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LAND\SLIDE 11 \\ ILARIA DI BIAGIO

by • 20 Luglio 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1409

 

Al di là della scoperta del lontano e dell’esotico c’è un mondo, quello del fotografare l’intorno, il già noto, gli spazi che siamo convinti di avere esaurito e che invece riservano ancora bellezza e traguardi di senso a chi insiste nell’osservazione. Ilaria Di Biagio fotografa spesso il già noto e vissuto, il vicino, il normale; lo strumento fotografico la porta a rievocare la sua infanzia, a  ripercorrere radici e discendenze e le permette di conoscere persone e situazioni sul tragitto che decide di rifare e rivedere. Così, anche nel momento in cui concentra l’attenzione su questioni di interesse fortemente collettivo – raccogliendo voci e volti attorno al tema delle basi militari statunitensi in Sardegna, per esempio – Ilaria riesce a creare un legame diretto, di prossimità e famigliarità, con i luoghi; soprattutto trova nuove prospettive al già vissuto, rintracciando in un mondo minuscolo, il mondo che per conoscenza ignoriamo, tratti di luce e di puro interesse.

 

Ilaria, fotografi spesso dei luoghi legati al ricordo, i tuoi luoghi d’infanzia e d’origine: sono tappe di un percorso progettuale vero e proprio o più spontaneo, qualcosa che senti il bisogno di recuperare e rileggere?

da The thin line, Ilaria Di BiagioIn realtà, guardando a ritroso i progetti degli ultimi anni, vi ho trovato solo di recente una sorta di percorso progettuale. All’inizio fotografavo temi più lontani da me, di cui ero interessata ma che non mi coinvolgevano direttamente, finché nel 2011 – presso la Danish School of Media and Journalism – ho cominciato due lavori, “The thin line” e subito dopo “Fragile”. Più mi immergevo in questi due progetti e più capivo che la mia strada, in fotografia, avrebbe portato a una ricerca personale legata al mio mondo, in un certo senso, a quel che in parte già conosco e che con la fotografia riesco a indagare molto più in profondità. La passione per i luoghi e le mappe mi è stata trasmessa dalla mamma, geografa del mondo antico. Con lei viaggiavo molto, era lei a raccontarmi le vicende per cui uomo e territorio sono sempre strettamente legati. Ecco per quale motivo, essenzialmente, ritraggo dei luoghi a me cari, che con l’avventura fotografica diventano ancora più intimi.

 

In “Un miglio…” sviluppi una perlustrazione vicina, negli immediati dintorni di casa: cosa hai trovato di nuovo o diverso in quei luoghi attraverso la fotografia?

da Un miglio, Ilaria Di BiagioSicuramente ho rivisto sotto una luce diversa quel che i miei occhi erano abituati a vedere da trent’anni. Ciò che ci circonda è più difficile da vedere e considerare, tant’è che ho imparato la determinazione di uscire e scattare anche quando una vocina interiore mi diceva ‘è dietro casa, puoi andarci quando vuoi, adesso finisci di fare questo etc. etc.’. Con la scusa della fotografia ho partecipato a tante manifestazioni a cui non andavo da anni, dalla Rievocazione Storica di Grassina in cui sono stata vestita come una figurante del popolo romano per mimetizzarmi tra le comparse, alla Festa dell’Uva di Impruneta in cui la sfilata ha rappresentato solo l’apice di un percorso durato mesi, tra preparazione, cene e feste rionali. Per mettere a conoscenza i vicini del progetto e proporre loro di prendervi parte ho stampato anche delle cartoline, imbucate poi una ad una nelle loro cassette postali. Belle e spesso affascinanti, le risposte ricevute. Ammetto che grazie alla fotografia ho potuto conoscere meglio tante persone del mio paese e delle case coloniche dei dintorni, con le quali non ero mai arrivata più in là del classico ‘buongiorno’ o della sfanalata di ringraziamento lungo le strade di campagna. Il progetto è una mia personale, minuziosa riscoperta del territorio in cui sono nata: ha portato alla luce una serie di aneddoti e piccole vicende storiche e umane che non sono narrate in nessun libro o documento, e che solo le persone di quei luoghi possono raccontare.

