Cookie Policy

I Migliori Film del 2018

by • 16 Gennaio 2019 • ConcretaMovie, newsComments (0)118

Nella classifica seguente, non è stato considerato integralmente il criterio della distribuzione nelle sale, ritenuto, nella realizzazione del presente bilancio, pressappochista, profondamente limitante, a non dire sottilmente discriminatorio. Alcuni di questi titoli non verranno mai distribuiti, altri a stento reperibili. Parlandone, forse, potrebbe cambiare qualcosa, nel funzionamento enigmatico della distribuzione. Verranno citati senza nessun particolare ordine, nessuna inutile gerarchia. Sarà perlopiù rispettato il titolo originale. Quanto a certi corrispettivi nella nostra lingua, mi rifiuterei persino di nominarli.

.

AHLAT AĞACI
Nuri Bilge Ceylan

Bulgaria, Bosnia ed Erzegovina, Francia, Germania, Macedonia, Svezia, Turchia / 188 minuti

Sinan si è appena laureato e torna a casa, nel villaggio di Can. Il suo sogno è pubblicare il romanzo su cui ha a lungo lavorato e che racconta il suo mondo in maniera fortemente personale. Ma poiché non è un racconto spendibile a scopo turistico, nessuno sembra interessato a pubblicarlo. Inoltre, il padre di Sinan, Idris, maestro elementare, ha accumulato debiti attraverso le scommesse sulle corse dei cavalli, e i suoi creditori si rivolgono continuamente al figlio per ottenere rivalsa. Il padre, che guarda il figlio ghignando, illustrandogli progetti strampalati, sottraendolo forzatamente a un riposo meritato post-accademico, che si sente un po’ preso in giro dai suoi buoni propositi. Il figlio, che vaga per una Turchia che sembra non ascoltarlo, affranto, che si crede la voce che tutti attendono, che ha l’ardire sufficiente per contestare i suoi idoli, a partire dal padre. Nuri Bilge Ceylan continua a cercare, a esplorare, a scavare, come padre e figlio in fondo al pozzo, a sperimentare, a rinnovarsi pur rimanendo fedele a se stesso e al suo retaggio. Ceylan è un autore-drammaturgo, che lavora sull’immagine, sul tempo e sulla sua percezione, realizzando pellicole ipnotiche, dove i dialoghi sembrano interminabili ma in realtà riassumono la funzione dell’universo, una dimensione in cui ad accompagnare l’intima drammaticità dei panorami è un flusso di parole così solido da annichilire, per il suo continuo e vitale riaffiorare, per la capacità di saper dire la verità, con i suoi inganni e le sconfitte che insegna, a chiunque.

.

BURNING
Lee Chang-dong

Corea del Sud / 148 minuti

Durante una consegna, Jong-su, un giovane corriere, s’imbatte per caso in Hae-mi, una ragazza che viveva nel suo stesso paese. Iniziano a frequentarsi e lei gli chiede di prendersi cura del suo gatto durante un viaggio in Africa. Al suo ritorno, Hae-mi si presenta con Ben, un ragazzo che ha incontrato durante il suo viaggio. Un giorno, Ben rivela a Jong-su come passi il tempo libero, inducendolo a indagare sulla sua figura misteriosa. Tratto da un racconto di Haruki Murakami, Burning brucia lento, sfuggente, invitando a ricalcolare i punti di vista di lui, lei, e l’altro. Un ragazzo, incapace di comprendere il mondo, scombussolato, come il protagonista di un altro grandissimo film sull’incertezza, il taiwanese A Brighter Summer Day (1991), richiamato nel finale. Profondamente diverso, anzi, reinventando l’opera di Murakami, Lee Chang-dong mette l’accento sull’amore, sulla sua mancanza. Burning è un triangolo amoroso senza passione, in cui si diffonde il bagliore degli ormoni. In una Corea del Sud piena di contrapposizioni, che non sarà mai abbastanza, mai il posto giusto, mai amata.

.

CALL ME BY YOUR NAME
Luca Guadagnino

Brasile, Italia, Francia, USA / 132 minuti

Uomo di sconfinata cultura e raffinatezza, Luca Guadagnino drena gli innumerevoli ed aulici soliloqui presenti nel romanzo di André Aciman, riprendendo le lezioni dei suoi maestri, uno su tutti James Ivory, autore della sceneggiatura vincitrice del Premio Oscar, regista in passato di pellicole delle quali se ne trovano gli spunti e le tracce, oltre alla delicatezza con la quale sono trattati i sentimenti, l’intimità, come Maurice Camera con vista. Mentre i corpi sfuggono alla macchina da presa, non si lasciano fotografare, come quando irrompono statuari (come in Beau Travail di Claire Denis), è come se perdessero improvvisamente vita per diventare qualcos’altro, elementi del paesaggio, granelli di sale, tronchi di un’esistenza interiore e magari soltanto sognata, idealizzata e infine perduta per sempre. Perciò sfuggenti, poiché la natura trova sempre subdolamente dei modi per scovare le nostre debolezze. Come se il cinema di Guadagnino non ti desse quello che desideri, ma ti insegnasse semmai a desiderare. I movimenti della macchina da presa, coordinati e leggiadri, sono l’ideale corrispettivo di quelli del plotone dell’esercito mentre si allena sulle spiagge africane, sulle spiagge del Gibuti, in Beau Travail. Il cinema accarezza i corpi, in un imperversare di sguardi, silenziosamente, e il gioco è quello del sesso, sia che vissuto problematicamente che di riflesso.

.

