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LAND\SLIDE 10 \\ PIETRO MOTISI

by • 21 Giugno 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)1491

Fotografare il paesaggio, l’azione del fotografare, solleva questioni importanti, prima fra tutte la definizione di cosa inquadrare e perché. Ma c’è sempre, anche, un fuori campo, un insieme di temi e passioni che si sovrappone all’azione portante e ne fa un movimento complesso, più ricco e legato a linguaggi di varia natura. Pietro Motisi racconta il suo modo di intendere i luoghi e di fotografarli; poi racconta molto altro e questo altro, con carattere e misura, entra nelle inquadrature.

 

Pietro, buona parte dei tuoi scatti li hai rivolti alla tua terra, la Sicilia, e sei andato dritto al punto, descrivendo una realtà particolare che in diverse forme e scale di grandezza si riscontra sull’intero territorio nazionale. Puoi descrivermi per tappe fotografiche il rapporto sviluppato coi tuoi luoghi?

da Sudlimazione - Pietro MotisiSì, è la direzione più intensa nella mia ricerca del paesaggio e si concentra appunto sull’isola in cui sono nato. Tuttavia gli scatti scelti corrispondono a necessità espressive scaturite prima ancora della riflessione fotografica: al di là del mezzo espressivo in sé, oggi ho la consapevolezza di aver sempre provato una sorta di disagio in rapporto a determinate maglie dello spazio antropizzato, in contrasto con gli ambienti naturali che fin da piccolo vivevo e attraversavo. Il punto è che tra il percepire la violenza indiretta dei gesti umani – ciò che il mio amico e fotografo Sam Laughlin definisce «il crimine del paesaggio» – e il rappresentarli cercando di farne luoghi di riflesso e riflessione, esiste uno spazio di inesattezza o di imperfetta comprensione, che descriverei come una necessità insieme espressiva e di responsabilità verso se stessi e la terra che si calca. L’interesse cosciente dedicato alla Sicilia è nato e si è sviluppato durante i miei studi di fotografia in Galles: me n’ero andato via di nuovo dall’Italia con l’intenzione di iniziare un percorso di formazione e professionale nel Regno Unito, ma anno dopo anno provavo sempre maggiore attrazione per ciò che vedevo con occhi nuovi nella mia terra. Uno dei miei primi lavori rivolti alla Sicilia, “IV Spazio”, racchiude in sé il nucleo fondamentale della mia ricerca odierna. Prende spunto da un testo in particolare, Terra Sapiens – Antropologie del paesaggio dell’amico scrittore e antropologo Matteo Meschiari, che illustra il cosiddetto IV Spazio in relazione alla città di Palermo. Tutti i suoi scritti in verità, uniti alla nostra frequentazione nel corso degli ultimi nove anni, sono per me fonte primaria di ispirazione nel pensiero e nella rappresentazione del paesaggio. Questi concetti trovano risoluzione soprattutto in un progetto ancora in corso, sul paesaggio siciliano come specchio dell’identità di chi vi abita e vi ha abitato, pensato in quattro tempi di cui “Cemento” e “Sudlimazione” sono il primo e il terzo tempo, mentre gli altri due sono ancora in fase di sviluppo e ricerca. Dentro ci sono l’amore, la gelosia, la separazione e l’indignazione, gli stessi sentimenti di un canto popolare siciliano che recita: «quattru sunnu li cosi di lu munnu – amuri, gilusia, spartenza e sdegnu» (Canti popolari di Noto, Corrado Avolio, 1875), dove «lu munnu» – il mondo – è la Sicilia. Il lavoro “Zen 2” è certamente più fotogiornalistico, nonostante l’uso di un mezzo relativamente lento come il medio formato 6×6, e vive del mio desiderio di coltivare, direi, l’invisibilità del fotografo. Il contesto del quartiere Z.E.N. di Palermo è davvero intenso: ho voluto raccontare le persone più che l’architettura (che tuttavia considero alla base sociopolitica dei disagi e delle condizioni di vita in quei luoghi); ho seguito per un anno e mezzo circa gli eventi di alcuni abitanti del quartiere, dopo la loro occupazione di spazi prima e appartamenti poi. Parallelamente in Galles lavoravo a “The Ebb Tide” e altri piccoli progetti, gli ultimi in cui ho deciso di includere le persone nelle mie fotografie. Per la ragione, soprattutto, connessa alla valutazione etica del mostrare ad altri i disagi umani (Susan Sontag ne scrive ampiamente nel suo saggio Davanti al dolore degli altri): quando qualcuno si fida di me al punto da lasciarmi fotografare il suo volto, la sua famiglia, la sua storia e intimità, non accetto di associare quelle immagini a un articolo in cui spesso le parole del giornalista travisano una realtà sacrificandola in nome di un giornalismo troppo spesso fallimentare. Mi piace ancor meno l’idea, anche solo ipotetica, di poter soddisfare il piacere voyeuristico di sconosciuti mostrando persone che invece conosco e di cui ho respirato il reale disagio. Vero è – come sostiene la Sontag – che «neppure la più sofisticata comprensione di ciò che la fotografia è, o può essere, potrà mai attenuare il piacere che sa darci l’immagine di un evento inatteso»; o il piacere di entrare in qualche faccenda altrui, dico io, restando comodamente seduti nella propria poltrona di casa. Il fotografo però può decidere sulla base della propria etica personale cosa fare e cosa non fare.

