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LAND\SLIDE 7 \\ WILLIAM GUERRIERI \ LINEA DI CONFINE

by • 23 Marzo 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1488

Non è facile introdurre con pochissime parole chi da quasi tre decenni si interessa dell’identità dei luoghi e della loro dimensione collettiva. William Guerrieri è legato ad un luogo preciso, Rubiera, paese dove è nato e dove è nata anche “Linea di Confine”, iniziativa fotografica capace di coinvolgere in progetti, mostre, libri, personaggi quali Walter Niedermayr, Lewis Baltz e Stephen Shore e dare impulso e risonanza all’operato di fotografi italiani di talento o già storicizzati, Guidi e Fossati su tutti.

Un doppio registro, locale e globale, di cui troviamo tracce nei lavori personali di Guerrieri, modellati sullo scorrere del tempo, inteso come percezione storica e rapporto con coloro che qualificano i luoghi. Luoghi incerti, transitori, spesso non identitari, luoghi da documentare onestamente, senza eccedere nell’estetizzazione fotografica. Per non perdere di vista il molto piccolo, mentre si cerca qualcosa di molto più grande.

 

Palestra, William Guerrieri - 1993 Mi sembra doveroso cominciare da “Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea”, che fondi insieme a Guido Guidi e Roberto Margini nel 1990 e di cui sei tuttora direttore e curatore: “Linea di Confine” è stato definito come un «laboratorio di produzione di indagini fotografiche sul territorio», creato con l’intento di «portare nel locale un progetto artistico di livello internazionale». Indagine fotografica che incontra, eventualmente, un riconoscimento artistico: quant’è importante questo passaggio, e cosa presuppone?

L’idea di portare un progetto artistico di livello alto in un ambito locale nasce nel clima politico dei primi anni Settanta. All’epoca si pensava che l’arte fosse alla portata di tutti e che ci fosse solo bisogno di costruire delle politiche culturali nel locale che permettessero questo incontro. Così è avvenuto talvolta in Emilia-Romagna, soprattutto in provincia, dove singole persone – con l’aiuto delle istituzioni culturali – sono riuscite a produrre esperienze che hanno ottenuto successo. “Linea di Confine” è un prodotto di questo clima culturale e delle persone che ne hanno fatto parte. Oggi siamo in una realtà storica completamente diversa.

 

da Il Villaggio, William Guerrieri - 2009 Nel tuo lavoro “Il villaggio” (Linea di Confine, 2010) hai fotografato il villaggio artigiano di Modena ovest, fortemente voluto agli inizi degli anni Cinquanta da Alfeo Corassori, sindaco-simbolo della ricostruzione postbellica: che cosa ti interessava portare in luce?

Mi era stato chiesto di documentare gli edifici di pregio presenti in quest’area della città, ma ciò che a me interessava era piuttosto verificare quanto si poteva ricordare di quella esperienza di sviluppo culturale e industriale. Naturalmente volevo evitare ogni sorta di retorica politica. Il progetto è stato molto apprezzato in Germania, dove ho tenuto una mostra in una importante Fondazione di Colonia.

 

Le immagini storiche e di archivio occupano spesso uno spazio centrale nella fotografia dei tuoi luoghi: vorrei che me ne spiegassi la funzione.

Uso le immagini d’archivio principalmente per due ragioni: la prima per esplorarle e inserire nei miei progetti delle informazioni, delle suggestioni, delle idee di un’epoca diversa da quella corrente. Poi per non appiattire sul presente il progetto di ricerca che mi è affidato. Uno dei problemi della fotografia è che spesso estetizza l’oggetto fotografato oscurandone il contenuto culturale. A me interessa restituire alle cose una loro dimensione storica, una sorta di distanza che possa permetterci di leggerle nel contesto al quale appartengono. Pertanto delle fotografie d’epoca non mi interessano le alterazioni dovute al tempo o all’usura perché introducono una lettura pittorica e surreale che in realtà le priva del contenuto culturale, del «deposito di senso» che proprio il tempo ha conferito loro, per usare un’espressione dell’artista concettuale Franco Vaccari.

 

da The Dairy, William Guerrieri - 2014 Ho trovato particolarmente stimolante una tua osservazione sui luoghi, o meglio iperluoghi contemporanei: dicevi che un luogo privo di identità può essere comunque rimodulato in luogo di incontro e dello svolgersi di nuove attività sociali. Che genere di luoghi stiamo costruendo allora? E con quale identità, soprattutto?

Anni fa si è aperta una strana polemica da parte dei detrattori di Marc Augé, i quali sostenevano che in realtà anche nei cosiddetti non-luoghi le persone potevano ritrovarsi e stare bene. Alcuni hanno anche inventato delle performance per dimostrare come fosse possibile utilizzare quegli spazi in modo alternativo. Personalmente ho sempre pensato che l’analisi di Augé fosse utile e priva di ambiguità. Purtroppo questi spazi sono sempre più diffusi e non resta che abituarsi a viverli come ha suggerito a suo tempo Antonioni in “Il deserto rosso”. Giuliana, la protagonista del film ambientato nell’area industriale di Ravenna nei primi anni Sessanta, riconosce che potrebbe superare il suo disagio, se solo riuscisse ad adattarsi.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla?

“Holden Street” di Stephen Shore, del 1974. Si tratta di una strada delimitata da palazzi ma alla fine della strada si apre un paesaggio. La strada è come un interno, con una sua atmosfera, un suo colore dato dalla facciata dei palazzi su cui si riflette la luce, ma sullo sfondo appare appunto il paesaggio, come fosse un esterno visto da un interno. È una fotografia che mi piace molto.

 

Giovanni Fantasia

 

www.lineadiconfine.org

 

 

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