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JOY DIVISION – CLOSER (1980, Factory)

by • 4 Gennaio 2013 • Il disco dei ricordiComments (0)3113

 

 

 

 

 Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!

 

 

 

Sul piatto gira ancora il vinile con “The Idiot” di Iggy Pop, partiamo dalla fine…

Domenica 18 Maggio 1980 Deborah Curtis, moglie di Ian, rientrando a casa trovò il marito morto suicida, all’età di 23 anni, impiccato nella loro casa in Burton Street, Macclesfield.

Tutto ebbe inizio in una Manchester industriale di fine anni ‘70. I Joy Division nacquero come “Warsaw”, (tributo a David Bowie) e la loro originalità si mostrò quando allentarono le sonorità anguste di origine punk: nel 1978 pubblicarono il primo Ep, “An ideal for living” , autoprodotto, con in copertina il famoso tamburino della Gioventù Hitleriana.

La formazione vedeva alla voce baritonale e ossessiva Ian Curtis, al basso Peter Hook, alla chitarra Bernard Sumner e, seduto dietro una batteria dalle ritmiche glaciali, Steve Morris. La produzione venne affidata al geniale e visionario Martin Hannett, che ricorse ad innumerevoli espedienti al fine di realizzare quel suono spoglio, gelido ed essenziale, marchio di fabbrica della band di Manchester.

Le registrazioni di Closer iniziarono nel marzo del 1980, a poco meno di un anno dall’uscita dell’acclamato “Unknown Pleasures”, primo album pubblicato dalla Factory Records di Tony Wilson.
Closer, preceduto da un singolo mozzafiato come “Atmosphere”, venne registrato introducendo molte sperimentazioni: dalle tastiere di Sumner, alla batteria elettronica di Morris, al basso a sei corde di Hook.

Qualcosa però iniziò ad andare storto…
L’intensa attività live in preparazione dell’imminente tour americano, il susseguirsi dei problemi psico-fisici di Ian Curtis, oppresso da una relazione extra coniugale con la modella belga Hannik Honorè e la conseguente crisi del suo matrimonio, contribuirono ad affondare nel vortice della disperazione il cantante dei Joy Division, flagellato da attacchi epilettici sempre più frequenti.
Nonostante la grande popolarità e la considerazione di “band di culto”, la famiglia Curtis viveva in condizioni di ristrettezze economiche, perché i Joy Division guadagnavano ancora pochissimo.

Si giunge così al tragico e disperato epilogo della morte di Ian Curtis.

Nel giugno del 1980 uscirà il singolo postumo “Love will tear us apart”, il più grande successo commerciale dei Joy Division. Alla Factory gli eventi si stavano trasformando in leggenda, il messaggio di addio di Ian Curtis viaggiava sulle tastiere sintetiche di Sumner e veniva rappresentato ancora una volta dal meticoloso lavoro grafico di Peter Saville, con un’effigie funebre presa dal cimitero monumentale di Genova, che diventèrà un’icona dello stile gotico e dark.

“Closer” uscirà in luglio con un paio di mesi di ritardo e fu un’altra affermazione annunciata.
I testi erano firmati dallo stesso Ian Curtis e le canzoni, come un ultimo lascito ideale, furono subito memorabili: dalla tribale “Atrocity Exhibition”, che cita Ballard, a “Colony”, in bilico tra elettronica e psichedelia oscura; da “The eternal” e “Decades”, di grandissimo respiro, alla maestosa “A means to an end”; da “Heart and Soul”, tenebrosa, ipnotica ed inquietante, a “Twenty four hours”, incalzante e dal canto dimesso di Curtis; e poi l’indizio di ballata di “Isolation”, che poi si evolve con tastiere in evidenza e batteria robotica, e la recitata “Passover”, che in qualche modo ricorda le sonorità di “Unknown Pleasures”.

Ci sono due film che rendono bene l’idea del periodo: “Control” (2007), diretto da Anton Corbijn (lo stesso regista del video di “Atmosphere” del 1988), che  racconta in modo credibile la storia dei Joy Division; e poi “24 Hour Party People”(2002) di M. Winterbottom, che mostra la scena di Manchester, della Factory e l’attività di Tony Wilson.

I Doors erano uno dei gruppi preferiti di Ian Curtis: l’aspetto mitologico di Jim Morrison viene spesso affiancato a quello del cantante dei Joy Division: la sua morte investì “Closer”  di una sofferenza eterna… Un disco come una fredda lastra di marmo, epocale.

 

JOY DIVISION – CLOSER (1980)

 

Vittorio Ferrari

 

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