 

Mi sembra significativo, in relazione alle tematiche che affronti, considerare la definizione di “uso del territorio”: in che misura, secondo la tua sensibilità, il paesaggio è “a nostra disposizione”?

Innanzitutto si dovrebbe definire il termine paesaggio, un concetto delicato e vastissimo di per sé. Ognuno di noi vede il territorio con le proprie modalità culturali e la propria sensibilità, e ne utilizza porzioni più o meno significative che si traducono in ambiente, meta, paesaggio. Nella mia pratica attuale preferisco tendenzialmente che lo spazio in fotografia, pressoché privo di presenza umana, permetta all’osservatore/spettatore di diventarne anche solo per pochi istanti l’unico abitante, e che oltre al dato immediato – la messa in estetica di un determinato luogo – possa entrare ancora di più dentro alla fotografia, percepirne le dissonanze, proiettarvi le sue nostalgie o esigenze spaziali, porsi delle domande e magari, dopo, aggiungere l’esperienza ai suoi ricordi. In questa misura e con questi propositi, da fotografo, credo si possa usare il territorio in termini di rappresentazione e messaggio uomo-spazio, come richiamo alle origini, gesto amoroso, ricordo di appartenenza, guasto indotto. Le parole di Luigi Ghirri sulla scarsa presenza di ritratti nel suo lavoro sono in tal senso illuminanti: «Un dato di fatto è che oggi la maggior parte delle immagini che vediamo è costituita da facce. Guardiamo cento canali televisivi, li cambiamo uno dietro l’altro e ci sono sempre delle facce. Il rapporto tra la faccia e il luogo in cui questa faccia vive, abita, mangia, sogna, si muove, non viene più considerato. La strategia di richiamare nuovamente l’attenzione sull’ambiente nella sua complessità mi sembra, anche culturalmente, davvero importante. Perché io credo che dietro ai disastri dell’ambiente […] vi sia una disaffezione […] che l’uomo ha sviluppato nei confronti del suo ambiente negli ultimi 30 o 40 anni, alla quale ha corrisposto una fondamentale incapacità di relazionarsi con l’ambiente attraverso la rappresentazione». E conclude sostenendo che il recupero della rappresentazione ambiente/spazio/paesaggio possa delineare un primo passaggio/tramite per ristabilire un senso di appartenenza con i nostri spazi, cosa che sottoscrivo e cerco di perseguire nella mia pratica.

