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LAND\SLIDE 8 \\ LUANA RIGOLLI

by • 23 Aprile 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1360

Che cosa definisce il nostro amore per un luogo? Spesso la vera ragione ci sfugge: mi piace – diciamo – mi attrae, ha qualcosa. Accade che un luogo ci induca a tornare e rifare un percorso, come se ancora dovessimo visualizzarne una parte importante: lo interroghiamo, restiamo in attesa, cerchiamo un indizio; eppure il qualcosa continua a sfuggirci. Luana Rigolli condensa il suo sguardo su un luogo preciso e ne spiega il perché: coi suoi scatti ripercorre una parentesi di vita, un cambiamento, il primo lampo – quasi mitico – che muove verso un tipo di paesaggio e prende i sensi. Il luogo diventa materia, terra che ospita e insieme respinge, sulla quale tuttavia ci soffermiamo a ripensare il nostro mondo. Magari a piedi nudi per sentirlo ancora meglio. In quel punto del percorso, con lo stesso sentimento di scoperta, subentra la fotografia.

 

Luana, in questi anni hai maturato una passione per le isole vulcaniche, su tutte Lanzarote dove torni di frequente. Spazi in cui si manifesta l’energia che li ha creati, luoghi dai confini fisici, evidenti, che rafforzano l’idea di appartenenza. Cosa ti ha spinto a fotografarli?

Isole nere, Luana RigolliC’è un’immagine dei tempi delle scuole elementari che mi torna spesso in mente in modo nitido: io seduta al mio tavolo di studio mentre leggo le prime nozioni di geologia, che la maestra ci faceva imparare quasi a memoria. La tettonica a zolle, la creazione dei continenti, la formazione dei vulcani. Sforzandomi appena potrei ricordare le parole esatte. Avevo solo 10 anni ma quella materia mi appassionava di già. Mi affascinava l’idea di qualcosa che dal centro della terra potesse venire in superficie, creare devastazione ma anche nuove forme e nuovi paesaggi. Il primo vulcano che ho visto è stato l’Etna: ancora non scattavo fotografie ma l’amore per quel tipo di paesaggi mi è rimasto dentro e si è manifestato a Lanzarote. E dire che ci sono finita quasi per caso, per fare surf con amici. Ricordo come fosse ieri il viaggio di trasferimento dall’aeroporto dell’isola al paese in cui alloggiavo: distese di lava e cenere nera, il profilo di decine di vulcani, nessun albero. Un paesaggio completamente diverso da quello a cui siamo abituati, almeno nel Nord Italia. Pochi minuti ed ero già innamorata dell’isola. Lì percepisco un’energia strana, che sfasa i miei soliti ritmi: mi piace credere che tutto questo sia dettato dal filo diretto (gli innumerevoli crateri) tra la superficie terrestre e quello strato in cui la crosta del pianeta diventa magma. Ho perso il conto di quante volte ci sono tornata negli ultimi quattro anni, forse una decina: sono incantata da quelle distese di nulla, dalle coste dalle forme improbabili, da quei luoghi così inospitali per l’uomo, e per queste ragioni sento il bisogno di fotografarli. Mi colpisce il pensiero che questo paesaggio come lo vedo e fotografo in un dato momento, all’improvviso possa cambiare non per un intervento umano bensì per l’esplosione di un vulcano. La cosa è spaventosa e piena di fascino allo stesso tempo. Nel corso degli ultimi anni ho visitato anche altre isole vulcaniche, come Pantelleria e Linosa, e la somiglianza, per non dire uguaglianza di paesaggio con Lanzarote è stupefacente, nonostante si trovino in mari diversi e a diverse latitudini. Giocando su questo parallelismo è nato il progetto “Isole nere”, in cui volutamente ho mescolato foto di queste tre isole senza specificare il luogo dello scatto.

 

Vivi i luoghi che fotografi in maniera molto intima, mi pare: tracci una mappa emotiva, una rotta della tua irrequietezza. Scrivi dei tuoi spostamenti e di certi tuoi «riti» nei luoghi che ami, in alcuni di essi decidi di entrare nell’inquadratura. È un modo per fissare un qui-e-ora e definire il tuo rapporto con quei luoghi?

da A Trip - Lanzarote, Luana RigolliLe fotografie del progetto “A Trip – Lanzarote 2015” a cui ti riferisci, nascono da un viaggio particolare, pensato per essere un viaggio in compagnia. Invece a pochi giorni dalla partenza mi sono ritrovata sola. Sono partita comunque, avevo un’irrequietezza più marcata del solito. Stando sola (pur conoscendo bene l’isola) ho avuto modo di riflettere molto su me stessa, da qui la necessità dell’autoscatto. É stato un viaggio particolare anche perché mi è stato offerto un lavoro sull’isola (che poi purtroppo non è andato a buon fine), quindi durante quei dieci giorni ho dovuto pensare al mio futuro e a un mio eventuale trasferimento a Lanzarote.

