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LAND\SLIDE 15 \\ RICCARDO MUZZI

by • 27 Novembre 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1067

La successione dei luoghi di un nostro percorso abituale non ci meraviglia, non più: è la somma di passaggi e scorrimenti, di immagini non lette utilizzabili, al bisogno, come memoria visiva ma piatte, finite, slegate da ogni contesto; non più percorsi ma trasferimenti. L’occhio del fotografo dei luoghi cerca invece di far tappa dove almeno in apparenza nulla accade e nulla può sembrare utile; cerca di leggere e delineare il contesto, e la storia del luogo su cui si sofferma – piccola o grande che sia – viene pian piano alla luce. Così Riccardo Muzzi, che nel mezzo di un percorso cerca i segni di una sovrapposizione sempre viva e da osservare, raccogliendo gli elementi di un continuo lavorio: quello operato dall’uomo per testimoniare le sue relazioni coi luoghi.

 

riccardo muzzi da-fiumi-unitiRiccardo, “Fiumi Uniti” tocca, credo, un punto-cardine per quanti si interessano dei luoghi: la contrapposizione naturale\artificiale. In questo lavoro rintracci invasioni discrete, da parte dell’uomo, su un paesaggio indubbiamente naturale, derivante tuttavia da un intervento sul regime delle acque. Vuoi parlarmene in dettaglio?

“Fiumi uniti” è un progetto pubblicato dall’Osservatorio Fotografico di Ravenna nell’ambito del progetto ʽdove viviamo’. I Fiumi Uniti sono un canale artificiale costruito a sud di Ravenna nel ’700, che all’epoca doveva avere un aspetto completamente differente da quello odierno: molto più spoglio, con gli argini trapezoidali molto più evidenti. Nei secoli il paesaggio si è arricchito: saltano agli occhi i capanni dei pescatori, tipici di tutta la Romagna, subito dopo gli orti gestiti dai pensionati, che a un certo punto decidono di occupare un pezzo di argine, ripulendolo dalle canne palustri e ricavandone appunto degli orti. Infine gli spazi dedicati alle attività sportive: corsa, bicicletta, canoa. In altre zone ancora la natura si è ripresa i suoi spazi, e i boschi si sono talmente infittiti da risultare impenetrabili. Nella percezione collettiva quindi, i Fiumi Uniti sono un luogo naturale che viene vissuto a tutti gli effetti come parco urbano, ma nulla dei Fiumi Uniti – come d’altronde buona parte della Pianura Padana – è naturale. Proprio quest’ambiguità di luogo artificiale con sembianze di naturale mi ha spinto a lavorare sul canale, ambiguità che in una certa misura si ritrovano anche nella fotografia come mezzo apparentemente fedele alla realtà. La fotografia propone qualcosa che sembra la realtà ma realtà non è. Come posso pertanto far dialogare un luogo ambiguo con un mezzo ambiguo? Tenendo a mente questa domanda ho sviluppato “Fiumi Uniti”. Pur senza tralasciare un approccio squisitamente documentario, ho privilegiato situazioni e inquadrature che potessero creare delle ambiguità visive e una scena altra rispetto al soggetto fotografato. Oltretutto in quel periodo mi ero avvicinato alla ’Patafisica di Alfred Jarry, e ho trovato nella definizione di questa («la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità») una sorta di legittimazione ad accordare a un approccio fotografico documentario degli elementi, sottili, in grado di ricondurre a un mondo altro e immaginario; un ʽepifenomeno’, come lo definirebbe Jarry.

 

“Foglia” nasce invece dalla partecipazione ad un progetto collettivo: al di là della ricerca personale e del confronto, a cosa portano i progetti collettivi? Si sviluppa un vero dialogo sui luoghi e sulla loro comprensione?

È difficile parlare di ʽcomprensione dei luoghi’ perché dovremmo chiederci innanzitutto qual è 2-riccardo-muzzi-da-foglial’interlocutore di questi progetti e con chi instaurano un dialogo. Spesso i progetti fotografici collettivi e i loro risultati si rivolgono solo a un pubblico di fotografi, non creando quindi un vero e proprio dialogo con chi, quotidianamente, vive quei luoghi. Questa tipologia di progetto è importante perché alimenta lo scambio e il senso di comunità tra i fotografi; la comunicazione col pubblico dei non addetti ai lavori però – anche per una questione di fondi – non soltanto non viene adeguatamente curata, a volte neppure cercata. Nella storia della fotografia ci sono stati grandi esempi di progetti collettivi che hanno veramente sviluppato un discorso critico sui luoghi e aiutato alla loro comprensione, su tutti la Farm Security Administration, voluta dal governo Roosevelt per documentare e comprendere la situazione dei contadini fittavoli nella ʽpolveriera’ d’America dopo la crisi del ’29. In Italia, con l’Archivio dello Spazio di Milano – un progetto durato 10 anni e che ha coinvolto i più importanti fotografi dei luoghi di quel momento – si è documentato e rappresentato il paesaggio della provincia di Milano. Entrambi i progetti sono stati utili alla comprensione dei luoghi in un determinato periodo storico, e lo si deve alla loro natura programmatica, politica, educativa, interdisciplinare. Credo allora che i progetti collettivi sviluppino un vero dialogo quando partono da istituzioni pubbliche e coinvolgono anche figure differenti dai fotografi: architetti, urbanisti, sociologi, antropologi. La fotografia sicuramente può svelare qualcosa di un luogo, ma non sono sicuro che da sola possa aiutare a comprenderlo.

