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LAND\SLIDE 16 \\ MARCO FAVA

by • 20 Dicembre 2016 • LAND\SLIDE Spazi fotograficiComments (0)1139

Isolare con lo sguardo una porzione di paesaggio ci consente di vedere com’è fatto e raccontarlo; prima ancora ci consegna informazioni in apparenza semplicissime: ci dice, tra l’altro, se lo spazio che osserviamo è ordinato oppure no; ordinato, si intende, secondo criteri che riconosciamo e che sono rivolti di solito al costruito, tanto più se per mestiere o professione ci occupiamo di riempire, rivedere, riordinare spazi urbani. Marco Fava, da architetto, sceglie spesso una visione fotografica ordinata in altro modo: quello che per abitudine consideriamo disordine, spazio non determinato, confuso, fa nascere in lui uno sguardo che muove sui bordi e le rive, che si occupa con cura – per istinto ed interesse – del groviglio naturale, ricondotto al suo statuto di elemento che compone, che non governato continua a produrre il suo ordine, scrive una traccia, magari un’immagine intera. Un paesaggio che rimane sempre incerto – unclear, scrive Marco in un titolo dei suoi lavori – che pone una serie di interrogativi, perché il fotografo possa poi porne altrettanti.

 

-marco fava untitledMarco, quel che forse mi sorprende maggiormente nelle tue fotografie è l’attrazione per l’intrico: alberi, erba, sterpaglie, grovigli che emergono dalla natura con delicatezza inusuale, in una luce quasi nordica, direi. Ti ritrovi in questa considerazione?

Sì, assolutamente: ho una particolare fascinazione per gli elementi vegetali e mi viene spontaneo avvicinarli. In realtà, ragionando in modo un po’ astratto, non vedo un caos in quei grovigli, bensì un’armonia; come se fossi di fronte a una scenografia naturale, con un filo conduttore e delle regole precise: è questa, forse, la cosa che mi attrae di più. Come fai notare, la luce ha un ruolo fondamentale per me. Cerco sempre di fotografare con una luce debole, invernale, che non disegni troppo la scena; e che valorizzi – nelle mie intenzioni – quel tipo di soggetto, conferendo alle immagini un’atmosfera quasi onirica.

 

marco fava da traces of a fast geography-Nel tuo lavoro “Traces of a fast geography” perlustri gli scenari di un evento catastrofico (quello accaduto in Val Nure e Val Trebbia, a sud di Piacenza, nel settembre del 2015), che costringe chi fotografa a puntare sugli effetti del disastro. Tu con quale approccio ti sei mosso, come hai scelto di comporre il tuo progetto?

L’alluvione è stata il punto di partenza: non mi attirava l’idea di una cronaca della tragedia, volevo indagare la geografia di un territorio, che può mutare – con un’accelerazione improvvisa – rispetto alla propria inevitabile, naturale evoluzione. Lo sguardo è rivolto, ovviamente, anche alle dirette conseguenze dell’alluvione, che possono aprire a un dibattito sulle questioni specifiche di quegli eventi; c’è soprattutto una componente sensoriale e meditativa, che mi accompagna costantemente in ogni nuovo progetto e che cerca di esprimere una visione più ampia e universale. Sono tornato molte volte sugli stessi percorsi: li ho esplorati con lentezza, per coglierne i piccoli movimenti e l’evoluzione nel tempo, per cercare le tracce antropiche e naturali che permettessero – anche se in modo frammentario e incompleto – di decodificare un territorio mutevole e di osservare appunto le interazioni uomo-paesaggio.

 

Alimenti di continuo la passione per le immagini, le immagini dei luoghi soprattutto, osservando una miriade di lavori fotografici: c’è modo, secondo la tua esperienza visiva e la tua attenzione, di leggere una dominante, una caratteristica diffusa e ripetuta, nella fotografia contemporanea dei luoghi?

Credo che allo stato attuale esista una diversificazione davvero ampia nel modo di raccontare il paesaggio; spogliata, forse, di alcuni formalismi della fotografia di paesaggio degli anni passati. Noto tuttavia una tendenza: quella di raccontare il luogo in maniera meno descrittiva, legandolo a storie più o meno reali e fornendo più di un’interpretazione. E questo approccio mi affascina, perché permette di lavorare ad infiniti livelli di profondità e originalità. Posso citare, con una brevissima e insufficiente descrizione, due lavori che mi hanno molto colpito per la loro capacità di raccontare i luoghi e le storie umane connesse: “Find a Fallen Star” di Regine Petersen e “Tranquillity” di Heikki Kaski. Il primo è un lavoro diviso in capitoli, che in modo puntuale e suggestivo narra le conseguenze portate dall’impatto di frammenti di meteoriti nella vita delle persone e nei luoghi; riesce a creare una connessione tra le storie quotidiane e l’immaginario misterioso del cosmo. “Tranquillity” invece permette di immergersi nella vita di una piccola cittadina americana, uscendo però dagli schemi classici del racconto di paesaggio americano; con una serie di immagini inquiete e affascinanti offre quasi una sceneggiatura, che continuamente va oltre l’aspetto descrittivo dell’immagine stessa.

 

3-marco-fava-da-san-polo-sanpolino-fileminimizerSei architetto e ti sei confrontato, in fotografia, con l’architettura di un determinato quartiere di Brescia – San Polo e le sue estensioni – progettato in buona parte da Leonardo Benevolo. Come hai recepito quel quartiere, allo stato corrente, al momento di fotografarlo?

Quando mi è stato proposto di fotografare i quartieri di San Polo e Sanpolino ho subito pensato che potesse essere un’ottima occasione per mettere a confronto quello che ho studiato sulle grandi pianificazioni residenziali fatte tra gli anni ’70 e ’90 e il contesto reale. Mi soffermo su San Polo, più emblematico rispetto a Sanpolino, che è un quartiere nuovo e con caratteristiche differenti: le cinque torri di San Polo, alte diciotto piani, sovrastano l’edilizia bassa delle case a schiera e la mia percezione, fin dall’inizio, è stata di un’architettura costantemente presente (ma forse il termine adatto è incombente) ad ogni movimento, ad ogni sguardo. Lì capisci quanto quel cemento, coi suoi percorsi, le altezze, i volumi, i tunnel o i passaggi aerei, possa avere influenzato la vita degli abitanti nel corso del tempo, e quanto gli abitanti abbiano imparato a conviverci; addomesticando, in qualche modo, quella presenza. È proprio su questa convivenza che ho focalizzato l’attenzione, provando a sottolinearne i contrasti, dando risalto ai pesanti volumi architettonici e al degrado, in cui persiste tuttavia il desiderio di uno spazio più confortevole, che si personalizza e si circonda, soprattutto, di vegetazione.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla?

Mi viene spontaneo pensare contemporaneamente a diverse immagini, più che a una sola: a quelle di “Niagara” e “Sleeping by the Mississippi” di Alec Soth, due lavori che oltre a rimandarmi ad alcuni ricordi e avvenimenti personali hanno rappresentato uno spartiacque tra il modo che avevo prima di fruire la Fotografia e il modo in cui la vivo ora. Credo anche di aver iniziato a fotografare con più emozione, con un atteggiamento più definito e mirato, dopo aver visto quelle immagini, piene come sono di una dolcezza e – allo stesso tempo – di un’amarezza indescrivibile.

 

Giovanni Fantasia

 

http://www.marcofava.net

 

 

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