COCO
Lee Unkrich

USA / 105 minuti

Il giovane Miguel ha un sogno: diventare un celebre musicista come il suo idolo Ernesto de la Cruz e non capisce perché in famiglia sia severamente bandita qualsiasi forma di musica, da generazioni. Desideroso di dimostrare il proprio talento, a seguito di una misteriosa serie di eventi, Miguel finisce per ritrovarsi nella sorprendente e variopinta Terra dell’Aldilà. Lungo il cammino si imbatte nel simpatico e truffaldino Hector; insieme intraprenderanno uno straordinario viaggio alla scoperta della storia, mai raccontata, della famiglia di Miguel. Coco è il segno di una Disney che sa rinnovarsi, guardando al di là del proprio naso, con un film sulla morte, sul ricordo, sulle opere del genere umano quando cessa di esistere, sugli affetti, sulla tradizione, sulle responsabilità, in un tripudio di colori, di gioia e lacrime, moltiplicandosi dettagli e intuizioni cromatiche. In un carnevale che non finirà mai, gli emarginati che insegnano ai riottosi cosa conti seriamente, cosa giovi alla vita.

.

COINCOIN ET LES Z’INHUMAINS
Bruno Dumont

Francia / 200 minuti

Seconda stagione, quattro anni dopo P’tit Quinquin. Bruno Dumont, riprende, con Coincoin et les Z’inhumains, con l’Humanité (non a caso, in una puntata comparirà pure l’attore, non professionista, che ha legato la sua carriera al capolavoro pericoloso del regista francese, Grand Prix a Cannes 1999, che prestò il volto al poliziotto Pharaon de Winter, Emmanuel Schotté, il cui aspetto particolarmente inusuale, da personaggio di Pasolini o Bresson, ritorna coi suoi occhi glaciali, freddi come marmo, intrappolati in un’insensibile inattività e solitudine), a parlare impietosamente di noi, tra farsa e commedia, affidandosi alla fantascienza di serie B, narrando una fantomatica invasione di extra-umani, che vivono-vivono, come gli esseri umani, che li scrutano goffamente ora confusi, ora divertiti. Una parata di personaggi allucinanti, non così strampalati come potrebbe sembrare, percorre gli stessi spazi di quattro anni prima, con la differenza che stavolta, forse, si tratti della fine del mondo, facendo la conoscenza di alieni, delle cui intenzioni non c’è dato sapere, come siano, cosa siano, come interagiscano (discorsi riproposti in Annientamento di Alex Garland, ma più confusamente, perdendosi tra gli strali della sua stessa ambizione). Dumont parla della fine dell’umanità.

.

大象席地而坐
AN ELEPHANT SITTING STILL
Hu Bo

Cina / 230 minuti

L’adolescente Wei Bu è in fuga: ha ferito gravemente il bullo della scuola, Shuai, spingendolo giù dalle scale. La sua compagna di classe Ling, da parte sua, ha rotto con la madre e si è lasciata abbindolare dal suo insegnante. Il fratello maggiore di Shuai, Cheng, si sente responsabile del suicidio di un amico. E poi c’è un arzillo pensionato, il signor Wang; suo figlio vuole trasferirlo in una casa per anziani. Tutti i protagonisti si trovano attirati nella città di Manzhouli, nel nord della Cina, dove si trova un mitico elefante che se ne sta semplicemente seduto, indifferente al resto del mondo. Forse la domanda preliminare, a proposito di quando si sarà in grado di riguardare l’opera di Hu Bo senza pensare al suo suicidio, quindi come se ci fosse arrivata da una fonte apocrifa, ammette soltanto risposte vaghe: forse gli unici che possono dire qualcosa di netto, sono coloro che a quella domanda si sentono di rispondere mai. Di fronte a imprese necessarie che non promettono risultati, se non incerti e remoti, c’è però un solo atteggiamento possibile: intraprenderle subito, non porvi tempo in mezzo. Un acuto grido sussurrato di disperazione in cerca di amore. Indimenticabile.

.

FIRST REFORMED
Paul Schrader

USA / 113 minuti

Tra Diario di un curato di campagna di Robert Bresson ed Ordet di Carl Theodor Dreyer, Padre Toller, sofferente nel corpo e nell’anima, o forse e soprattutto Paul Schrader, scrive la storia del cinema, grazie ad una profonda ed irreversibile meditazione sul silenzio di Dio, sull’angoscia presente anche nel cinema di un altro maestro, Ingmar Bergman (Luci d’inverno), perfezionata lungo cinquant’anni di cinema, portata alle estreme conseguenze in un tempo in cui l’apocalisse assume le sembianze del surriscaldamento globale, in un mondo completamente corrotto ed inquinato, una dimensione alla quale Dio, disperatamente anelato e interrogato, assiste con spietata indifferenza, mentre il cambiamento climatico contagia l’umanità, sfinita la Terra. Schrader, così avvertito, individua il catastrofismo apocalittico-ambientalista come nube irrazionale che ingoia e assimila e rielabora tutti quei sogni e bisogni che un tempo cercavano risposte e senso, trovandoli, nella religione. First Reformed raggiunge picchi inauditi di potenza ed evocazione nell’aspirazione alla dissoluzione della materia corporea, che è ascesi e discesa. Indomabile, irriducibile, sarà studiato e sviscerato per anni.

.

