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L’enciclopedia è postmoderna: visita alla 55esima Biennale di Venezia

by • 24 Luglio 2013 • CharleyComments (0)2901

 

 

 

 

Marino AuritiDietro a Il Palazzo Enciclopedico, mostra centrale della 55esima Biennale di Venezia targata Massimiliano Gioni, c’è il sogno/progetto di Marino Auriti, ovvero l’idea (tradotta in modellino) di poter costruire una immensa torre/museo stratificata a mo’ di torta per contenere tutte le opere e le scoperte dell’uomo, passate presenti e future. Un progetto più che ambizioso: irrealizzabile. Un sogno che va oltre l’ideologia, perché è già in se stesso iperbolico e fallimentare. Ma perché utilizzare questo paradossale modello di riferimento per raccontare l’arte di oggi? Roberto Cuoghi

L’impresa impossibile di Auriti è la leva con la quale Gioni può accatastare con estremo gusto mondi diversi e (apparentemente) distanti tra loro. La splendida Belinda, opera/totem del modenese Roberto Cuoghi che rimanda tanto a forme di vita cellulari quanto a un misterioso asteroide, fa da contr ‘altare ai raffinatissimi micromondi a china di Lin Xue; il ricorso costante agli accostamenti insoliti, come nei paesaggi fantasy di Eugene Von Bruenchenhein deliziosamente connessi alle psichedeliche e concettuali ceramiche di Jessica Lin XueJackson; la ricerca di outsider come Richard Crumb e la sua straordinaria Genesis a fumetti che, come fiore all’occhiello, doganano i comics nel circuito dell’arte che conta; il gusto esotico che tanto piace all’uomo contemporaneo (perché se all’uomo qualunque piace il tattoo tribale, all’intellettuale piace Guo Fengvi o Frédéric Bruly Bouabré), il recupero di tecniche tradizionali messe da parte dal gusto mainstream, l’attenzione per il quotidiano e per il collezionismo minore: tutti questi sono espedienti per divertire, incuriosire, divagare, intersecare la cultura bassa con quella alta, in Eugene Von Bruenchenhein un grande guazzabuglio variopinto dove ogni cosa meritevole di essere considerata va accatastata, proprio come avrebbe voluto Auriti.

L’attitudine con la quale Gioni struttura la Biennale non è affatto cosa nuova: si tratta di quel modo di esporre arte, reperti storici, artefatti, che dal 600 in poi prese il nome di Wunderkammer (dal tedesco, camera delle meraviglie), e che recentemente è tornato in auge attraverso mostre quali Arte Guo Fengvimpo (2007) e Tra. Edge of Becoming (2011) organizzate dal filantropo e collezionista Axel Vervoordt a Palazzo Fortuny, sempre a Venezia. A differenza di queste ultime però, Gioni dimostra un grado di competenza decisamente superiore, e non cade nell’effimera fumosità concettuale che ha caratterizzato le mostre a Palazzo Fortuny. Il continuo oscillare tra un gusto insieme cool e sofisticato da un lato, e l’interesse per le forme d’arte popolari o non convenzionali Ryan Trecartindall’altro (più interessanti per il valore antropologico/culturale alla base di queste rispetto alla qualità intrinseca delle opere), pone Gioni in una posizione privilegiata in cui (quasi) tutto gli potrebbe essere concesso: tuttavia, la sua bravura lo frena dall’eccedere in qualsiasi presunzione curatoriale e anche quando scade nDieder Rothel cattivo gusto più vernacular (i video di Ryan Trecartin che scimmiottano i generi popolari televisivi), rimane comunque leggero e divertente, quasi a prendere atto che, si, l’essere umano ha fatto anche questo, e nell’ideale Palazzo Enciclopedico non possiamo dimenticarlo.

Attingendo da un vasto retroterra di ricerche, studi e collezionismo, MaBruce Naumanssimiliano Gioni dimostra la sua profonda conoscenza dell’arte nel senso più totale e non meramente limitata alla sfera del contemporaneo. L’intelligenza con la quale incastona le opere nel percorso veneziano è ben rappresentata dalle ultime tre opere in mostra all’Arsenale: la silenziosa e malinconica scultura di Dieder Roth composta da 131 televisori, con il quale l’artista tedesco ha monitorato gli ultimi anni della sua vita, fatta di giornate monotone, silenziose m Walter De Mariaa allo stesso tempo di determinazione e passione nella costante ricerca di sé, si contrappone all’enigmatica e ipnotica testa roteante di Bruce Nauman, che invita il visitatore a riavvolgere, a riconsiderare quanto visto per poi confrontarsi, nell’ultima stanza, con il minimalismo dell’opera di Walter de Maria: l’aurea mistica che evoca ci pone oltre il limiti della coscienza terrena, e ci invita a godere della pace e del silenzio che ne deriva.

 

Charley và in vacanza, e augura buone vacanze anche a voi. Ci vediamo a settembre.

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Pieralvise Garetti

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