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LAND\SLIDE 18 \\ MARINA CANEVE

by • 4 marzo 2017 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1354

Provando a riassumere queste interviste di LAND\SLIDE, troverei parole-chiave decisive nelle risposte di Marina Caneve: ricerca, connessioni, vulnerabilità. Ricerca per delineare il percorso di molti fotografi, in questo momento, attorno al concetto di luogo; ricerca che vuol dire spostamento, fisico e lungo le tracce di significati che mutano in continuazione la loro misura. Connessioni perché il compito di porre in relazione più elementi, invitando a una possibile lettura della scena, è delicato e sempre più determinante. Vulnerabilità infine, perché i nostri movimenti, i nostri piani, il nostro vivere di forza ci consegnano a un futuro complicato, probabilmente da scrivere meglio. Allora mi sembra importante osservare con cura e capire la forma dei luoghi in cui stiamo. Concentrarci su parole, e su immagini, che mettano radici in questo senso, che ci inducano a cercare a nostra volta. Le fotografie di Marina Caneve rispettano a pieno l’intento, ecco perché ho dialogato con lei.

 

Marina, in “Monopoli” c’è la Venezia di cui si dibatte periodicamente negli ultimi anni, quella affittata al turismo di massa, che si alimenta di toni non suoi, non appropriati, per soddisfare bulimicamente chi arriva in città. Il modo perfetto per svendere un unicum?

Il lavoro che più amo su Venezia è “Venezia Marghera” di Lewis Baltz: certamente per la forma, ironica, efficace, ma anche per l’intento descrittivo-critico del processo di origine della città. Mi ci sono imbattuta quando già avevo iniziato a lavorare su “Monopoli” (che resta un progetto in divenire) e mi ha aiutato a ri-definirne i confini. Quel che mi interessa è la mobilità meccanica, la macchina scenica prodotta da Venezia all’interno di un’altra, più grande macchina scenica, Venezia stessa. Pur essendo consapevole della pericolosità di citare i classici, per rispondere alla tua domanda sento perfettamente calzante Calvino ne “Le città invisibili”:

Marco Polo – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

Gran Kan – Quando ti chiedo d’altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia.

Un unicum, certo, ma anche la rappresentazione di tutte le civiltà del mondo o perlomeno di quelle che hanno portato in epoche più o meno recenti la loro influenza. Le mie scene abitate si relazionano alla città e all’uso che ne viene fatto. Le minacce sono il mercato, le ragioni produttive, politiche ed economiche che violano il contesto naturale in cui è sorta e si è sviluppata Venezia, mortificandone il diritto ad essere città. Il mio progetto non è su Venezia, non solo: mi interessano piuttosto il destino e la vulnerabilità delle nostre città e della nostra storia. Venezia – facendo di nuovo riferimento a Calvino – resta soltanto un esempio. E forse, usandola come esempio, l’ho già persa…

 

Nel tuo progetto “1 km” prendi in esame attraverso visioni d’insieme, dettagli e ritratti il grand ensemble La Caravelle, a nord di Parigi: una città nella città, quasi un’enclave – la definisci – con i suoi nuovi abitanti e contrasti, con una nuova estrazione sociale. Cosa accade in quella zona, e perché diventa significativo?

Tutto questo va contestualizzato: la banlieue di Parigi è un luogo di mezzo, il cui destino e le radici rendono la vita di chi vi abita estremamente vulnerabile. I ʽgrands ensembles’, interventi architettonici e urbani di una bellezza disarmante, costruiti sotto i nobili ideali del Movimento Moderno, popolano queste periferie e rappresentano una sorta di fallimento culturale e sociale. In un simile contesto resta significativo il caso de ʽLa Caravelle’, luogo di apertura e contaminazione dove un intervento di re-modelage ha permesso a quel sito specifico di cominciare gradualmente a ricucire una relazione con il tessuto urbano della città madre, Parigi appunto. Per ʽLa Caravelle’ si è cercata e trovata una soluzione allo stato delle cose, con l’apertura di nuovi percorsi mediante interventi di micro-demolizione. È importante sottolineare che quando uso la definizione di enclave mi riferisco non alla situazione attuale ma a quella di partenza. Ciò sui cui mi sono maggiormente concentrata, lavorando a questo progetto, è stato proprio il concetto di apertura e chiusura, dal punto di vista sia fisico sia metaforico; il concetto di limite imposto e di possibilità, di sfida dell’urbanistica come azione sociale per gli uomini, con la responsabilità di organizzare strutture umane e sociali. Le periferie, queste periferie in particolare, rimangono un tema importante, specie se penso a fenomeni di esclusione o ghettizzazione; e quel che più amo de ʽLa Caravelle’ è l’intenzione, la lotta messa in atto contro l’enclavement e la depersonalizzazione, così ricorrenti nei grands ensembles.