THE FLORIDA PROJECT
Sean Baker

USA / 111 minuti

Nonostante un finale posticcio, pur ispirandosi a I 400 Colpi di François Truffaut, Sean Baker realizza un film con un cuore così grande, rifacendosi soprattutto a Kes di Ken Loach nei minuti precedenti, da perdonarglielo. L’umanità di The Florida Project, rinfrancato lo spettatore comunque dalla squinternata spensieratezza delle simpatiche canaglie che passano semplicemente un’estate di giochi, o vorrebbero, tra l’avventura che vivono e le responsabilità che opprimono gli adulti, vive sulla porta, continuamente aperta e chiusa, continuamente bussata. Le relazioni che si instaurano tra l’al di qua e l’al di là del limite sono autentiche lotte, un confronto doloroso e lacerante in cui identità e alienazione interagiscono vacillanti accarezzando la continua possibilità di trasformarsi nel proprio opposto. Ed è così che vivono i personaggi del film, aprendo e chiudendo le porte delle loro camere, locazioni temporanee divenute definitive per le storture dell’esistenza. Uno spaccato impietoso in cui la vera tragedia è sospesa, incombente e pervasiva, sorda e metallica come la fine di un sogno, insieme alla consapevolezza strisciante di un fallimento che condizionerà un futuro già stremato.

.

FOXTROT
Samuel Maoz

Francia, Germania, Israele, Svizzera / 112 minuti

Alle spalle della signora Feldman, quando apre la porta ai militari che le comunicano la morte del figlio, è appeso un dipinto: una forma quadrangolare, ripetuta allo sfinimento. Avanti, destra, indietro, sinistra, stop. Samuel Maoz, Leone d’Oro a Venezia per Lebanon, torna con Foxtrot, la danza di un uomo col suo destino, in un paese sempre in guerra, costretto in un destino di diaspora disperata, in un crescendo di colpe indissolubili. Una parabola, una filosofia della Storia, che analizza il concetto misterioso di fato attraverso la storia di un padre e di un figlio, che sono fisicamente lontani ma che, nonostante la distanza e la separazione, riusciranno a cambiare l’uno il destino dell’altro e di conseguenza i destini di entrambi. Le cose che possiamo controllare e quelle che sfuggono al nostro controllo. Una tragedia greca classica in cui l’eroe è causa della sua punizione, e lotta contro quelli che vorrebbero salvarlo – ovviamente non è consapevole delle conseguenze a cui le sue azioni condurranno, anzi è convinto che il suo modo di agire sia corretto e razionale, domanda che c’è di insensato? Il caos è organizzato. La punizione corrisponde alla colpa nella forma esatta. C’è qualcosa di classico e circolare in questo processo e c’è anche l’ironia che spesso è associata al destino. La struttura di una tragedia greca in tre atti è la forma drammatica ideale per contenere le idee di Maoz, riprendendo le sue parole. Una storia dal valore personale e universale. Una storia di generazioni – le successive figlie dei sopravvissuti all’Olocausto – che continua a rivivere quel trauma durante il servizio militare, come si vede in Beaufort Valzer con BashirEinstein diceva che le coincidenze sono il modo che Dio usa quando vuole restare anonimo. C’è un errore. Eppure. Eppure no. Non cambia nulla. Quel che deve accadere, accade.

.

LES GARÇONS SAUVAGES
Bertrand Mandico

Francia / 110 minuti

Trevor è una divinità malefica che spinge quattro ragazzi a stuprare e uccidere una professoressa di letteratura. Colti, profondamente ingegnosi, riescono a scampare a un processo farsa, in cui mentono sistematicamente. I genitori, non fidandosi, affidano la loro cura a un capitano olandese che li trascinerà in mare, con l’intento di civilizzarli. Les Garçons Sauvages è un film fuori dal tempo. Un film d’avventura che rende omaggio ai libri di Jules Verne, come anche a I ragazzi selvaggi di William Burroughs, in un incrocio improbabile, Stevenson e Dottor Jekyll e Mr. Hyde. Una moltitudine di costellazioni e di ispirazioni letterarie. Per quanto riguarda il film, Mandico non ha pensato troppo a ciò che ama, ma a quello che gli ispirava la storia, il luogo, il momento. Decidendo di girare tutti gli effetti speciali in diretta, e di filmare in pellicola. Ed ecco grandi amori che riemergono: Genet, Jean Cocteau, von Sternberg, Fog di John Carpenter. I nomi sarebbero molti, e non si saprebbe neanche farli tutti. C’è un cinema che lo ha marchiato profondamente, ma comunque è un film che in tutto e per tutto suo, quindi con il suo sguardo, le sue ossessioni. Un’opera caleidoscopica, suggestiva ed onirica. Come definito da qualcuno, un sogno surrealista. Sarà oggetto di studio.

.

EN GUERRE
Stéphane Brizé

Francia / 113 minuti

Dopo La loi du marché, sempre interpretato da Vincent Lindon e ambientato nel mondo del lavoro, e l’adattamento del primo romanzo di Guy de Maupassant, Une vie, Stéphane Brizé si rende autore ancora più radicale con In guerraipnotico, ossessivo, claustrofobico, cacofonico, dove prima ancora dei singoli protagonisti, è il linguaggio a trovare una fine inesorabile, intrappolato in interminabili schermaglie tra dipendenti e datori, nell’Europa della delocalizzazione e della deindustrializzazione. A differenza della precedente incursione, Stéphane Brizé scrive un amaro manifesto sulla potenza del collettivo, citando soltanto Brecht prima ancora che il film inizi, che tenta struggendosi di influire sulle strutture economiche in atto, sulla superficialità e ingenuità del linguaggio televisivo nel trattare i temi all’ordine del giorno, colpevole di farsi, nelle occasioni meno opportune, didascalico provocando l’impeto dell’indignazione, senza lasciare nemmeno la speranza di un dialogo finalmente costruttivo e pacato. Non può che esserci la fine, nel momento in cui ci si arrocca nelle proprie convinzioni. Film necessario, le sue urla non possono che lasciare scossi chi lo guardi.

