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LAND\SLIDE 9 \\ ENRICA DE NICOLA

by • 23 Maggio 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1226

In alcune circostanze i luoghi assumono un carattere più forte, una maggiore densità, l’affilatezza di un racconto che sconfina, ci permette di toccare esattamente un territorio e misurare su un piano emotivo il vissuto dei suoi abitanti. Enrica De Nicola ci è riuscita a meraviglia con “Still there”, lavoro che ho trovato affascinante, forte, denso come i volti che si alternano ai paesaggi di una zona di provincia – quella di Caserta – appesantita dallo spettro della centrale elettronucleare del Garigliano. Altro aspetto interessante, nei progetti fotografici di Enrica, è la varietà dei temi e dei linguaggi. Perché la forma di un luogo, così come la forma di un progetto, chiede ogni volta uno sguardo mirato, una tonalità che si accordi con ciò che intendiamo cercare, scoprire, inquadrare.

 

da IMY, Enrica De NicolaEnrica, il tuo rapporto con i luoghi è multiforme: ogni lavoro rivela un approccio specifico, ha una sua luce, una sua autonomia. Passi dai paesaggi minimi di “Diary”, che rendi in modo astratto e quasi grafico, a quelli misteriosi e narrativi di “Still there”. È il luogo a suggerirti un certo stile?

Credo ci siano molte variabili e sì, i lavori hanno tutti un approccio diverso, a volte anche troppo. In “Still there” avevo necessità di raccontare una storia in particolare, quindi lo spazio in sé è passato in secondo piano rispetto al racconto; quando invece sono più libera lascio che sia lo spazio ad imporsi. Indipendentemente dall’approccio che scelgo di tentare, resta sempre una sensazione di grande stupore e anche d’impotenza. Mi piace pensare che la tendenza a comporre in modo semplicissimo sia dovuta un po’ a questa necessità di arrendersi all’armonia dello spazio così com’è.

 

In “IMY” (I Miss You) prendi in considerazione, in due capitoli, «uno spazio ordinatamente riempito ma non vissuto». Cosa manca a quello spazio, e da cosa dipende?

Still There, Enrica De NicolaQuello che in generale mi colpisce dell’architettura è il rigore, e in “IMY” ho voluto in qualche modo estremizzare questa sensazione di ordine totale scegliendo inquadrature piatte, ripetitive, che esaltassero la bidimensionalità dello spazio. Per rispondere alla tua domanda: banalmente ti direi il volume ma si tratta solo di un pretesto per alludere all’assenza dell’uomo, che mentre si muove nello spazio lo trasforma. Queste architetture invece sono ritratte come illustrazioni statiche, nature morte sempre uguali, camuffate sotto i colori sgargianti delle case sociali.

“Still there” indaga l’area dove è sorta, agli inizi degli anni Sessanta, la centrale elettronucleare del Garigliano, al confine tra Lazio e Campania: sei riuscita a raccontare un’atmosfera, oltre alla complessità di un territorio. Vorrei che mi parlassi del progetto, di come è nato e di come lo hai vissuto.Si tratta di un progetto realizzato per la finale del Leica Talent 2014. Il tema assegnato era “Home”, da declinare con la massima libertà. Inizialmente volevo concentrarmi solo sul senso di attaccamento al territorio da parte dei contadini e residenti della zona, ma sentivo che mancava qualcosa. Man mano che approfondivo la storia della centrale e che venivo a contatto diretto con la quotidianità dei residenti, modificavo la mia percezione di quegli spazi. Perciò è diventato essenziale per me raccontare anche il modo in cui io e altri avevamo da sempre immaginato quel luogo. Un luogo oscuro, che ti contamina appena ti avvicini. Così ho deciso di dargli un’impronta un po’ fiabesca, scegliendo di scattare dopo il tramonto e ricreando atmosfere tetre che rimandassero all’idea di contaminazione. Una scelta necessaria, in un certo senso: non sono molto a mio agio con il reportage o la street photography, mentre lo storytelling mi dà più libertà. Posso inscenare delle situazioni, inventarmi delle atmosfere e costruire un discorso che attiene comunque alla realtà della storia che voglio raccontare.


Angst, Enrica De NicolaLuoghi, anche, come set e suggestioni in cui si addensano paure;“Angst” appunto. Come nasce questa serie? E dove, personalmente, ti sentiresti più vulnerabile?

“Angst” si basa sulla contrapposizione interno-esterno e chiaro-scuro, tant’è che è diviso in due capitoli: nel primo domina il bianco e – come in IMY – la disciplina di uno spazio asettico. Il secondo ripropone spazi sempre più ampi e dai confini indefiniti. Tra le due parti del progetto non c’è volutamente armonia, questo per alludere ad una mancanza di equilibrio: o sono dentro e mi sento al sicuro, ma non sento nulla; o sono fuori, nel mondo, nella vita e per questo ho costantemente paura. Per rispondere alla tua domanda, dove mi sento più vulnerabile, in mare aperto.

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legata? Potresti descriverla?

Alcuni scatti della Monument Valley in Arizona realizzati da Annie Leibovitz. Apparentemente imprecisi, li trovo misteriosi e molto emotivi. Quando li guardo non penso al paesaggio ma al viaggio, e mi torna in mente il primissimo approccio della Leibovitz alla fotografia, quando osservava il mondo dal finestrino dell’auto di suo padre. Mi piace pensare che per lei siano stati scatti liberatòri, in un certo senso, come se avesse scelto di prendersi una pausa dalla ritrattistica, dalla moda, dalla fotografia commerciale e di tornare al principio, quando scattava in 35 mm bianco e nero.

 

Giovanni Fantasia

 

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