 

In “Punto di fuga” raccogli frammenti visivi di Aliano, borgo lucano che per lo scrittore e pittore Carlo Levi fu croce e delizia, confino durante il regime fascista e scoperta di un mondo al di fuori del mondo. Tu cos’hai cercato, nel corso di quell’esperienza, e cosa hai trovato?

da Punto di fuga - Pietro MotisiL’esperienza di Aliano è stata da subito intensa, fin dalle tredici ore necessarie a raggiungerla da Palermo: 500 chilometri spesi fra autobus, treni obsoleti, cambi stazione e attese infinite, il che mi ha immediatamente proiettato in una dimensione peculiare. Nel lavoro in sé sono stato condizionato ovviamente dal fatto letterario, dalla condizione di isolamento vissuta in quei luoghi, e verso quei luoghi, così efficacemente riportata da Levi; condizione – aggiungerei – che ancora oggi si ritrova con pochissime evoluzioni e nessuna rivoluzione. Ho seguito quindi naturalmente, in maniera quasi didascalica, il pensiero di questa condizione, ritrovandomi ad Aliano come esiliato, estraneo per un periodo limitato, chiamato a intelleggere e trasformare le mie sensazioni. Nel gioco però, a parte la mia evidente e imprescindibile soggettività, cerco sempre l’altro, l’abitante, e indago le sue possibili risposte al pensiero di quegli spazi, in cui l’altro – come indigeno – respira da un tempo così lungo che la sua mente ha la forma degli spazi stessi: forza, disagio sociale annunciato e poesia isolata.

 

Nei lavori più recenti tocchi tre città europee, Berlino, Madrid e Marsiglia, e per ognuna scegli spunti letterari che arricchiscono e condensano il lavoro fotografico: quant’è importante a tuo avviso una giustapposizione di più linguaggi?

da Destino Madrid - Pietro MotisiCome giustamente osservava Carmelo Bene non è possibile fare teatro col teatro, letteratura con la letteratura, pittura con la pittura e così via. Intendeva dire che ogni forma espressiva è invalida se si rivolge solo a se stessa come linguaggio e contenuti. È necessario, una volta appreso il linguaggio, avere qualcosa da comunicare, qualcosa che parta da dentro e trovi un miracoloso punto d’incontro all’esterno. È come aver perduto delle cose che non sappiamo cosa e dove sono finché non le ritroviamo: solo allora le fissiamo, e questo momento di riconoscimento è per me il punto massimo dell’emozione del fotografare. Bisogna leggere gli spazi, parlare con le persone e sentire le loro storie; non per far loro un ritratto ma per aggiustare la propria posizione nello spazio che s’intende rappresentare. Bisogna vedere i film dei registi che hanno portato il movimento di camera a livelli sommi, e parlo di Bergman, Fellini, Antonioni, Kubrick, Herzog; ma non basta vederli, bisogna leggerli, leggere e non guardare troppa fotografia. Le fonti letterarie sono per me le prime mappe da decifrare per suscitare immaginari, che aprano a loro volta nuove possibilità di pensiero. E sono scintille come in “Berlin diary”, oppure – come in “Fantasmi a Marsiglia, il cui titolo è in effetti una citazione cinematografica – sono ottimi cappelli per coronare una serie di immagini. Possono essere anche parole che scrivo io stesso, per completare qualcosa che l’immagine fotografica non riesca da sola a fornire, come in “Destino Madrid”.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla?

La domanda suscita un aneddoto cinematografico più che una singola immagine: la prima scena del film Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog, con Klaus Kinski. La scena mostra la discesa di Aguirre (Kinski) e dei suoi uomini da una montagna, «l’ultimo valico delle Ande, una discesa dalle nuvole». La montagna dove ha luogo è Machu Picchu ma nell’inquadratura principale (che poi è un piano sequenza) Herzog ne esclude deliberatamente i picchi, restituendo l’immagine piena di un massiccio di roccia, scagionando il cliché di quei luoghi e contemporaneamente fornendo un’idea efficace della forza di luoghi attraversati dall’uomo. Kinski, alla cui follia Herzog era abituato, va su tutte le furie quando il regista gli spiega di volere come apertura un’immagine paesaggistica: l’attore sostiene si debba iniziare con un’inquadratura stretta del suo volto, il volto di Aguirre, «il miglior paesaggio possibile».

 

Giovanni Fantasia

www.pietromotisi.it

 

 

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