 

L’idea di un percorso obbligato e già visto da cui diramare lo sguardo mi affascina sempre: tu l’hai fatto in “Adriatic City”, sulla tratta ferroviaria Pesaro-Falconara Marittima. Cosa si trova, rompendo un percorso obbligato?

3-riccardo-muzzi-da-adriatic-city“Adriatic City” nasce dalla curiosità di dare un volto a luoghi che prima di allora erano poco più di scritte bianche su fondo azzurro: Falconara Marittima, Montemarciano, Senigallia, Marzocca, Marotta Mondolfo, Fano, Pesaro, si susseguivano durante il mio percorso in treno. Il paesaggio che vedevo dal finestrino sembrava connotato da una tale continuità che per quasi 60 chilometri sembrava di attraversare la stessa città. Un paesaggio completamente diverso dai luoghi in cui ho vissuto, in montagna, circondati dal verde, isolati e quasi privi di industrie. “Adriatic City” per me è stato il tentativo di assegnare a questi luoghi un volto del tutto personale, fatto di piccole scoperte e fascinazioni al di fuori dei classici itinerari turistici. Rompere un percorso obbligato porta sempre a nuove scoperte; è la natura stessa della deriva, del perdersi, a incoraggiare in noi la sorpresa. Questa strategia di passeggio indeterminato, introdotta dai situazionisti come pratica artistica negli anni Sessanta, implica il muoversi in maniera casuale all’interno di un territorio, lasciandosi trasportare non da un percorso definito bensì da stimoli estetici. Un comportamento che credo permetta di cogliere aspetti della vita reale ampliando la visione del territorio in cui si spazia. Un modo di interagire con il paesaggio inoltre, facendo esperienza non solo visiva, ma anche sensoriale e interiore.

 

Basta una pista ciclabile, a volte, per attraversare un paesaggio con occhi diversi: “Oltre la siepe” seziona una parte di Pesaro e scopre dei lati altrimenti nascosti dei luoghi; spazi non rivolti al pubblico, direi. In particolare che cosa ha attirato la tua attenzione?

La ciclabile Cardinali di Pesaro è stata voluta e finanziata dall’azienda pesarese IFI, che poi ha anche commissionato ad alcuni fotografi dell’ISIA di Urbino, e a Guido Guidi, delle campagne fotografiche sulla pista. La ciclabile attraversa Pesaro snodandosi tra zone residenziali e zone industriali, costeggia il fiume Foglia e alcuni spazi naturali, si ritrova nuovamente tra i palazzi per finire nel parcheggio di un centro commerciale. La pista offre una serie di viste privilegiate su paesaggi di Pesaro che non si mostrano facilmente allo sguardo, e questo aspetto ha attirato la mia attenzione. Mi è venuto spontaneo quindi creare delle relazioni visive tra la pista e la città che attraversa, dove la natura e le siepi che dividono la pista ciclabile dal resto della città fanno da quinta teatrale per proiettare lo sguardo altrove.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla?

Room 125, Westbank Motel, Idaho Falls. Idaho, July 18 1973, è l’autoritratto di Stephen Shore, pubblicato in apertura del libro Uncommon Places. Siamo in una camera d’albergo dall’aspetto spoglio: gli unici elementi di arredo sono un letto con un lenzuolo dal motivo floreale astratto e kitsch, un tavolino con abat-jour con sotto una sedia, una finestra sovraesposta che non lascia intravedere cosa c’è fuori e una TV spenta attaccata alla parete di un colore tra il verde chiaro e il beige. Sul tavolino è appoggiata una valigia, e dal fondo del letto, al limite dell’inquadratura, spuntano le gambe con indosso un paio di scarpe Converse logore. La fotografia è presa come se fosse una soggettiva della persona sdraiata sul letto mentre sta guardando la TV o riposando. Verrebbe da scartare la prima ipotesi, dato che la TV è spenta; sullo schermo però si riflette il paesaggio fuori dalla finestra. Con quest’immagine Stephen Shore preannuncia il contenuto del libro: lo ʽspettacolo’ in programma è proprio il paesaggio fuori dalla finestra.

 

Giovanni Fantasia

 

http://riccardomuzzi.it

http://osservatoriofotografico.it

 

 

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