.

LAZZARO FELICE
Alice Rohrwacher

Italia / 130 minuti

È la storia dell’incontro tra Lazzaro, un paesano semplice di spirito, e Tancredi, un giovane nobile arrogante che s’annoia a l’Inviolata, un borgo che è rimasto lontano dal mondo su cui regna la Marchesa Alfonsina de Luna. La loro amicizia si sigilla quando Tancredi, per gioco, organizza il proprio rapimento e chiede aiuto a Lazzaro. Questa relazione sincera e gioiosa è una rivelazione per Lazzaro. Un’amicizia così preziosa che lo porterà nel tempo e lo porterà in città, alla ricerca di Tancredi. Lazzaro è felice? Ogni tanto gli capita di fermarsi, mentre gli altri sgobbano, fissando, sembra, il vuoto. Cosa vede, in realtà? Lazzaro felice è un’opera complessa e stratificata, che potrebbe anche lasciare sgomenti e storditi. Non ha timore di mettere in scena l’ingenuità, senza dover ricorrere a sovrastrutture intellettuali. Storditi per la capacità di mescolare senza forzature la magia del sovrannaturale a una rappresentazione realistica del mondo contadino. La tensione verso il misterico che già si intravvedeva nelle prime regie trova qui una sua consacrazione, in un superamento totale della barriera del vero. Allegoria dell’umanità e della sua incapacità di vivere senza sopraffare l’altro, senza ghettizzare e sfruttare il più debole. Davvero è umano, un santo? Gli occhi sgranati di Adriano Tardiolo comunicano realmente la curiosità dell’innocente. A tratti, sembrava di vedere Pharaon ne L’umanità di Dumont, le manette ai polsi. Quell’uomo è un assassino, o soffre per tutti i nostri peccati?

.

万引き家族 MANBIKI KAZOKU
Hirokazu Kore-eda

Giappone / 121 minuti

Un padre che lavora saltuariamente in un’impresa di costruzioni, e però insegna al figlio Shota trucchi per rubare nei supermercati, una madre che fa la stiratrice, una nonna che contribuisce al magro bilancio familiare con la sua pensione e una nipote che si esibisce in un peep-show castigato. Quando una sera d’inverno l’uomo vede la piccola Juri malconcia su un balcone, se la porta a casa per rifocillarla e poi scoperto che i genitori la picchiano, decide di tenerla con sé. Mai come in Un affare di famiglia, Palma d’oro a Cannes, Hirokazu Kore-eda aveva parlato di famiglia e di affetti con tale grazia, innocenza, delicatezza ed emozione, con una forza tale da rendere amabili personaggi altrimenti deprecabili, mostrando il volto del Giappone dove situazioni al limite del paradosso sono all’ordine del giorno, la solitudine cela il dramma e la capacità di dare affetto, amare, si rivela una rarità; allo stesso tempo, attraverso una storia dai molti livelli di lettura, arrivando alla verità, come nel precedente The third murder, con in più però un innato talento nel delineare il contesto sociale entro cui storie del genere possono verificarsi, senza mai cedere al sensazionalismo o al patetismo.

.

MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO
Abdellatif Kechiche

Francia, Italia / 175 minuti

Aspirante sceneggiatore che ha abbandonato il corso di laurea in medicina e vive a Parigi, Amin torna per le vacanze estive a Sète, cittadina portuale e turistica. È l’occasione per ritrovare la famiglia e gli amici, la bella Ophélie, l’amico Tony, zio Kalem, e conoscere nuove ragazze. Gentile e introverso, Amin non è travolto dai corteggiamenti e agli amori fugaci o clandestini della sua festante compagnia, tra nottate in discoteca, cene al ristorante di famiglia, bevute nei bar del quartiere e giornate passate in spiaggia. In un flusso ci si adagia, ci si perde gioiosamente, ritrovando il tempo perduto che Kechiche prende di peso e traspone sullo schermo, tratto liberamente dal romanzo di François Beguadeau La ferita, quella vera. Abdellatif Kechiche, dopo La Vie d’Adèle, si conferma regista vitale e fluviale, dalla grandezza della quale s’è detto tutto. Nel racconto rohmeriano di Mektoub, ci si prende, ci si molla, ci si rimorchia, ci si ingroppa con la fluidità che può appartenere solamente all’estate. Le esplosioni ormonali generano dialoghi fittissimi e vivissimi, così aderenti alla realtà. Senza pudore, esplicito ma con contegno, sensuale da far paura, tutta la vita in una notte, in un amplesso, il sesso restituito alla sua dimensione. Mektoub, adottando uno sguardo a più ampio respiro, è anche la storia dell’ultimo multiculturalismo di fine anni Novanta, l’affresco socio-politico che non ha bisogno di essere declamato, dove l’incontro annulla immediatamente lo scontro. Amin è lo sguardo di Kechiche, lui si gode la calma, mentre poco distante c’è il caos della sua compagnia. Solo, osserva, e si gode la luce del sole.

.

