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LAND\SLIDE 14 \\ FRANCESCA IOVENE

by • 5 Ottobre 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1357

Un lavoro sui luoghi può essere frutto di studi e ricerche e seguire i contorni già delineati di un dato progetto; oppure può svolgersi liberamente – pur conservando una sua costruzione – come stanza di passaggio che consenta di arrivare a riflessioni successive. Francesca Iovene racconta e porta avanti questa doppia direzione, intersecando nella vita da fotografa passioni personali e commissioni necessarie. Soprattutto rende i luoghi che ritrae degli strumenti per conoscere e conoscersi; luoghi come stanze di passaggio, come depositi attivi di significato e di crescita sentimentale. E lo fa – parole sue – perché in fondo non potrebbe fare altro.

Francesca, per capire dove siamo forse occorre ricordare dove abbiamo cominciato: “Il profilo dell’intorno” esplora Brescia lungo un limite urbanistico, mettendo in relazione architetture e percezione degli spazi. Brescia è la città dove sei nata: allora com’è la tua Brescia, in che misura ripropone i temi che hai fotografato?

francesca iovene da-il-profilo-dellintorno-fileminimizerPer capire dove siamo occorre ricordare Casa, su questo siamo d’accordo. Casa, per me (la prima di una serie almeno) è Brescia, e Brescia è il mio primo amore consapevole. È un classico, sì: imparare ad amare certe caratteristiche e contraddizioni della propria città solo dopo essersene andati. Potrei parlare di quei luoghi come fossero persone, forse è per questo che nasce il progetto e che ho scelto questo titolo: ʽprofilo’ inteso sì come contorno di una forma ma anche come descrizione di un individuo (queste cose mi divertono tanto). Brescia, come molte altre città, ha una sua circonvallazione, che i bresciani comunemente chiamano Ring (fa un po’ Vienna, no?): questo anello irregolare divide il centro storico dalla parte più periferica/residenziale e raccoglie in sé alcune particolarità, che riescono a descrivere abbastanza bene l’intera città. Una parte per il tutto, insomma. È anche un percorso che inizia e finisce nello stesso punto, molto trafficato ma poco osservato, in cui si concentrano aspetti tra i più interessanti, per me: i contrasti e le incoerenze, dagli stili e le facciate degli edifici ai segni della storia della città, leggibili nel tracciato urbano nel suo insieme. Camminare per giorni intorno a questi spazi, ripercorrere fino alla nausea dei luoghi e scoprirne degli altri mai visti (ed è bellissimo stupirsi dopo tutti questi anni) è servito anche a far riemergere molti ricordi personali, che hanno reso il mio percorso più appagante.

 

In “Human Patagonia” c’è il paesaggio naturale e nel paesaggio i primi segni di chi sceglie di abitare un territorio, quindi di modificarlo: una visione inevitabile che trovi sconfortante o fascinosa, in prospettiva?

francesca-iovene-da-human-patagoniaRispondere a questa domanda è difficile, in un certo senso: le brutture – in città come nel paesaggio – mi affascinano parecchio. In realtà queste fotografie sono nate semplicemente viaggiando e non da una ricerca: ho percorso una strada continua da nord a sud della zona, che mi ha permesso di imbattermi in visioni nuove e respirare un’aria diversa. Non avevo intenzione di denunciare un’impronta né di manipolarla, collezionavo soltanto dei segni che mi facevano sentire meno persa; senza tentare di giudicarli, lasciandoli dentro all’immagine così come erano, segni riconoscibili per chi si muove in una terra non propria. L’impatto di quei luoghi è stato fortissimo; se ci ripenso mi sento un peso dentro, che cade e fa un tonfo. Credo si chiami nostalgia. Avrei potuto esprimere tutto il mio stupore senza lasciare niente indietro, e probabilmente lo avrei preferito. Invece poi mi sono ritrovata a mettere insieme le fotografie di quel viaggio lungo un mese: per un bisogno di analisi a posteriori, in generale, e per fermare delle visioni che nella realtà sono sempre accompagnate da sensazioni, così da farle accadere di nuovo tutte le volte che si vuole. Credo sia il metodo giusto per riflettere e affinare un’idea. La Patagonia è quello che è, ed è in continuo cambiamento. Vorrei tornarci, reinventare un viaggio partendo dalla consapevolezza di ciò che troverò, ma ricominciando da capo, per trovare nuove cose da dire e riordinare. Dopo la prossima volta, magari, saprò darti una risposta meno vaga.

