un contrattacco in piena autonomia, senza l’aiuto di USA, UK o Francia. Ma anche qui, l’obiettivo non erano le basi colpevoli dell’uso del gas, ma le basi militari in cui erano presenti consiglieri iranani. L’Iran sta di fatto utilizzando la scusa della guerra civile per piazzare forze militari molto vicine al confine israeliano.

In aggiunta, ecco l’altra dichiarazione di Trump: l’annuncio di lasciare “entro breve” la Siria. Altra mossa con pesanti ripercussioni sullo stato Israeliano, che ora teme di essere abbandonato dal suo maggiore alleato ed essere accerchiato dal suo maggior nemico esterno, l’Iran appunto.

Sono mesi che si sta svolgendo una guerra fuori dalle leggi internazionali, ovvero con Israele che non dovrebbe bombardare forze militari che non dovrebbero essere lì presenti. Il tutto è abbastanza ignorato, con l’attenzione dei media concentrata su Mosca e Washington. Eppure Israele sta da tempo cercando di richiamare l’attenzione.

L’ultima arma di offesa è la conferenza del presidentissimo Netanyahu. Il 18 febbraio il premier aveva mostrato ad una conferenza a Monaco il pezzo di un drone, affermando si trattasse di un drone iraniano abbattuto su suolo israeliano. Con grande platealità, Netanyahu si era rivolto all’emissario persiano Zarif dicendo “Lo riconosce, signor Zarif? Può riportarselo a casa“. E non sono mancati alla conferenza numerosi parallelismo fra Iran e Hitler, giusto per politicizzare ancora la Shoah.

Il 30 Aprile, in pieno stile Silicon Valley, sempre il premier israeliano ha organizzato una conferenza in cui ha reso pubblici i ritrovamenti dei suoi 007, dal titolo “Iran lied”, l’Iran ha mentito. Ha mentito sull’accordo sul programma nucleare, dal momento che da anni sta svolgendo esperimenti per appropriarsi della bomba atomica in segreto. Qui la conferenza di 20 minuti.

Questa accusa è tanto grossa quanto non dimostrabile, dal momento che sono informazioni rubate e ovviamente negate da parte iraniana. Le rivelazioni farebbero anche capire per quale motivo a Marzo, Israele rese pubblico di aver bombardato in segreto la Siria nel 2007 (ben prima dello scoppio della guerra) perché Assad stava costruendo siti nucleari. Tutto va in una direzione: far sì che Trump non accetti l’accordo internazionale sul nucleare iraniano.

Nonostante i tentativi di Francia (vedi visita di Macron), Regno Unito e Germania a proseguire l’accordo, sembra che il lavoro di Netanyahu stia funzionando e che Trump voglia uscire dall’accordo per imporne uno più stringente che difficilmente Teheran accetterà. Il tutto entro la data del 12 maggio, molto vicina a quella del 14 e della fine delle manifestazioni palestinesi.

Gli scenari internazionali stanno scuotendo Israele all’interno e oltre i suoi confini. E come sempre, Israele sta reagendo in pieno stile hollywoodiano, puntando le pistole in entrambe le direzioni in uno stallo degno di Tarantino, intenzionato a non cedere di un millimetro. Fra due settimane si vedranno i risultati di questo braccio di ferro, ma le premesse non sembrano certo delle migliori.

 

Andrea Stanzani

 

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