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Lady Bird – di Greta Gerwig (2017)

by • 15 marzo 2018 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)272

Sinossi

Christine McPherson rifiuta il nome che le è stato attribuito, per usarne uno che si è scelto: Lady Bird. Odia Sacramento, dove non succede nulla, e sogna New York. Nella lotta per affermare le proprie scelte la asseconda il padre disoccupato, ma non la madre infermiera, preoccupata per il suo futuro. Sotto le mentite spoglie del racconto di formazione di area indie, Greta Gerwig, al suo debutto da regista in solitudine, confeziona un’opera generazionale e universale, incapace di comunicare al di là delle barriere culturali.

 

Mecha

Greta Gerwig non sarà una grande regista, pur, rispetto al marito Baumbach, privilegiando la provincia.
Boyhood (2014) di Richard Linklater non contiene la parola edonismo, dura di più, e arriva dritto al cuore.
No Home Movie (2015) di Chantal Akerman non la contiene, eppure dura di più, e arriva dritto al cuore.
Il sospetto che Lady Bird sia più una lettera d’amore alla città di Sacramento che non alla figura materna giunge leggendo la didascalia in apertura di film, citazione di Joan Didion tratta da un profilo per il New Yorker di Michiko Kakutani, in occasione della pubblicazione nel 1979 di The White Album (Il Saggiatore). Sacramento ritornerà nel finale, che crolla rincorrendo un amore semplicistico e superficiale, risolutivo. Checché ne dicano le attrici Premio Oscar Natalie Portman e Emma Stone, appare invero impraticabile annoverare una regista contro quattro uomini, quasi demonizzandoli, ed escludendo contestualmente
ulteriori minoranze, chiedete a Guillermo Del Toro e Jordan Peele. Le registe esistono, basta cercare.

Un caso emblematico è rappresentato da La Ciénaga (2001) di Lucrecia Martel. Argentina. Film d’esordio. L’inizio somiglia a un errore. Una tempesta all’orizzonte, la montagna che si staglia sullo sfondo, un gruppo
di persone ai bordi di una piscina ridotta a putridume, la calura, e un incidente domestico. Niente di tutto ciò che fornisca il genere di informazioni che ci si attende. Dove siamo? Chi sono i personaggi? Che mai succede? Nessun manuale di sceneggiatura raccomanderebbe un’introduzione così. Più proficuo l’interrogativo su come coniugare giusto uno o due personaggi e una trama definita, cosicché il film abbia una sua forma precettiva.

Convivono più protagonisti nello stesso frame, nella medesima città fittizia (La Ciénaga nella realtà si rivela Salta, che ha dato i natali a Lucrecia Martel), e le relazioni che si instaurano e sviluppano rimangono come sospese, perché si fatica a memorizzare i gradi di parentela, ed è difficile asserire cosa sia primario e cosa secondario in ciascuna immagine, poiché si anestetizza l’enfasi potenzialmente insita in ogni situazione. Eppure, si dà il caso che sia il tratto distintivo di questa piccola pellicola, un capolavoro di inizio millennio. Costruito su una linea narrativa meno enigmatica e più chiaramente delineata, non avrebbe avuto una forza tale, poiché La Ciénaga ha esattamente a che fare con ricerche interiori infruttuose, la perdita di tempo nella speranza di un miracolo che non avverrà, con lo spreco di energia, l’inattività. Si affonda nel luogo sommerso.

Lady Bird, come La Ciénaga, poiché Mecha, la matriarca, non fugge da Gregorio (sua la battuta, vedendo la moglie riversa tra il vetro e il sangue e la piscina e la calura ‘Alzati, sta per piovere’), dal destino già scritto, sarà quello di morire nel letto dove in precedenza morì tale la madre, come Tali, la cugina, non fugge da Rafael, a differenza del primo uomo iperprotettivo, e verserà dolore al pari della più anziana, tratta più il tema della fuga provvisoria, per poi risolversi in un ritorno lancinante alla casa, che dell’emancipazione, come accade nell’imprescindibile opera dello scrittore solipsista John Updike, la Tetralogia di Coniglio Angstrom, dove Harry non è meno immaturo ed egoista di Christine, un adulto bambino incapace di prendersi le sue responsabilità, ma, nella sua erratica fuga da una vita mediocre, guidato da un profondo desiderio di libertà, con il plus della sensazione, radicata e perturbante come una fede, di essere nel giusto, che qualcosa di più grande vigili su di lui, destinandolo alla salvezza, con la differenza che in Lady Bird siffatta serie composita di conflitti sia sbrogliata in men che non si dica, essendo una pellicola con molte pecche, e con l’arroganza che contraddistingue di norma l’Arturo Bandini che si pavoneggia in un conservificio ittico di essere il più grande scrittore di tutti i tempi, puntualmente distendendosi dalla nausea provocatagli dal tanfo di sgombro nel reparto Etichettatura, con tanto di risatine di poveracci, come lui, immigrati, come lui, però in qualche modo inferiori intellettualmente a lui, data la sua superiorità, e non a caso si cita Nietzsche strada facendo, ne La Strada per Los Angeles di John Fante, e a pensarci non esistono molte differenze tra Arturo Gabriel Bandini e Christine McPherson: l’uno ammazza granchi; l’altra getta registri. Per Bandini, poi arriverà Chiedi alla Polvere. Per Christine, non tanto Abbie, interpretata da Greta Gerwig in versione punk, nello splendido e passato inosservato 20th Century Women (2016) di Mike Mills, già autore del Premio Oscar Beginners (2011), con Christopher Plummer, quanto Frances Hallaway, l’anima di Frances Ha (2012) di Noah Baumbach.

Candidato a 5 Premi Oscar: Miglior FilmMiglior Regia, Miglior Attrice Protagonista (Saoirse Ronan),
Miglior Attrice non Protagonista (Laurie Metcalf) e Miglior Sceneggiatura Originale (Greta Gerwig).

 

 

Luigi Ligato

 

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