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La fine di “Destra e Sinistra”

by • 5 Marzo 2018 • ConcretaWorld, EditorialiComments (0)931

Lo diceva Marine Le Pen, dopo aver guadagnato il ballottaggio con Macron: non è più questione di destra o sinistra. E’ il nuovo bipolarismo che porta il centro contro la periferia, la moderazione contro l’azione.  

Alla luce dei risultati delle nostre elezioni, in Italia e forse ormai anche nel mondo, non ha più senso parlare di destra o sinistra. Lo conferma il fatto che la maggioranza degli italiani ha votato due partiti che non hanno nessun connotato, né nessun set di valori ascrivibili agli ormai vecchi schieramenti. O meglio, che ne presentano alcuni sparsi.

Gli stessi nomi non vogliono ormai dire nulla, non hanno nessun segno politico. Il nome “Movimento 5 Stelle” non esprime alcun valore ideologico, quello della “Lega” (che ha sostituito Lega Nord) non esprime neanche più la territorialità, unico suo carattere distintivo.  

La maggioranza degli italiani ha lasciato perdere destra e sinistra, ha votato in maniera netta verso i 5 Stelle piuttosto che il PD e verso la Lega piuttosto che Forza Italia.  

Uno sguardo rapido ai risultati, per poi passare al commento. 

Il Movimento 5 Stelle è il primo partito arrivando quasi al 32%. Il risultato in termini di seggi è superiore grazie alla vittoria in molti collegi uninominali al Sud, la periferia d’Italia appunto.  

La prima coalizione invece è quella del centrodestra, che nel complesso è arrivata al 36%. La leadership della coalizione spetta alla Lega, al record storico di 18%, battendo Forza Italia al 14%. Fratelli d’Italia riesce ad arrivare al 4% mentre Noi con l’italia si ferma al 1% regalando i suoi seggi alla coalizione.  

Nel centrosinistra è crollo totale. L’egemone PD arriva ad un record negativo di 19% e solo +Europa riesce a portare voti alla coalizione, pur senza entrare in Parlamento visto il 2,5%. Invece la lista Lorenzin e Insieme non arrivano all’1%, non contribuendo così alla coalizione che nel complesso si aggira intorno al 22%. 

Ce la fa per un pelo Liberi e Uguali, al 3,5%, mentre non riescono ad entrare Potere al Popolo (1,1), Casapound (0,9) e Popolo della Famiglia (0,7). Lontani dall’1% tutti gli altri. 

In termini di seggi, il numero preciso si avrà nella giornata, intanto ci si attende un risultato molto simile per 5 Stelle e Centrodestra, con quest’ultimo avanti di 10 seggi.  

I risultati confermano lo svolgimento della campagna elettorale, nettamente.  

Il Centrodestra, grazie anche a 3 volti noti come leader, ha bombardato i media a livello di presenza ed è riuscito a dividersi bene i compiti e a differenziare alla perfezione l’elettorato. Salvini si è mostrato decisamente più in forma di Berlusconi, troppo intento ad attaccare i 5 Stelle e incentrato ancora sullo spauracchio della “sinistra“. La confusione che regnava in coalizione sembra essersi risolta con la legge “del più forte“, ovvero con Salvini che ora capeggia la coalizione. 

Il Centrosinistra, dal canto suo, ha sbagliato tutto. Renzi ha abbandonato il Sud a sé stesso, non scendendo quasi mai sotto il Tevere nel fare campagna elettorale.  Non ha pagato la composizione delle liste, dal momento che ha perso quasi tutti gli uninominali. Non ha pagato nemmeno la comunicazione, troppo incentrata sul passato e mai proiettata verso il futuro. Per non parlare della scarsa presenza di Renzi in tv e la discutibile strategia social per cui il segretario si è servito solo di lunghissimi post e pochissime foto o video. Al tempo dell’algoritmo, l’errore si paga.  

Invece il Movimento ha azzeccato praticamente ogni mossa. Dal principio, con il nuovo triumvirato Di Maio-Di Battista-Casaleggio, da tempo preparato: a Gianroberto è seguito il figlio nel controllo dell’apparato digitale, mentre il ruolo di “guru” esterno alla politica che era di Grillo è andato a Di Battista che si è sorbito il tour in giro per tutto il paese. La novità era Di Maio, che è stato un perfetto parafulmine. Tutti si sono spesi a criticare lui, nessuno ha potuto attaccare gli altri due, non candidati, che hanno potuto fare campagna indisturbati. Perfetta la tenuta della presenza mediatica, perfetto il tempismo della presentazione della “squadra di governo“: da partito di protesta, è riuscita perfettamente la metamorfosi in partito di governo. Inoltre si è verificato il “cappotto” che il centrodestra temeva, ovvero la scorpacciata di voti al Sud Italia, dove i 5 Stelle hanno oltrepassato il 40%. 

Ma a conferma dell’importanza dei media, di cui forse qualcuno dubita oggi, ci sono i pessimi risultati degli altri partiti. Liberi e Uguali ce l’ha fatta per il rotto della cuffia, nessun altro invece ha sfondato la non-impossibile soglia del 3%. Complice anche l’affluenza (73%, a sorpresa in linea con quella del 2013) che ha giovato ai 5 Stelle e abbassato le percentuali a tutti.  