밤의 해변에서 혼자
ON THE BEACH AT NIGHT ALONE
Hong Sang-soo

Corea del Sud / 101 minuti

Dopo una relazione con un uomo sposato, una celebre attrice sudcoreana, Younghee, decide di prendersi una pausa di riflessione e passare del tempo all’estero, ad Amburgo. Durante quel soggiorno, chiacchierando con un’amica, si chiede se il suo amato la raggiungerà mai, e se le manchi come lui manca a lei. Tornata in Sud Corea, si ritrova con un gruppo di amici nella cittadina costiera di Gangneung. Tra mangiate e bevute, Younghee, in stato di ebbrezza si scaglia contro gli altri, contro il regista e contro gli uomini. Dopodiché si ritira su una spiaggia deserta. Hong Sang-soo, tra i registi più prolifici in circolazione, come lo era stato in passato Rainer Werner Fassbinder, incarna un cinema, si dice, di film diversi ma uguali, uguali ma diversi. Con On the Beach at Night Alone esplicita il doppio arte-vita, con la relazione sentimentale tra l’attrice, Kim Minhee, e lo stesso regista, storia che l’ha costretta a rifugiarsi all’estero (il primo segmento è ambientato ad Amburgo). La grammatica di Hong Sang-soo è semplice e minimalista, procede quando necessario, improvvisa quando diventa essenziale. Enigmatico, politico, commovente nel ricercare una via di fuga dalla solitudine, la spiaggia si fa raccordo tra il cinema e le sue infinite manifestazioni creatrici. Ognuno può dargli la sua interpretazione.

.

THE OTHER SIDE OF THE WIND
Orson Welles

Francia, Iran, USA / 122 minuti

Ultimo e postumo film di Orson Welles, recuperato dall’amico di una vita Peter Bogdanovich e distribuito da Netflix, accompagnato dal documentario di M. Neville Mi ameranno quando sarò morto sui tormenti nella sua genesi, The Other Side of the Wind, nella sua estrema stratificazione e frammentarietà, con le sue chiavi di lettura, che danno adito a una riflessione sullo sguardo, sull’immagine, sull’asservimento del reale da parte dei meccanismi di riproduzione, è la narrazione tragicomica degli ultimi rantoli di un personaggio bigger than life, come definito dagli astanti, maschere, doppioni e manichini che assistono inermi al declino di lui, mentre sputacchia dall’orlo del bicchiere per frangerne il disegno contro la statua al centro della camera ammobiliata, tronfia di trofei, retaggio e relitti da un passato glorioso fino a un certo punto. Un film che tratta di amicizia e tradimento, il tradimento che non può che scaturire da un amore al principio, il film, e poi il film nel film nella sua sventatezza senza sceneggiatura alcuna, che potrebbe richiamare alla memoria il genere erotico secondo Russ Meyer (Lungo la valle delle bambole, per intenderci), ma senza l’umorismo e il grottesco che ne pervadono la struttura narrativa, completamente, del tutto andata. Opera sulla vita di Welles, oltre la sua.

.

PHANTOM THREAD
Paul Thomas Anderson

USA / 130 minuti

Le parole di Reynolds Woodcock sono quelle di un tecnico dal credo solido, destinato ad altri e più alti palcoscenici, oppure quelle di un pazzo che ci crede tantissimo, per esempio ‘chic’ hurts my feelings.
Phantom Thread, il titolo stesso, indica la ripetitività ossessiva, quotidiana di chi si applica rifuggendo pallide e grottesche imitazioni, di chi è posseduto pur ritenendosi devoto, dramma e conflitto di chi sa il dolore fisico. Phantom Thread è una storia d’amore in cui l’amore non si vede né si vive, ma si annuncia e si ricorda: una straordinaria lezione di alterigia, tutto sommato, da una certa prospettiva, un film sull’arte secondo Paul Thomas Anderson e Daniel Day-Lewis, al suo ultimo ruolo, peraltro candidato all’Oscar, ponendosi altrettanto mirabili le lezioni tenute da Vicky Krieps, la sua Alma passa la soglia e si fa prendere tra le braccia dell’uomo, e senza dir altro a qualunque costo, e Lesley Manville, la cui Cyril si colloca all’interno della casa in qualità di unico dissuasore all’ego insuperabile del fratello spesso sprezzante (Don’t pick a fight with me, mentre sorseggia il suo tè, la mia cara spina nel fianco, come più volte l’appella il fratello, nei rari sprazzi di affetto).

.

ROMA
Alfonso Cuarón

Messico, USA / 135 minuti

A un Festival accusato di maschilismo tossico, prima ancora che prendesse avvio, Alfonso Cuarón, volgendosi a guardare ancora una volta la sua infanzia e la sua carriera, di nuovo dopo tanto tempo nel suo paese, si era presentato con Roma, vincendo il Leone d’oro. Da dicembre su Netflix, Roma, è un film sul Messico, la cui storia travagliata e tumultuosa era stata così ben narrata da maestri come Felipe Cazals (Canoa) e Arturo Ripstein (Il luogo senza confini), ma soprattutto sulle donne, su Cleo, la domestica dall’irreprensibile resilienza, su Sofia, che si farà forte per i bambini. Su un mondo in fermento, dove tutto si muove rumorosamente, trasportando lo spettatore in quel mondo, rapito di sovente da magniloquenti movimenti di macchina. Un mondo ricostruito con dovizia di particolari, sorretto dalle donne, chiamate a riscrivere la storia, oltre la meschinità del genere maschile, di uomini incapaci di essere anzitutto umani. Roma è la storia di un uomo che doveva ancora fare pace con la propria memoria, che ha restituito magistralmente alle sue donne lo spessore della loro dignità, della loro forza. Il senso sta tutto nell’abbraccio finale, prorompente, come le onde del mare.

.