 

Sei cofondatrice e curatrice di “Calamita/à”, piattaforma di ricerca fotografica, e non solo, sul Vajont; la tua parte di ricerca su quei luoghi, su come siano stati costruiti dopo il 1963, si intitola “Motherboard”: perché, per le memorie che quel territorio contiene?

La ragione che mi ha spinto a ideare CALAMITA/À insieme a Gianpaolo Arena, è stata la necessità di indagare una complessità, i motivi che ci hanno portato a vivere in un dato ambiente. In particolare, il mio interesse si è sedimentato nella ricerca di connessioni tra le strutture sociali e la loro fragilità. CALAMITA/À è diventato ed è tuttora un vero e proprio strumento di ricerca, che mi ha permesso di aggiungere tessere-chiave a un ideale mosaico da ricostruire. La nostra idea è stata quella di rendere il Vajont un territorio di scambio e di utilizzare la piattaforma on-line come veicolo. Nel tempo molti autori hanno lavorato con noi, e il frutto di queste esperienze – “The Walking Mountain”, pubblicato nel novembre 2016 – non è semplicemente un photo book nel senso classico del termine ma, piuttosto, un’opera corale e di ricerca. Nel caso di “Motherboard” – scheda madre, letteralmente – mi riferisco a due cose: l’origine dei luoghi, il loro cuore, ma anche quello che dà input a un futuro. Non sta a me raccontare la storia di un passato, preferisco la ricerca di quello che ha portato.

 

“Bridges are Beautiful”tratta un soggetto inconsueto: ponti sì ma naturalistici, creati per connettere di nuovo territori separati per ragioni di confine o per la stratificazione del paesaggio costruito. Per un’Europa impegnata piuttosto a dividersi è un paradosso; può funzionare da esempio però?

I ponti in questione non hanno a che vedere con un’idea di lotta allo stato di fatto dell’Europa, ma la loro costruzione si relaziona direttamente ai concetti di unificazione e preservazione della diversità. “Bridges are Beautiful” inizia da ricerche approfondite sull’idea di Europa come Utopia, specie su ciò che riguarda l’ambiente e le relative politiche di tutela attuate negli ultimi decenni dall’Unione Europea. Se da un lato si fa sempre più presente nel dibattito politico e mediatico il tema dei flussi migratori, dei confini nazionali e del ripristino delle dogane, dall’altro l’Unione Europea ha investito ingenti somme di denaro nella creazione di una rete infrastrutturale dedicata alla fauna selvatica, che mira a valicare – a beneficio della libertà di movimento – confini politici e limiti fisici. L’idea di Utopia risiede per me nell’idea di connessione universale; i ponti nella mia ricerca sono infatti in relazione con l’idea di Monumento Continuo concepita negli anni Settanta da Superstudio, secondo la quale estendendo un singolo pezzo di architettura attraverso il mondo intero sarebbe stato possibile riportare ordine cosmico in terra. In senso lato, tutta l’antropologia si concentra sulla transizione tra natura e cultura; per questo ritengo sensibile il paradosso.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale, a cui per qualche ragione tu sia legata? Potresti descriverla?

Quest’ultima domanda sfida la curiosità, anzi la necessità che ho nel cercare connessioni fra le cose; infatti mi vengono in mente decine di immagini in cui il paesaggio è luogo di contraddizioni e vulnerabilità. Un’immagine di Hans Aarsman, in particolare, che evoca nella mia memoria altre immagini che ho visto, di cui ho letto o forse solo immaginato… In un pomeriggio d’autunno, attraverso un paesaggio alberato si incontrano due direzioni e due storie: quella di un comune parco giochi, dove bimbi e genitori stanno spensierati al sole, e quella di un tamponamento fra tre macchine appena oltre la siepe, forse di sabato pomeriggio, chissà. Tragico e romantico si sfiorano e convivono, creando un mix curioso, anche grottesco; un’allegoria della società contemporanea, col reale che somiglia sempre più alla fantascienza.

 

Giovanni Fantasia

 

http://www.marinacaneve.com

http://calamitaproject.com/it

 

 

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