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Loro – di Paolo Sorrentino (2018)

by • 23 maggio 2018 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)425

I. Tonino Paziente

«E parliamoci chiaro, alfabetizzato, due cose vanno bandite per galleggiare all’inferno laico. Vergogna e morale. Se invece li possiedi, questi due scellerati difetti, allora è meglio che ti organizzi due stanze a Catanzaro o a Selva di Val Gardena. E tiri a campare dentro la truce quotidianità tutta somigliante a se stessa. Se si possiede vergogna e morale, si soccombe come le pere Spadone sotto al sole rovente».

II. L’imbonitore

È impossibile dare una valutazione di Loro basandosi solamente sulla prima parte, senza indicazioni su dove andrà a parare il film completo, ragione per cui la presente recensione viene pubblicata solamente ora: difatti, al frammentario Loro 1 inizia a opporsi, apparendo verso la fine da odalisca, dopo esser stato vagheggiato nell’ambito del loro percorso d’avvicinamento col medesimo, nella speranza d’approfittarsi del suo potere, mare e cielo commisti per entro la caligine lucente, la giornata primaverile e l’ora mattutina, soltanto Lui,
un Mr. Arkadin bambino piccolo che ha paura di morire, che si maschera e divaga di continuo, invece nelle intenzioni bramante sapienza proteiforme e partecipazione animica, il segreto del grande interprete al quale la psicologia, se adoperata su di lui, non ottiene niente, con buona pace di Javier Marias, e che pertanto non si offenderà mai, colui che pretende di pensare con i loro pensieri, accedendo al cuore della gente – non servono riconciliazioni, le promesse le si mantiene, e se infrante, non accennerà a credere ai fantasmi riportati fedelmente da Lafcadio Hearn, molti dei quali rappresentanti di mogli abbandonate piene di atroci vendette.

Con un viso finto sempre sul punto di scollarsi, sei un genio gli intima Ennio o l’uomo in più, s’avvolge e confonde, vende, ed è un personaggio complesso, umano, che ha delle ragioni, posto com’è davanti alla consapevolezza della propria morte, seppur riconfigurandosi, tra la musica napoletana e abitazioni che non esistono, e in tutto questo non si rivela, nemmeno a Paolo Sorrentino, mentre i vigili del fuoco fanno in silenzio ciò che ha da sempre rivendicato ai suoi subalterni, e prima che a loro alla moglie, senz’altro più avveduta rispetto ai volti sfatti e mostruosi in primo piano nella prima parte dove ne deformano sistematicamente la narrazione, tra il barocco e il baraccone, e nella seconda liquidati con una parola o un’alzata di spalle, ma pur sempre soggiogata da quel decisivo e irreprensibile Silvio, mi sono innamorata di te, cioè sporcarsi le mani.

e uno… e due…

Si dà il caso che Silvio non sia Gesù, come vorrebbero gli abruzzesi negli ultimi minuti. Silvio è una delle tante figure che partecipano al quadro, abitato da morti e vivi e vivi e morti, meritevoli più di pietà che di condanna. Lo si vede solo, davanti allo specchio. Scorrono davanti ai suoi occhi delle fotografie – un cammino a ritroso attraverso anni ormai consumati. Guarda nell’obiettivo, e non è una mossa repentina che colga di sorpresa e che metta allo scoperto come accade col Dottor Cemal in C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan. C’è uno specchio o la macchina, e in ultima analisi scrutando noi negli occhi, vede sé stesso. E se ciò a cui pensava in quel momento era, verosimilmente, il sentimento di morte veicolato dalla visione delle fotografie, oltre che dal suo presente di sradicamento, nel nostro sguardo comunque per un attimo indifeso ha trovato la conferma: morte e vita riecheggiano l’una nell’altra, come le ultime inquadrature del film indicheranno.
Ancora un attimo, Beatrice. Che ci sono.

Nota

Il frammento di cui al primo paragrafo è tratto dal romanzo dello stesso Paolo Sorrentino
Hanno Tutti Ragione (p. 293, Feltrinelli, 2010).

 

 

Luigi Ligato

 

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