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La Sonnambula Traviata: debutta “Rivoluzioni” al Teatro Storchi

by • 11 Gennaio 2016 • QuartaPareteComments (0)949

 

 

istruzioni per non morire in pace foto di luca del pia (4)leg“[…] le rivoluzioni esplodono da un profondo dolore dei più, nel momento di maggior decadenza della classe dirigente; oggi non si fanno più rivoluzioni tout court a causa del livellamento interiore degli uomini. E tuttavia in quella ‘contestazione’ esangue e consumistica, c’era un segnale, un campanello d’allarme molto importante: l’antipatia collettiva, pubblica, mondiale della generazione dei figli verso quella dei padri.”. Così scriveva Goffredo Parise a proposito di una rivoluzione mancata, quella del ’68: pur se riferite a un momento storico ben lontano dall’epoca affrontata da “Rivoluzioni”, sono parole che ci possono aiutare a iniziare con un buon passo queste righe.

La seconda giornata del triduo spettacolare “Istruzioni per non morire in pace”, con testo di Paolo Di Paolo e regia di Claudio Longhi, tappa conclusiva del progetto “Carissimi padri”, ha debuttato al Teatro Storchi il 9 gennaio. Si specifica bene, nei programmi di sala, l’autonomia di ogni spettacolo di queste “Istruzioni”, concepito più su nuceli tematici che nella progressione cronologica o nello sviluppo di storie (eventualità che, però, si sono entrambe verificate). “Rivoluzioni”, pur se godibile autonomamente, continua le vicende di una famiglia, quella dei Gottardi, insieme a quelle del condominio Europa. Continua: un confronto con il precedente capitolo è inevitabile e aiuta a evidenziare forza e debolezze di questa proposta. La paginetta che qui segue sarà il secondo momento, quello antitetico, della riflessione sullo spettacolo, in attesa della “sintesi” finale del terzo e ultimo capitolo, “Teatro”.

Cosa manca alla famiglia Gottardi? Schiacciate da una chiamata a famiglia-campione di un’epoca e, per ora, svuotate di percorsi individuali approfonditi (ogni personaggio è dominato da un approssimativo incrocio tra episodicità e caratterizzazione tramite posizionamento sociale), queste figurine, prive per ora di un destino, ci appaiono funzioni narrative e finzioni pedagogiche. Alle finzioni forse sì, ma alle funzioni difficilmente ci si affeziona: affezionarsi è, appunto, quello che (per ora) non è accaduto, anche nel caso di personaggi certamente suggestivi e interpretati con grande attenzione a tutte le sfaccettature (come la Josephine di Diana Manea o i Gottardi jr). Basti pensare, per contrasto, alla sequenza dedicata a Trostky, dove si riesce a far convivere biografia, citazione, riflessione e invenzione poetica descrivendo, in pochi minuti di spettacolo, una parabola compiuta che travalica i confini cronologici, portandoci a toccare un uomo e non solo ad ascoltare una storia.

Si ha la sensazione che, nonostante il vaglio condotto lungo le tappe del progetto, all’enorme mole di materiale sull’Europa pre-bellica non sia stato tolto abbastanza e sia quindi rimasto troppo, anche con la suddivisione in tre parti. Da cosa nasce questa difficoltà a rinunciare? Non è certo pigrizia, né mancanza di una visione d’insieme; forse è dovuto all’idea stessa di teatro partecipato, dove molti dicono molte cose; forse, la sfida che la complessità dell’oggetto (un’intera epoca) ha lanciato ai creatori di queste “Istruzioni” è risultata talmente accattivante da far apparire tutto, ma proprio tutto, come necessario per capire e far capire meglio: un desiderio di esaustività che, trovandosi a fare i conti con l’evento teatrale, a volte tende a idealizzare la capacità di attenzione del pubblico (umano, e non marziano).

Dalla prima alla seconda tappa delle “Istruzioni” ha senza dubbio giovato una minore frammentarietà degli episodi (tradotta in minori cambi scenici): oltre ad affaticare meno lo spettatore, si sono costituite delle più compiute unità di senso, dove è possibile delineare appunto una parabola, anche emotiva, come nell’esempio sopra citato di Trotsky. La partita colonialista e lo scatolone di sabbia italiano; il confronto delle nazioni all’Internazionale socialista; l’Anatol di Schnitzler: le sequenze meglio articolate ci sembrano quelle più riuscite. Viceversa, sembrano meno necessari quei capitoli dove i collegamenti (pur se ragionevoli e ragionati) si dimostrano accessori, come l’innesto della “Montagna” di Mann o la figura della Sonnambula, crocevia di citazioni e riferimenti (musicali, letterari, cronachistici) che, troppo disseminati, non si riuniscono né in simbolo, né in figura chiave.

Certamente, quelli erano anni frammentati, anni veloci, in continua definizione, sfuggenti; ma il privilegio di una visione d’insieme  ce lo possiamo concedere, fuori dalla mischia.  In scena per ora non sono emersi che raramente il profondo dolore, di cui più sopra parlava Parise, così come i segni delle violenze rivoluzionarie. L’ironia e una sorta di furia didattica (che talvolta prende la mano) tengono ancora ben chiuso il vaso di Pandora: si avverte appena dietro le quinte qualche rombo e anche gli spari, quando arrivano, non sono che segnale d’intervallo, prima che il coro brechtiano finale chiuda anche questa serata consegnandoci gli attori a viso scoperto.

Resta, salda eppure sempre sorprendente, l’energia e l’intelligenza degli interpreti sul palco: raccontando, citando o impersonando, comunque gli attori e le attrici sanno mantenere, se non costante, alta la temperatura scenica, attraverso il loro affiatamento e la loro generosità. Lo fanno con la musica e la parodia, ad esempio, affidandosi a un repertorio popolar canzonettistico condiviso. Dopo che una banda, quella di Castelvetro, ha aperto la serata, la musica continua a manifestarsi come presenza importante: la fisarmonica e il pianoforte (la piazza e il salotto) di Olimpia Greco conferiscono all’époque il suo bel colore, garantendo coesione e insieme distensione al dramma.

Parise (per tornare alla citazione d’apertura) cercava di motivare la frattura padri/figli, (frattura che è a ben vedere alla base di questo spettacolo) individuando la mancanza di autorità paterna come una delle cause determinanti dell’allontanamento tra le generazioni, fenomeno che ben evidenziano anche i giovani Gottardi. Perdità di autorità dovuta alla mancanza di grandezza: e per grandezza Parise intendeva non tanto la solida posizione economica o il prestigio che ne deriva (in tal  senso, si possono leggere l’egemonia colonialista, la corsa agli armamenti, la produzione industriale), ma una grandezza diversa, l’unica eredità da trasmettere ai figli: la capacità di “amare la vita più delle cose”, che appare per ora anche il lascito più significativo di queste improrogabili “Istruzioni”.

 

Stefano Serri

www.carissimipadri.it

 

immagini Luca Del Pia per concessione ERT

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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