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“L’amore che resta” di Gus Van Sant (2011)

by • 20 Ottobre 2011 • ConcretaMovieComments (0)987

 

L’amore e La morte.
La morte era e rimane il vero, grande tabù degli esseri umani. Già e difficile parlarne con sensatezza, è poi possibile farlo con un film che si tenga lontano da tutto quello che riguarda il dopo, e senza drammi, urla, dolori sbandierati?
È possibile se si possiedono la delicatezza e il romanticismo che troppo spesso non vengono sufficientemente riconosciuti a Gus Van Sant. “L’amore che resta”, poteva facilmente condurre verso il dramma di facilona fattura, considerato che al centro della storia c’è l’amore tra due adolescenti:Lui ha perso la voglia di vivere, dopo esser stato in coma tre mesi
per l’incidente d’auto che ha ucciso i suoi genitori. A lei restano tre mesi di vita, per il cancro che le divora il cervello. S’incontrano per caso, s’innamorano e si aiutano a vicenda. Lei gli trasmette la sua grande passione per la vita e gli uccelli, lui si offre di aiutarla ad affrontare il grande passo. Se si tratta di un dramma,questo lo è con malinconica voglia di sorridere. Perchè in questo suo nuovo film il regista di Portland sceglie di parlare della morte parlando soprattutto della
vita. I protagonisti di L’amore che resta, (ottimamente interpretati da Henry Hopper e un’enorme e fragile Mia Wasikowska), entrambi segnati, nel corpo o nello spirito, reagiscono sfidando i confini della levità, ritrovandosi in un territorio comune che sfugge alla maggior parte delle persone che li circondano.
E quella che nasce come una bizzarra amicizia tra due imbucati al funerale di uno sconosciuto, si trasforma in un amore forte e fragile al tempo stesso, in un supporto reciproco che non si manifesta attraverso il semplice rispecchiarsi, ma
tramite un’integrazione che comprende anche la materializzazione delle proprie paure. Paure che sono quelle della perdita e della solitudine, dell’ignoto e del dolore, del senso inafferrabile del vivere. Fra una discreta citazione di Shakespeare (Romeo e Giulietta) e una di Truffaut (Jules e Jim) Gus van sant prende il coraggio a quattro mani e torna a parlarci di una storia delicata ,toccante ma rischiosa a livello commerciale (sia per il conformismo imperante ma quasi diabolicamente sbiadito, sia per il conformismo dell’anticonformismo diabolicamente pulsante, che tutto classifica e tutto distrugge) ma che se ne
frega delle strade già solcate e non offre illusioni scontate. Perché l’illusione di una soluzione semplice è scartata a priori, la negazione del proprio destino passato, presente e futuro mai presa in considerazione da nessuno.
Attraverso la storia, e i personaggi, il regista sussurra nelle orecchie dei suoi protagonisti (e dei suoi spettatori) la parola amore con poetica e testarda determinazione. Ché è lì che risiede il senso, afferrabile,del vivere e del morire.
Non assoggettiamoci al credere nel divenire.
Buona visione

 

Davide Leone

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