SHIRKERS
Sandi Tan

Singapore, USA / 96 minuti

Sandi Tan, Jasmine Ng e Sophie Siddique, nel 1992, scrivono, producono e girano Shirkers, un film con al cuore soprattutto la passione delle tre ragazze per il cinema americano, in particolare stravedendo per Jim Jarmusch, noto poiché sarebbe stato il primo film indipendente singaporiano, poiché non fu mai mostrato ad anima viva. Almeno fino a quando Sandi Tan, sceneggiatrice e attrice protagonista dell’opera, divenuta nel corso degli anni una triste critica cinematografica, insultata anche dalle altre due donne intervistate, colpevole d’aver pensato solamente a se stessa, troppo presa evidentemente dalle sue fantasie, non si mette sulle tracce del fantomatico Georges Cardona, un non meglio precisato quarantenne, dall’origine ed etnia incerte, che rubò, approfittando della distanza tra le persone coinvolte nel tournage, l’intero girato, mentendo alle stesse con la scusa del montaggio. Shirkers è un potente documentario whodunit sulla storia del cinema, sull’arte che si fa vita, su come indirizzi il comportamento dell’uomo, chiamato ad interrogarsi, rinsavito. Saggio sull’invidia, sul rancore, sulle suggestioni folgoranti perpetrate in silenzio dall’immagine filmica.

.

DEN SKYLDIGE
Gustav Möller

Danimarca / 85 minuti

L’ex agente di polizia, in attesa di processo, Asger Holm è stato sospeso dal servizio ed è stato relegato al centralino delle emergenze. Durante il suo banale turno notturno, riceve una strana telefonata da una donna in preda al panico. Dopo l’iniziale reazione di sorpresa, Asger si rende conto che la donna dall’altra parte della linea è stata rapita, e quindi mette in moto le ricerche. Confinato al suo tavolo, Asger dovrà rintracciare e aiutare la donna in pericolo con l’aiuto dei suoi colleghi in tutto il paese. Mentre il tempo stringe e passano i secondi, Asger non solo dovrà affrontare l’escalation degli eventi criminosi, ma anche i suoi demoni personali. Sperimentando coi confini della narrazione, Gustav Möller edifica, sul suono delle chiamate e sull’unico scenario possibile, la sintesi, servendosi dell’impianto del più implacabile thriller, di un malessere che la Danimarca vive, al di là dell’opulenza e dell’esemplare benessere che ne alimentano il fascino. La tensione creata dalle sue immagini fulminanti contribuisce a impostare un discorso soprattutto sulla morale, sulla natura umana, ma soprattutto la colpa, come conseguenza dei comportamenti del protagonista, ma anche come tramite verso una possibile e inattesa redenzione; ciò attraverso limiti che ne sviluppano la creatività.

.

TESTRŐL ÉS LÉLEKRŐL
Ildikó Enyedi

Ungheria / 116 minuti

Non appena Mária iniziare a lavorare al controllo qualità, un macello a Budapest diventa il luogo di una strana storia d’amore. A pranzo la giovane donna sceglie sempre un tavolo da sola in mensa, dove si siede in silenzio. Il suo è un mondo che si compone di figure e dati che si sono impressi sulla sua memoria fin dalla prima infanzia. Endre, il direttore finanziario dello stesso macello, è un tipo tranquillo ormai di mezza età. Timidamente cominciano a conoscersi l’un l’altro, fino a scoprire che ogni notte si incontrano da oltre due anni nello stesso sogno. Con cautela, tentano di farlo diventare realtà. Orso d’oro a Berlino e candidato al Premio Oscar, Corpo e Anima parla dell’ultimo sforzo. Serve prendere il braccio senza vita e stringerselo al petto, serve che su quel volto frigido e inespressivo si dipinga, anche per un attimo, un vagito di soddisfazione, gioia, tenerezza, sentimento, emozione. Serve che gli uomini, Corpo e Anima, possano vivere ciò che è nel loro cuore senza l’intermediazione del sogno, serve vincere una paura atavica e un arto insensibile, serve vivere finalmente la realtà di un amore surreale e disperatissimo. Serve che nel sogno, possa rimanere solo il paesaggio, la natura spoglia, silenziosa, in attesa che la coltre di candida neve si sciolga e che torni il colore.

.

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI
Martin McDonagh

Gran Bretagna, USA / 115 minuti

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è uno straordinario film sulla rabbia, sul senso di colpa, dove la vita di strada prima di tutto è una forma narrativa ed estetica e solo in un secondo momento anche un luogo d’elezione e uno spazio conosciuto. A differenza di In Bruges Sette Psicopatici, popolati da buzzurri per quanto paradossali assurdamente amabili, in Tre Manifesti non esiste solo il guizzo linguistico, legittimo perché non è mistero che McDonagh sia pure un notevole autore teatrale, prima che regista cinematografico, semmai si assiste a un’operazione tipica degli affreschi, la crepa tra due generi, particolare e universale, in senso traslato narrativo e documentaristico. Per esempio, richiamando ciò che nota Josh Safdie (Good Time), a proposito de Il momento della verità di Francesco Rosi, un film su un giovane andaluso che cerca la fortuna diventando un torero. Monta insieme scene scritte e riprese documentaristiche girate durante le corride e la feria di Pamplona, incredibile a sentirlo per come tratta il cinemascope a mo’ di cinéma-vérité, per come sposi una tecnica inventata per creare finzione con un genere nato per documentare la realtà. Nella crepa tra i due mondi scaturisce il magico: lo stupore, e l’emozione, un grido corale di cui siamo testimoni taciti e inespressivi. Dire l’essenziale è uno dei migliori supporti in queste ricerche interiori, quando un’intera città deve fare i conti con la propria coscienza, mentre una madre inviperita sente suo dovere fare tutto il possibile per assicurarsi che questo latitante venga riportato sui nostri lidi, virile e segnato da due grandi incavi lungo le gote. A muovere la storia non sono trucchi narrativi e estetici, ma persone e sentimenti, colti da uno stile sommesso e sensibile, pieno di echi e di pause, in cui i personaggi sono le ombre dolorose di un’epoca che questa guerra ha travolto, a differenza di In Bruges – La Coscienza dell’Assassino Sette Psicopatici, oscuri e sbracati come lo fu Six Shootercortometraggio Premio Oscar, con le sue varianti di estinzione di massa.

