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LAND\SLIDE 17 \\ ETTORE MONI

by • 4 Febbraio 2017 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1190

Pensando al percorso di Ettore Moni, concentratosi sui luoghi e sulla loro osservazione dopo alcuni anni spesi professionalmente sul ritratto, sulla moda e sull’immagine pubblicitaria in genere, ho di nuovo la conferma di una scelta meditata, figlia di un’evoluzione strettamente personale (della quale poco o nulla posso dire), forte di un terreno fertile per quanti, sulla scorta dei maestri del paesaggio, portino avanti tematiche e sguardo. Ma c’è altro; perché chi fotografa i luoghi – e me ne convinco ogni volta di più – cerca nei luoghi qualcosa di sé. Un piccolo completamento, un rimando alle proprie radici o la proiezione di un sogno. Scelta, nel suo caso, che lo chiama di frequente alla salita, che lo induce a inerpicarsi, a rendersi conto dall’alto di cosa succeda, in che forma, in che luce. Sempre secondo una logica di straordinario profilo, con un approccio all’immagine lento e convinto, che attinge dal rito e si lascia alle spalle l’urgenza diffusa. Così la scelta buona viene fuori e lì rimane.

 

Ettore, nel tuo progetto “An empty valley” hai toccato una questione d’importanza capitale per quei luoghi – spesso parliamo di interi paesi o vastissime zone – che hanno basato la loro esistenza su un’attività commerciale specifica. Nel caso di Forno, in provincia di Massa-Carrara, è l’estrazione del marmo. Oltre all’impatto visivo, quali impressioni hai raccolto e fissato incontrando chi abita quel territorio?

Ettore Moni, da An Empty ValleyPer dirla con una battuta: ricordi la pubblicità di quel noto cioccolatino dal cuore morbido, che a un certo punto fa …lasciati conquistare dall’irresistibile scioglievolezza… eccetera? Ecco, gli abitanti della valle hanno in dote un cuore morbido: al di là delle guance scavate e dei volti rugosi, dei lineamenti severi, così come sono severi talvolta gli sguardi, a muovere questo complesso di cose e le mani segnate dagli anni di vita e lavoro sul luogo ci pensano cuori di rara grandezza. È gente di un’umanità disarmante: proprio per questa ragione è così resistente, coriacea, spesso anche dura. La valle che ho trovato e ritrovato, in questo senso, è tutto fuorché vuota.

 

La tua scelta fotografica è precisa ed esigente: lavori a banco ottico e realizzi stampe grandi, conferendo ai tuoi progetti peso e cura del dettaglio dal momento dello scatto fino in mostra. Come concepisci il tuo rapporto con chi poi osserverà semplicemente il risultato, di un processo così ricco di attenzione?

Nell’economia del rapporto autore/fruitore credo di essere un sano egoista: punto a vivere i momenti e le emozioni che precedono e seguono lo scatto in maniera del tutto personale e introspettiva, senza pretendere che l’ipotetico osservatore entri in sintonia con me. In fondo preferisco che ognuno sia libero di disporre del proprio spazio interpretativo secondo le sue esigenze e percezioni. Perché credo molto nell’intersoggettività del linguaggio ʽimmagine’.

 

Ettore Moni, da Funeral Monument“Funeral Monument” prende in esame la collocazione di lapidi e cippi commemorativi della Resistenza parmigiana: punti emotivi al di fuori del tempo, punti fissi attorno ai quali i luoghi cambiano in maniera indipendente dal ricordo. Cosa si muove, allora, attorno a quei punti?

“Funeral Monument” è stato una scoperta. Scoperta anche per me, intendo: il più delle volte ho dovuto scoprire fisicamente quei punti, sollevare per un lembo quella patina di oblio e noncuranza che ristagna attorno ad essi e li devasta nella loro fissità. Il mio lavoro, in primo luogo, ha rappresentato una sorta di rivendicazione del potere autarchico della memoria e del suo bastare a se stessa.

 

I tuoi lavori sono stati pubblicati, in questi anni, su riviste e quotidiani di rilievo: trovi che l’impegno di un fotografo dei luoghi – ammesso che esista una simile definizione – sia recepito con l’atteggiamento adeguato?

Consideriamo che di ogni progetto si pubblica una selezione di scatti, a volte neppure i più significativi; diventa difficile allora recepire e soprattutto percepire, in ragionevole totalità, l’intenzione del fotografo. È tanto più vero in Italia, dove le immagini essenzialmente sono concepite come strumento per esprimere un concetto, come supporto a un articolo. Ancora più difficile è vederle pubblicate (quindi riconosciute) come entità a sé stanti, per puro gusto estetico o per adesione all’impegno del fotografo.

 

Ettore Moni, senza titolo Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla?

Immagina un pomeriggio d’agosto a cui fa da sfondo la valle del monte Penna, al confine tra Emilia-Romagna e Liguria, immagina quattrocento persone che assistono alla deposizione di una statua religiosa e immagina di guardare tutto dall’alto: questa è in assoluto la fotografia a cui sono più legato. Forse perché viene da un progetto, non ancora pubblicato, sui territori che ho sempre vissuto e che mi riguardano più da vicino; forse perché è uno dei miei primi scatti con il banco ottico. Se vieni a casa mia la trovi lì, la fotografia di cui parlo: è come un promemoria che mantiene in evidenza le ragioni che mi spingono a cercare nuove immagini. Adesso però basta con i sentimentalismi.

 

Giovanni Fantasia

 

http://www.ettoremoni.com

 

 

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