 

Periodicamente componi una serie di appunti visivi e testuali, dei “Phototelling”: escono su un magazine on-line e sono un ibrido diario\cartolina. Sembra il ritorno a qualcosa di semplice e da maneggiare, alla carta, alla calligrafia; a qualcosa di impreciso, anche. Più intimo e più personale?

francesca-iovene-da-memoria-del-salitrePer anni sono rimasta in sospeso (e imprecisa, in qualche modo) tra la voglia di raccontare anche attraverso le parole e l’imbarazzo di farlo, preoccupata forse dall’incomprensione che avrebbe potuto suscitare negli altri. Con STREAM sto compiendo un percorso, che vorrei intensificare e rendere ancora più esterno per mezzo di immagini coerenti con quello che faccio di solito, unite però a qualcosa di più personale, di cui al momento sto sperimentando le forme. Mi piace il fatto di essere sostanzialmente libera di ragionare e proporre cose nuove con l’appoggio di questo magazine bello e interessante, di cui faccio parte da qualche mese. Il processo di creazione di un diario è in un certo senso un rituale che già mostra un forte livello di intimità e un bisogno di mettere insieme più linguaggi semplici.

 

Come si vive di fotografia? Creatività, qualità dei lavori, contatti, cos’altro permette di muoversi in questo settore affiancando alle proprie ricerche e passioni i lavori fruttuosi sul piano economico?

Mi sto confessando: trovo che non sia per niente facile porre sullo stesso livello la fotografia come lavoro e la fotografia come ricerca personale. Parlo per me, ovviamente: sono in una fase (e qualcosa mi dice che lo sarò molto a lungo) in cui devo ancora imparare a gestire il mio tempo e suddividerlo tra ciò che devo fare e ciò che voglio fare. Non è una questione, non solo, di tempo materiale ma anche di tempo mentale. Da un lato ho la fortuna di poter legare i miei interessi personali – le passioni per la fotografia, l’architettura e il paesaggio – all’ambito lavorativo, e questo senza dubbio mi spinge a far combaciare la mia firma e la mia visione delle cose in tutti i progetti che intraprendo. Dall’altro, come lato negativo, c’è il non poterne uscire, l’esserci dentro sempre fino al collo senza potersi prendere una pausa. È una scelta, non sempre facile ma sicuramente intensa. Io poi riesco a diventare sentimentale in tutto, fino alle cose più piccole, e questa è una forza e una debolezza insieme. Sta a me gestirla in modo che diventi potentissima e mi tenga in equilibrio. Non potrei fare altro che questo, credo, né vorrei.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legata? Potresti descriverla?

Mi è venuta in mente una foto di Nadav Kander, una delle mie preferite in assoluto: ʽFallen Bridge’, 2007. C’è un ponte interrotto, un paesaggio dai toni caldi, un mondo che continua lontano, una striscia di terra che si muove proprio sotto al punto in cui il ponte è crollato. Non sono sicura di saper spiegare perché mi piaccia così tanto, ma la prima volta che la vidi rimasi a fissarla molto a lungo. È perfetta in tutti i suoi strati: dentro quel rettangolo non c’è niente che non funzioni. Kander rimane uno dei miei fotografi di riferimento e io, oggi come ieri, continuo a osservare.

 

Giovanni Fantasia

 

http://www.francescaiovene.com

http://thestreamagazine.com/category/rubriche/phototelling

 

 

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