.

۲۴ فریم
24 FRAMES
Abbas Kiarostami

Francia, Iran / 114 minuti

In un’intervista risalente al 2000, Kiarostami esprimeva l’intenzione di voler affiancare quanto più possibile al cinema la fotografia, sottraendo al primo la sua componente narrativa, un equilibrio, tra cinema, fotografia e poesia, sempre ricercato, con l’approdo al digitale, inoltre assai affascinato dalla possibilità di eliminare dall’opera l’autore, così elettrizzato quando diceva, dopo aver diretto Dieci, di essere distantissimo dal set. Tale curiosa tensione tra il desiderio di lasciarle carta bianca e l’esigenza che il frame si aprisse completamente alla realtà, permettendole di plasmarlo, come capitava in Copia conforme, dove una relazione si trasforma e si rigenera attraverso la Toscana, esplode in 24 Frames, culmine della purezza d’espressione così anelata dal maestro iraniano, morto un anno prima che venisse mostrato a Cannes 70, Palma d’oro nel 1997 per Il sapore della ciliegia: a comporlo 24 cortometraggi della durata di quattro minuti e mezzo, in prima istanza dipinti, poi fotografie, infine cinema, con l’intento preciso di cogliere la realtà catturata prima e dopo l’istantanea, un progetto ultimato, a seguito della morte improvvisa del padre, dal figlio Ahmad. Grazia, sensibilità e una rigorosa logica animano questi riquadri, elementi tipici di Kiarostami, un ultimo sguardo, tra pulsioni esistenziali e contemplazione, del quale si parlerà, un artista grazie al quale si respira l’autentica aria della vita.

.

LA VILLA
Robert Guédiguian

Francia / 107 minuti

A Méjan, una cala marina tra Marsiglia e Carry, tre fratelli si ritrovano per vegliare il padre. Angèle, attrice con un lutto nel cuore. Joseph, professore col vizio della rivoluzione. Armand, ristoratore di anime. Misurano la loro esistenza davanti all’ictus che ha colpito il genitore. Intorno alla sua eredità, la casa, il ristorante, la coscienza politica e quella sociale, fanno i conti col proprio passato, che per Angèle non sembra mai passare. Come First Reformed, pur essendo profondamente diversi, accomunati dal fatto d’essere stati entrambi in concorso a Venezia 74, entrambi non premiati, a non dire ignorati, e dal sapore quasi testamentario, La Villa è un film profondamente calato nella sua epoca, diretto con l’onestà intellettuale che contraddistingue Robert Guédiguian, ricordando il corpo nazionale di Mitterand, la pietrificazione ne Le passeggiate sul campo di Marte. Si ricompone la piccola comunità di un tempo. Ma niente è più come prima. Guédiguian senza autocommiserazione racconta la fine del mondo di ieri fatto di solidarietà e ideali. Impossibile non commuoversi, soprattutto sull’ultima immagine, la più potente dell’anno, nella sua tenerezza e melanconia. L’ultima pietra, prima che questo fiore malato, questa luna chiamata Europa si spenga, rannicchiandosi.

.

VISAGES, VILLAGES
Agnès Varda e JR

Francia / 89 minuti

Agnès Varda et JR hanno dei punti in comune, in particolare la passione per le immagini e per il modo di fotografare luoghi e persone, soprattutto volti. Agnès ha scelto il cinema. JR ha scelto di creare gallerie di fotografie en plein air. I due si conoscono nel 2015 e decidono di fare un film insieme. Un viaggio malinconico e gioioso lungo la Francia di provincia: un quartiere di minatori che sta per essere smantellato, capre private di corna, un enorme appezzamento di terreno coltivato da una sola persona grazie alla tecnologia. Una Francia che si dissolve, che viene ricordata da Varda, la vista che inizia a mancare, presa amabilmente in giro da JR, lei ottantottenne, lui trentatreenne, attraverso un documentario di cinema e vita, in cui si ragiona sulla vecchiaia, la malattia, la morte, l’amicizia, non solo sul tenero legame tra Varda e JR, che si confrontano su come procedere, dove recarsi. Le immagini durano per poco, ci dicono Varda e JR, ma durano comunque sempre più dei corpi e della loro caducità. E se poi le immagini muoiono, è il cinema a restare, citato, evocato, a partire dalla malattia agli occhi di lei, curando i quali si sottopone a iniezioni ai bulbi che le ricordano Un chien andalou, passando per Jacques Demy, regista di musical favolosi nei Sessanta e marito di Varda, morto nel 1990 di AIDS, amici a loro volta di Jean-Luc Godard, inaccessibile carogna che non mancherà di ferirla a modo suo, citando ossessivamente se stesso. Puro cinema che sperimenta e si interroga, che va oltre se stesso.

