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Vincenzo Picone

LA PEDAGOGIA DEL TEATRO. INTERVISTA A VINCENZO PICONE

by • 17 novembre 2017 • QuartaPareteComments (0)250

Vincenzo PiconeVincenzo Picone, regista siciliano classe 1984, si laurea al Dams di Palermo e si specializza in Discipline Teatrali presso l’Università Alma Mater di Bologna. Allievo e assistente di Claudio Longhi, svolge l’attività di collaboratore alla didattica all’Università Iuav di Venezia. Collabora con il Teatro Due di Parma e con il Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena (BO). Per quest’ultimo firma la regia di Favola Funambola (2011) e de Il balcone della vanità (2013); sempre per il Teatro dell’Argine svolge il ruolo di assistente alla regia per gli spettacoli I cavalli alla finestra (2010), Bollettino del diluvio universale (2011), I pachidermi (2011), La stagione delle piogge (2012). Nel 2014 partecipa al Roma Fringe Festival col testo Amunì, di cui è autore e regista. Parte della sua attività teatrale si concentra su progetti di formazione teatrale, rivolte soprattutto alle nuove generazioni, collaborando con la compagnia del Teatro dell’Argine, Fondazione Teatro Due, Fondazione Emilia Romagna Teatro.

Per Teatro Due, in particolare, ha curato la regia dello spettacolo “Hikikomori” e del classroom play “Prof, cosa vuol dire essere vivi?”, rappresentazione portata all’interno di numerosissime classi degli istituti secondari di II grado.

E’ attualmente in scena con “Littoral”, di Wajdi Mouawad.

 

Da dove viene l’idea di mettere in scena “Littoral” di Wajdi Mouawad?

La mia idea risale almeno a tre anni e mezzo fa: io ho debuttato con uno spettacolo tratto da “Commedia delle vanità” di Elias Canetti (autore che amo molto) e da lì è sorta l’idea di cercare un testo contemporaneo, così mi sono messo a studiare e a leggere qualcosa di Wajdi Mouawad. L’incontro con le sue opere (in particolare quello con “Littoral”) è stato folgorante e lo stesso anno ho potuto, tra l’altro, partecipare a un workshop di un’intera settimana proprio con lui, all’interno della Biennale di Venezia. Nel medesimo periodo stavo lavorando a “Hikikomori”, intorno al concetto – lì centrale- di radice materna: con Littoral avrei potuto trattare quella paterna. Sebbene il tutto fosse ancora in nuce, il Teatro Due accolse subito la mia idea: da lì, nacque un vero e proprio progetto.  Già da anni lavoravamo coi ragazzi, creando un legame (sano) fra scuola e teatro, anche con spettacoli per fasce d’età solitamente ignorate. Fra l’infanzia e la maturità c’è un limbo interessante e lo stesso Mouawad lavora molto con questo target: quasi tutti i protagonisti dei suoi testi sono adolescenti. Lo stesso mio classroom play “Prof cosa vuol dire essere vivi?” è tratto proprio dal suo “Assetati”: con quello spettacolo andiamo nelle classi, in casa loro, per un teatro che sa e deve “sporcarsi le mani”, parlando ai ragazzi con il loro linguaggio, che è incontro di pensiero, azione ed emozione. Dopo, però, il passo successivo è mettersi in gioco, venendo qua. La sfida di “Littoral” è questa: entrare nella casa del teatro, con un pubblico eterogeneo e in un contesto “non protetto”, per uscire dal proprio guscio attraverso una mano tesa ad aiutarti. “Littoral” è assumersi una responsabilità, è il termine di un percorso dedicato a una generazione, su cui si è seminato in modo continuativo.

 

E gli attori? In base a quale criterio li hai scelti?

Anche tale decisione è frutto di una progettualità precisa: Gian Marco Pellecchia è il protagonista anche di Hikikomori. Giulia Pizzimenti e Davide Gagliardini hanno, invece, portato “Prof, cosa vuol dire essere vivi?” nelle classi, mentre Silvia Lamboglia aveva già collaborato con me a Bologna su altri progetti e poi l’ho rincontrata qui a Parma, all’interno della Casa degli Artisti del Teatro Due.