Restano ora da vedere gli scenari, nell’attesa dei conti precisi e dei seggi uninominali in cui possiamo già immaginare i 5 Stelle facciano un gran risultato e la Lega altrettanto. 

Partiamo proprio dai pentastellati, che sono nettamente vincitori avendo raggiunto una percentuale elevatissima e battuto il partito di governo uscente, ora candidati per il Governo. Non sono state fatte però pretese di incarico, nella notte ci si è limitati a dire “ora tutti dovranno parlare con noi“. Cioè sembra che il Movimento passi già la palla dell’iniziativa, prima di riceverla. 

Il Centrodestra si è rapidamente proclamato vincitore, e a buon merito dato che la sua coalizione supera i 5 Stelle. I veri problemi sono nella gerarchia interna. L’area centrista rimarrà fuori dal Parlamento, mentre Fratelli d’Italia conferma la sua posizione di paciere. Ma come anticipato, il successo di Lega e il calo di Forza Italia, uniti alla veneranda età di Berlusconi, danno l’intera coalizione in mano a Salvini che in caso di “strappo” con un irrequieto Silvio panchinaro, può trascinarsi dietro oltre il 20% dei consensi.  

Il Centrosinistra invece si trova in crisi nera. Il risultato pessimo rimette tutto in discussione, a cominciare da Renzi che molto probabilmente si dimetterà da segretario. Ma in Parlamento ormai ci sono solo uomini renziani, servirebbe una figura competente e carismatica in grado di sostituire il toscano, e difficilmente Gentiloni potrà farlo. Il partito dovrà scegliere se seguire l’attuale segretario e personalizzarsi ulteriormente, oppure lasciarlo andare e provare a ripartire. Come dovranno fare, per altro, tutti i partiti di sinistra compreso LeU, scontenti del risultato. Le preoccupazioni interne allontanano dall’idea di un governo di coalizione. 

Ora sta a Mattarella: il presidente dovrà incaricare qualcuno per provare a costruire un governo, ma le ipotesi sembrano sempre meno. Il proseguimento di Gentiloni, dato il pessimo risultato PD, sembra forzato. Il governo Tajani, vista la sconfitta interna di Berlusconi, non nascerà mai. Una suggestiva ipotesi Draghi sembra ormai impraticabile dal momento che le forze moderate ed europeiste sono in minoranza. Restano praticabili tre strade:  

1) il governo al centrodestra, con Salvini presidente del Consiglio; 

2) il governo 5 Stelle, con Di Maio e la squadra dei ministri ormai famosa; 

In entrambi questi scenari, visto che nessuno avrà la maggioranza per governare da solo, sarà interessante verificare l’avvicinamento o meno fra Lega e 5 Stelle, con un possibile taglio di Berlusconi. Questo perché su numerosi punti (immigrazione, lavoro, modifiche costituzionali, politica estera ecc.) il Carroccio e il Movimento hanno presentato programmi molto simili. Entrambi sono partiti che si rivolgono alle periferie e non al centro. E non solo. A voler essere onesti, c’è anche la figura di Putin a tessere i fili dietro i partiti. Secondo numerosi report, i soldi del Cremlino hanno sostenuto in maniera ingente entrambe le casse e la figura dello Zar trova i due partiti abbastanza favorevoli. 

Insomma, il governo più probabile sembra quello che tutti volevano evitare. Con un’influenza così pesante di Mosca, la politica estera e i rapporti con la NATO diventano la cosa più interessante da monitorare. Nel mentre ci sarà da governare, fra i dubbi di molti.  

Alt! Rimaneva anche la terza strada che è semplicemente 

3) sciogliere le camere e tornare a votare. 

In questo caso, però, il voto avrebbe sapore di ballottaggio, con molti elettori di centrosinistra orientati a votare l’altra coalizione o i 5 stelle. I risultati sarebbero però disastrosi per il sistema, perché poi si conviverebbe 5 anni con un Parlamento “di ballottaggio” quindi non molto rappresentativo. Inoltre, alla luce di due forze politiche oltre il 30%, sembrerebbe una bella forzatura lo scioglimento.  

Il Presidente della Repubblica prenderà tempo, molto tempo. Valuterà la possibilità di un accordo per cambiare la legge elettorale, forse. O forse, fatte le valutazioni, proverà ad affidare l’incarico a qualcuno.

L’importante è capire il senso della notte appena trascorsa, il significato dei risultati storici di due partiti. Uno nato meno di 10 anni fa e uno rivoluzionato nell’immagine. Vuoti di valori, ma vicini alle persone, gli unici a restare nelle piazze, gli unici, a quanto pare, di riempire l’astensionismo.

Dopo aver osservato tante elezioni europee, dopo esserci illusi che l’ondata di malcontento fosse alle spalle, è proprio in Italia che il malcontento occidentale verso lo Stato trova compimento. I partiti anti-sistema, ora sono al potere. Ora si trovano davanti al bivio: rivoluzionare il sistema o farsi assorbire da esso. Ad ogni modo, ricorderemo queste elezioni non come la sconfitta della sinistra, né come la sconfitta della destra. Ma come la sconfitta di entrambe, e di un possibile cambiamento totale nella nostra politica. 

 

Andrea Stanzani

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