 

Per costruire “The thin line” e dare forma e storia a “Grand Hotel Carezza” apri gli album di famiglia e metti piede nel passato: il tempo trascorso ha mutato la tua percezione dei luoghi ritratti? Li riconosci o qualcosa ti sfugge?

da Grand Hotel Carezza, Ilaria Di BiagioIn entrambi i progetti compaiono luoghi della mia infanzia. Carezza oltretutto è una costante di tutta la mia vita, un ambiente che negli anni non è mai cambiato: i luoghi, così come le persone, sono gli stessi dei miei ricordi di bambina. È proprio su questo che voglio lavorare in “Grand Hotel Carezza”, su una dimensione altra del tempo, in cui i canoni temporali non la facciano da padroni, in cui prevalga piuttosto un’atmosfera, come una bolla immersa nella realtà. “The thin line” parla di un viaggio invece, quindi di molti luoghi. Alcuni li ricordavo, altri sono riaffiorati appena li ho rivisti con gli occhi di adulta. Credo che in entrambi i casi il fascino di quei luoghi risieda per me in un qualcosa che sfugge, in quella continua ricerca che è il guardarsi attorno e immortalare attimi. Attimi che per quanto intensi lasciano al lettore la possibilità di trovare una sua chiave. Sempre rispetto alla memoria, sono una vorace collezionista di tutto: questo forse è uno dei motivi principali per cui ho cominciato a fotografare a undici anni. Non mi fido molto della mia, di memoria, e spesso delego all’obiettivo il ruolo di ricordare. Perciò le vecchie foto, i ricordi di famiglia, diventano talvolta una parte imprescindibile del racconto.

 

Nella tua inchiesta “A fora sa nato de na sardigna” racconti per mezzo di testimonianze dirette un conflitto complesso: quello fra benessere economico visibile di un’area e salvaguardia di bellezze naturali come prima indispensabile ricchezza. Esiste, credi, un punto di equilibrio?

La salvaguardia del nostro territorio e delle sue bellezze naturali dovrebbe essere il primo e più importante aspetto di una crescita non soltanto economica ma anche civile. Purtroppo non nutro molte speranze che questo possa avvenire in Italia. Durante le ricerche per l’inchiesta ho avuto modo di conoscere e intervistare molti attivisti della causa contro le basi militari, nate spesso da accordi poco chiari con il Governo Italiano, e le loro campagne contro illegalità e ingiustizie subite in territori che fanno parte, tra l’altro, del Patrimonio dell’Umanità UNESCO mi hanno dato la carica per andare avanti. Le intimidazioni ricevute mi hanno invece scoraggiata (anche) dal seguire la strada del giornalismo d’inchiesta, nonostante la mia passione per questa materia. Credo che nel nostro Paese far emergere certe problematiche sia davvero difficile, e continuerà ad esserlo finché le stesse istituzioni non premeranno per farlo. Spesso, quando ciò avviene, è già troppo tardi.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legata? Potresti descriverla?

Penso subito ad “Alpe di Siusi, Bolzano” di Luigi Ghirri, una fotografia del 1979 pubblicata anche nel progetto corale “Viaggio in Italia” (1984), curato dallo stesso Ghirri. È un’immagine che racchiude in sé la mia quotidianità di bambina: i paesaggi a cui sono abituata, le lunghe camminate estive a Carezza, sulle Dolomiti, con i nonni vestiti come la coppia nella foto; il nonno tra l’altro è nato proprio in quella zona. La mia metà bolzanina si sente davvero a casa, davanti a quest’immagine: è così semplice ma al tempo stesso sospesa e universale. “Viaggio in Italia” del resto è un libro fondamentale, che racconta il Bel Paese non come stereotipo bensì come luogo in cui si vive, anche nella normalità. Racconta storie vicine. Più che la fotografia di paesaggio mi intriga infatti l’indagine sul ruolo che l’essere umano ha ed ha avuto su di esso.

 

Giovanni Fantasia

 

http://www.ilariadibiagio.com/site

 

 

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