.

WON’T YOU BE MY NEIGHBOR?
Morgan Neville

USA / 93 minuti

Fred Rogers, pastore protestante, inizialmente istruito come ministro presbiteriano, nella casa dei suoi genitori a Pittsburgh, prima di ripartire per frequentare il seminario, osservando quanto poco facesse per la televisione per l’educazione dei bambini, confessò ai suoi cari lo stravolgimento dei suoi iniziali piani: avrebbe ideato un programma televisivo, rivolto alla fascia prescolare, Mister Rogers’ Neighbourhood, andato in onda sulla WQED, tra il 1968 e il 2001. Fred Rogers, negli Stati Uniti, è un’istituzione. Pur non essendo altrettanto conosciuto all’estero, rappresenta una figura cardine del secolo trascorso, nondimeno un faro tramite cui muoversi in questi tempi, che annaspano nel cinismo e nella meschinità, ormai condotte socialmente accettate. Non per nulla, Neville, documentarista Premio Oscar, oltre a indurre a un’incontrollabile commozione lo spettatore, ripercorrendo gli aneddoti delle persone più segnate dall’animo buono, cordiale, pacato di Rogers, rivela il suo enorme coraggio, nel risollevarsi da una difficile infanzia, a proposito della quale molti tra gli interpellati s’arrischiano a dire che non ci sarebbe stato Rogers senza Daniel Striped Tiger, probabilmente il personaggio più importante del programma, quello che incarnò meglio il vero Rogers, che interpretava inoltre tutti gli altri, salvo poi forse diventare il non facile King Friday solamente negli ultimi anni, nel prendere una salda posizione, in momenti focali della storia americana. Basti pensare ai brividi avvertiti dal presidente del sottocomitato per le comunicazioni del Senato, John O. Pastore, dai più reputato prima impaziente, a non dire svogliato, durante la testimonianza di Rogers, sostenitore appassionato di una televisione che rendesse prima di tutto felici i bambini, opponendosi alla vulgata popolare. Dire che un vicinato sia un luogo in cui ritenersi al sicuro, vivere senza timori, è una rivoluzione. Una carezza può determinare intere esistenze. Ci sarà sempre tempo per le carezze, modo di dire ti voglio tantissimo bene.

.

ZAMA
Lucrecia Martel

Argentina / 115 minuti

C’è un pesce che passa tutta la sua vita in un continuo viavai, lottando sempre contro l’acqua che non lo vuole, che lo butta fuori, rivela un prigioniero ai piedi di Don Diego de Zama, mesto funzionario della Corona spagnola, in perenne attesa di un rientro che mai avverrà. A quasi dieci anni di distanza da La mujer sin cabeza, Lucrecia Martel si cimenta per la prima volta con un film in costume, tratto dal classico omonimo di Antonio Di Benedetto. Un film di corpi. Lottano, si desiderano, si feriscono. In tutta la loro inadeguatezza gli stranieri, i dominatori, integri ed integrati i sottomessi, avvezzi alle asperità. E poi c’è Zama, che conosce solo rifiuto e umiliazione, un hombre sin cabeza in balia di illusioni, magie, menzogne, miraggi. Un guardone, mirón all’inizio letteralmente apostrofato, che viene beccato subito. Non è mai al centro dell’inquadratura, il suo corpo è fatto a pezzi e mostrato in porzioni, mentre guarda a un fuori campo nel quale, non visto, tutto si rivela. La narrazione mai lineare procede per scatti e allucinazioni. Come nella tragedia greca, tutto ciò che è funesto, violento, crudele accade fuori, mentre ai rumori, quelli prodotti dagli oggetti e dagli animali, è affidato il compito di lasciare che nella mente dello spettatore si materializzino proprio le immagini mancanti, continuamente attirato verso un fuori campo dove la storia si compie attraverso suoni disorientanti che lo portano nel territorio del non visibile e Zama in quello del non vivibile.

.

ZIMNA VOJNA
Paweł Pawlikowski

Francia, Gran Bretagna, Polonia / 89 minuti

1949-1964: un amore impossibile nell’Europa divisa. La giovane Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, nasce un grande amore, ma nel 1952, nel corso di un’esibizione nella Berlino orientale, lui sconfina e lei non ha il coraggio di seguirlo. S’incontreranno di nuovo, nella Parigi della scena artistica, diversamente accompagnati, ancora innamorati. Ma stare insieme è impossibile, perché la loro felicità è perennemente ostacolata da una barriera di qualche tipo, politica o psicologica. Paweł Pawlikowski, Premio Oscar per Ida, con sobrietà, di nuovo in bianco e nero, una fotografia che richiama alla memoria maestri del cinema come Carol Reed, Andrzej Wajda e Jan Troell, con intelligenza e sagacia, aggira il rischio di un tonfo, dopo un enorme successo, evita l’ipertrofia di alcuni autori, come Yorgos Lanthimos, che ricalcano se stessi, involontariamente ma al contempo prendendosi sul serio. Non c’è sentimentalismo, non ci sono lacrime, permane un tale rispetto per i personaggi, una partecipazione pudica, in un film di ottantanove minuti privo del superfluo, che va dritto agli eventi, permettendo allo spettatore di tracciare il non detto. La Storia e la storia della musica collidono, provocando un’inarrestabile evoluzione del gusto e delle mode, impreziosite dalla fotografia di Lukasz Zal, grazie a cui l’immagine non è mai composta in modo ovvio, profonda, nitida, indelebile. Prix de la mise en scène al Festival di Cannes.

.

Luigi Ligato

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy