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La Brexit ha fallito

by • 29 Marzo 2019 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)84

 

E’ ufficiale: oggi 29 Marzo 2019 a Londra (e in Europa) non succederà un bel niente. La Brexit non è fallita, ma ha fallito su tutta la linea. Ed è dovere dirlo e spiegarlo a tutti.

Sono passati più di due anni da quel fatidico 23 giugno 2016, quando le urne dello storico referendum nel Regno Unito diedero esito certo: la maggioranza dei cittadini britannici votanti voleva uscire dall’Unione Europea.

Da quel giorno il mondo è cambiato e la Brexit è diventata il primo argomento in Europa e l’unico nel Regno Unito. Esattamente due anni fa, il 29 marzo 2017, l’ambasciatore consegnava a Bruxelles la lettera del primo ministro Theresa May che chiedeva l’applicazione del famoso articolo 50: per la prima volta nella storia, una nazione chiedeva di uscire dall’Unione Europea.

Due anni precisi da allora, e il risultato è stato catastrofico per i sudditi di Sua Maestà, tanto che (e questa è la prova fattuale, schiacciante ed incontrovertibile) non si è riusciti a negoziare un accordo che convinca Londra e, pur di evitare il chaos, è stato chiesto all’Unione Europea di rinviare la data. La Brexit oggi non ci sarà. La Brexit ha fallito.

La cronaca di questi due anni, ricostruita sinteticamente, serve a far capire come una decisione sbagliata sia riuscita a rovinare uno dei sistemi politici più maturi di sempre, capace di resistere al crollo degli imperi e al sorgere dei totalitarismi.

Il giorno successivo al grande voto, i due personaggi più iconici del referendum si sono cortesemente defilati dalla Spada di Damocle che pendeva sulle loro teste. Il vulcanico Boris Johnson, leader del fronte Brexit conservatore, si è umilmente messo in panchina, accettando un più comodo posto al ministero degli Esteri e lasciando a qualcun altro l’ “onore” di guidare la Brexit.

L’eccentrico Nigel Farage, leader dell’Ukip e personaggio piuttosto mediatico, ha ritenuto opportuno “ritirarsi a vita privata” visto che il suo scopo era raggiunto, senza per questo rinunciare alla sua poltroncina azzurra all’Europarlamento e allo stipendio che ne deriva.

A prendersi la patata bollente è stata Theresa May, altra figura di spicco del fronte “Leave”, ma anche qui molta attenzione! Una delle chiavi di lettura di questi giorni è vedere nella May la “povera donna responsabile” che si è presa carico del problema che nessuno voleva affrontare.

Falso. Theresa May ha usato la Brexit come trampolino di lancio politico, come strumento per costruirsi legittimazione e prestigio politico. E aveva tutto il diritto di farlo, essendo lei una politica! Peccato che abbia fallito miseramente. Cercando di cavalcare l’onda del “leader solo” e dell’unica figura con personalità sulla scena politica, ha convocato nuove elezioni per il giugno 2017. Non era obbligata, anzi, aveva già la maggioranza del Parlamento per andare avanti con le trattative, ma il suo scopo era quello di avere una maggioranza ancora più solida per negoziare un accordo senza problemi interni. Risultato? I conservatori hanno perso la maggioranza dei seggi e sono stati costretti ad un accordo con un altro partito (gli Unionisti Nordirlandesi, che poi saranno determinanti) per tenere il Governo.

Da questa decisione sbagliata ne è conseguito il chaos che ci ha portato fino ad oggi. May ha più volte tentato di trovare un accordo con l’UE, senza però avere il sostegno del suo partito e quindi con zero potere contrattuale. Non dimentichiamo che l’accordo deve essere approvato dalla Camera dei Comuni inglese, quindi l’ultima parola spetta al Parlamento. May ha provato a fare finta di niente, ma il suo gioco è stato scoperto.

Con il suo partito contro, i ministri contro, gli alleati di governo contro e l’opposizione ovviamente contro, May ha provato a far passare a forza bruta l’accordo, cioè proponendolo come unico accordo possibile in alternativa al “no deal”, cioè l’uscita senza accordo dall’UE. Ma lo speaker della Camera ha sventato tutto.

Facendo ricorso ad una norma del 1600, lo speaker Bercow ha impedito a May di presentare due volte lo stesso accordo, evitando al Parlamento la responsabilità del dover scegliere implicitamente il “no deal”.

I punti della discordia su questo famigerato accordo sono molteplici, uno su tutti il confine nordirlandese, detto anche backstop in gergo. Ma sono tutti tecnicismi: la questione è politica e lo sanno tutti, perchè a Londra la Brexit non è un argomento importante, ma l’unico. E ha completamente fagocitato ogni altro dibattito politico, impedendo ogni altro confronto e consentendo ad una norma remota del XVII Secolo di determinare il futuro della nazione.

Per misurare il fallimento di May basta vedere che il partito laburista all’opposizione è l’unico partito di sinistra che sta guadagnando consensi in tutta Europa, senza comunque risucire a porsi come valida alternativa di governo visto che il suo leader, Corbyn, semplicemente non sa se schierarsi pro o contro la Brexit. Da ormai tre anni.

Questa è la Brexit. Una decisione avventata che andrebbe analizzata e presa da esempio per il futuro. Perchè se queste sono le conseguenze politiche, non possiamo che immaginare quelle pratiche nel prossimo futuro.

Che ne sarà della Brexit? Che accordo passerà? Si farà un secondo referendum? Ormai tutto è possibile in questo schema. Ma come detto, avrebbe forse più senso farsi domande sul passato piuttosto che il futuro.

Perchè da tempo ci si interroga come abbia fatto il Regno Unito a prendere questa decisione, capace di mettere in crisi un sistema elettorale da sempre considerato granitico. E ce ne siamo date tante di risposte, dal populismo, ai social, a Cambridge Analytica, fino alle fake news e ai sondaggi per cui erano i “vecchi” ad aver deciso per i “giovani”.

Manca però una cosa da dire, l’ultima e non richiesta per finire l’analisi della Brexit. Se la decisione di un paese si è rivelata errata, non può non essere colpa della classe dirigente che lo ha guidato. Anche in tempi di populismo, anzi sopratutto in tempi di populismo, dobbiamo sempre ricordarci il ruolo e l’importanza della politica che è capace di indirizzare.

Un potere che comporta responsabilità, in questi tempi di populismo e di film Marvel. Una responsabilità che ultimamente in tutto il mondo i politici sono stati ben contenti di scaricare al grido di “decida il popolo” e che in sostanza vuol dire una cosa: io vi convinco a decidere una cosa e vi lascio poi pagare le conseguenze. Penso si capisca a chi convenga questa cosa.

La politica ha sempre avuto questo potere e ora sembra non volerne più pagarne le conseguenze. Ogni tanto varrebbe la pena ricordarglielo, anche solo semplicemente dicendo al proprio politico di fiducia “grazie per avermi chiesto un parere, ma ti ho votato e quindi vorrei sapere cosa ne pensi tu“. Il popolo decide, ma la politica oggi ha ancora molta importanza, e un politico che dice il contrario forse sta cercando proprio di fuggire da questa responsabilità. Ricordiamocelo e ricordiamolo oggi: il giorno in cui la Brexit ha fallito.

 

Andrea Stanzani

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