 

Vorrei che mi parlassi del tuo mood statunitense: il titolo della serie – “Comfortably boring little world” – è particolarmente interessante e narrativo di per sé.

da Comfortably boring little world, Luana RigolliIl mio viaggio negli Stati Uniti, da New York a Los Angeles, è stato un viaggio di scoperta. Al cinema e alla TV siamo bombardati di film ambientati negli States, spesso nelle metropoli, motivo per cui nell’immaginario di molte persone gli Stati Uniti sono quel posto in cui non si dorme mai, in cui si è sempre attivi. La cosa è alquanto falsa: fuori dai centri abitati, nelle immense campagne americane, per chilometri e chilometri non si incontrano case, automobili, persone. Attraversando gli States da costa a costa si vede cambiare il paesaggio più volte ma tutte queste distese vuote sono accomunate da un senso di annoiamento diffuso, dove non si avverte nessuna tensione al cambiamento. Sembra che gli americani non abbiano intenzione di migliorare le cose: quando un luogo non va più bene semplicemente lo abbandonano. Ho percorso anche parte della Route 66: si attraversano decine di paesi semi-abbandonati che vivono avvolti nella loro noia, paesi lasciati dalla maggior parte degli abitanti quando è stata costruita a breve distanza la nuova Interstate, attorno alla quale si sono creati nuovi centri urbani, peraltro simili a quelli abbandonati. Nei paesi (quasi) fantasma è normale imbattersi in infrastrutture non più utilizzate e costruzioni simbolo di un vecchio splendore. E le persone, anche loro, sembrano vivere al rallentatore. Insomma, gli Stati Uniti che ho visto sono molto diversi dall’immaginario comune, quello di un’America trascinatrice dell’economia e della politica mondiali. Ero partita con l’idea di fotografare l’eccessività, gli sprechi, la grandezza degli americani, e mi sono ritrovata a fotografare la noia americana, come nei lavori di alcuni fotografi americani del passato. Non è cambiato molto.

 

A dare forma al tuo percorso fotografico c’è anche “Daily life”, diario di appunti visivi annotati attraverso lo smartphone. Tanti frammenti raccolti d’istinto e fermati così come sono o comunque editati? Scatti che riuniti ti raccontano abbastanza fedelmente?

Scatto molto con lo smartphone per ricordare le cose belle e brutte che mi capita di incontrare ma lo uso anche per uno studio preliminare delle immagini che poi andrò a scattare con la macchina fotografica. I miei hard disk infatti sono pieni di foto doppie. In “Daily life” ho raccolto tutte quelle foto fatte sia con lo smartphone che con la macchina fotografica e che poi, per un motivo o per l’altro, non ho mai inserito in altri progetti fotografici: sono le foto che uso sui social, come Facebook e Instagram. Intervengo sui tagli e sull’esposizione perché comunque uno smartphone scatta un po’ a caso, senza che possa decidere io in partenza come regolarlo. Sono abbastanza legata a questa galleria perché in effetti è una specie di diario di quello che ho fatto e visto nel corso degli ultimi anni, quindi è in un certo senso la storia della mia vita recente.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legata? Potresti descriverla?

La prima foto che mi viene in mente è di Luigi Ghirri, forse una delle poche non propriamente di paesaggio che abbia scattato: la foto a Berlinguer di spalle durante un suo comizio a Reggio Emilia, davanti a una folla con centinaia di bandiere rosse, una striscia rossa quasi uniforme. Qui il paesaggio è fatto dalla massa di persone in ascolto. Berlinguer è sul palco, di schiena, con un vestito grigio/blu e illuminato dal sole. A me non sembra neanche una foto scattata in Italia, mi sembra piuttosto una scena da comizio americano. La trovo straordinaria, anche per l’inserimento della figura umana di spalle. Per ora non ho fatto molte foto a persone ma spesso quando le fotografo le riprendo proprio di spalle, altro motivo per cui mi sento molto legata a quest’opera di Ghirri.

 

Giovanni Fantasia

 

www.luanarigolli.it

 

 

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