Io mi fido di questi attori e in “Littoral” c’è stato un bellissimo scambio reale, anche costituito da fragilità, dal conoscere i propri limiti, i miei registici e quelli altrui, attoriali. È stato un lavoro sano, ricco di ascolto e umiltà. E gli attori dell’Ensemble (Massimiliano Sbarsi, Emanuele Vezzoli e Luca Nucera) hanno permesso che la stessa rappresentazione dello spettacolo realizzasse il suo contenuto: uno scambio fra “padri” e “figli”. Quando succedeva questo, io, commosso, mi astraevo e guardavo gli attori, da fuori.

 

A partire dal testo di Mouawad (tradotto in italiano dalla stessa attrice Giulia Pizzimenti), è stato per te difficile passare alla messinscena?

C’è stato uno scarto: il testo mi aiutava molto nell’inscenare un gioco di immaginazione. Quindi, a livello aprioristico (ossia prima di andare in scena), avevo ben chiara l’idea dei giochi teatrali che volevo rappresentare, fidandomi di quelli ben espressi nel testo. Dall’altra parte, bisogna, tuttavia, tenere conto che “Littoral” nasce da un esperimento scenico: Mouawad aveva un gruppo di attori con cui lavorava attraverso improvvisazioni, che il testo si porta dietro, quindi è figlio di un’esperienza per certi versi unicamente personale, perché legata a quei determinati interpreti. Da lì, le difficoltà emergono nella messinscena: ti rendi conto che certi passaggi di testo rimangono come sospesi.

La frammentarietà della scrittura di Mouawad mi ha, tuttavia, dato la possibilità di esprimermi anche attraverso un “montaggio”, quasi cinematografico, all’interno di una solida coerenza immaginifica, creata – nella finzione– completamente dalla fantasia e memoria (anche involontaria) di Wilfrid.

 

La memoria è, infatti, un grande tema all’interno di tale spettacolo. Possiamo quasi definirla una protagonista di “Littoral”?

Assolutamente. Per me è ancora più importante il compito che le è qui affidato: se associamo “memoria” unicamente a “ricordo”, otterremo solo la malinconia. La memoria è, invece, un archetipo, con una funzione: quella di avviare un movimento in avanti, come l’acqua, il respiro e i giovani protagonisti di “Littoral”, che, alla fine, avanzano fisicamente, rispetto al padre, il quale  –volutamente– rimane indietro.

 

E, perché la memoria compia la sua funzione, bisogna risolvere “il non detto” di ognuno di noi: il lavoro personale degli attori non deve essere stato emotivamente facile.

Ognuno degli attori ha preso il filo di “Littoral” e l’ha lasciato cadere dentro di sé, riprendendo personalmente ”i propri padri”, da uccidere e perdonare. E questo per me ha un interessante effetto palese, attraverso la visione della “scintilla” degli interpreti in scena.

Per quanto riguarda il cavaliere, Vezzoli è stato subito folgorato dal suo personaggio, esattamente come Sbarsi per il padre, su cui abbiamo lavorato attraverso il “lento imputridimento”, la graduale presa di coscienza del suo stato di morte. Le funzioni del padre e del sogno (ossia del cavaliere) sono chiare nella vita: ben più arduo è rappresentare ciò che c’è in mezzo, nel reale.

 

“Littoral” è anche ricco di citazioni colte, mitologiche.

Certamente. Wilfrid è Antigone, è Edipo, è Enea che si carica sulle spalle Anchise. Ma è anche i ciechi Omero e Tiresia, la voce fuori campo dell’Iliade: Mouawad è un profondo conoscitore del mondo ellenistico. Non a caso ha anche riscritto tutte le opere di Sofocle.

Littoral deve, tuttavia, molto anche alla visione orientale della vita, qui visibile, ad esempio, nella chiara concezione dell’eterna ciclicità della storia.

 

Una storia che si snoda attraverso non-luoghi, volutamente decontestualizzati da Mouawad.

Più dei singoli contesti e villaggi, a me interessava mettere in scena l’”Odissea”, ossia il camminamento: gli episodi sono affastellamenti di memoria, come ciò che succede coi ricordi di Ulisse. Non è importante il prima e il dopo: sono importanti le ricerche e gli avvenimenti di per sé, perché hanno formato l’uomo che li racconta.

Proprio per questo ho sempre saputo che avrei giocato anche sull’altezza, con strutture su cui gli attori potessero arrampicarsi e che fossero in grado di giocare con più piani, disegnare nuove direzioni. Le torri di praticabili sono di legno, perché questo spettacolo è anche ispirato al mondo medievale, per la grande importanza (assolutamente popolare) della narrazione.

 

Intervista a cura di Clizia Riva

immagine fornita da Vincenzo Picone

 

 

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