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La scopa del sistema – David Foster Wallace (1987)

by • 20 Maggio 2013 • ConcretaBookComments (0)1578

 

 

 

 

La scopa del sistemaPer leggere “La scopa del sistema” e goderselo a pieno sarebbe necessario azzerare il nostro più o meno vasto background letterario. Lasciare da parte gli schemi buono/cattivo, svolgimento/soluzione a cui siamo abituati e limitarci a metabolizzare al meglio quello che in più di 500 pagine l’autore cerca di trasmetterci.

Non è facile. Non lo è neanche costringere una trama così complessa e tuttavia secondaria in una recensione.

Se si dovesse raccontare con poche parole però, si potrebbe dire che la storia, ambientata per la quasi totalità del romanzo nel 1990, è quella di Lenore Beadsman, appartenente ad una delle più importanti famiglie di Cleveland (Ohio) con la quale però non vuole avere niente a che fare. Lenore che un giorno si mette alla ricerca dell’omonima bisnonna, ex studentessa del filosofo Wittgenstein, scomparsa misteriosamente dalla casa di riposo assieme ad una ventina di altre persone. Questa rocambolesca vicenda fa da sfondo ad un caleidoscopio di altre storie, tutte però legate capillarmente tra loro: c’è quella di Rick Vigorous, capo e amante di Lenore, con evidenti problemi psichici ed una smodata gelosia per la protagonista; quella del fratello La Vache, che vive nel campus universitario vendendo risposte ai compiti in cambio di droghe, o ancora quella del pappagallo Vlad l’Impalatore che inizia improvvisamente a parlare e diventa la star di un programma religioso via cavo.  

A tutto questo si deve aggiungere una prosa costituita da periodi spesso lunghi due pagine, divisa in 21 capitoli e svariati paragrafi, presentati sottoforma di diari, discorsi diretti, trascrizioni di sedute psichiatriche, istruzioni per il centralino, racconti nel racconto, pensieri.

Ciò che ne risulta è un libro surreale che con ironia strappa al lettore profonde riflessioni sulla (forse sopravvalutata) natura umana. Un’opera manifesto di quell’America pop, allo stesso tempo centro e margine del mondo, vista solo nei più classici film anni ’80/90 (per qualche ragione mentre leggevo non riuscivo a fare a meno di pensare a “Il Grande Lebowski”).

 

David Foster Wallace, che all’epoca della stesura del romanzo aveva soli 24 anDavid Foster Wallaceni (particolare che non può non suscitarci un misto d’invidia e ammirazione), riesce a dar vita ad un universo credibile nella sua assurdità, che prende forma in modo quasi tangibile nonostante le pochissime descrizioni.

Morto suicida nel 2008 all’età di 46 anni, l’autore, laureato in filosofia, ci lascia un libro d’esordio totalmente fuori dagli schemi, che sembra il ritratto grottesco della nostra società ad opera di uno spettatore alieno.

Una nota di merito finale va all’impeccabile traduzione di Sergio Claudio Perroni che riesce a mantenere tutto il fascino della scelta originale dei termini.

 

“Ero sempre o così insensatamente e inspiegabilmente felice da non trovare luogo che fosse grande abbastanza da contenere la mia felicità oppure talmente triste, malinconico e abbattuto da non avere il coraggio di metter piede altrove che in un gabinetto. Odiavo quel posto. Ma non sono mai stato tanto felice come quando lo frequentavo. E tra questi due stati d’animo io sto come tra l’incudine e il martello della Verità.”

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Veronica Ganassi

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