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My Old Friend: Celebrating George Duke – Al Jarreau (2014)

by • 31 Marzo 2015 • ConcretaMusic, Kind of JazzComments (0)1200

coverNoi oggi conosciamo Al Jarreau come un grande virtuoso, grande cantante jazz, soul R&B e chi più ne ha più ne metta. Ma ovviamente non è sempre stato così. Jarreau ha avuto un inizio di carriera molto particolare; fino ai 25 anni la musica era solo un hobby, lavorava come assistente sociale a San Francisco, esibendosi di tanto in qualche jam session in piccoli locali Jazz. Il primo a credere in lui e a lanciarlo fu un allora giovane George Duke, pianista Jazz poi diventato un potentissimo produttore musicale nel campo del Soul e R&B. Duke è scomparso l’anno passato, e con questo album Al Jarreau rende onore a colui che lo ha lanciato verso l’olimpo della musica Jazz ma non solo (ha vinto 7 Grammy Awards in 3 diversi generi musicali).
Questo album è composto interamente da brani composti dallo stesso George Duke, e la schiera di grandi artisti che si sono proposti e hanno collaborato alla realizzazione di questo lavoro testimonia il grande rispetto e la grandezza di Duke nell’ambiente musicale. Si parte dai cantanti Lalah Hathaway, Jeffrey Osborne, Kelly Price e la grandissima Dianne Reeves (peraltro cugina di Duke) per passare agli strumentisti Gerard Albright, Stanley Clarke, Dr. John, Boney James, Marcus Miller; un grandissimo cast, insomma.
jazz1Gli arrangiamenti dei brani non si discostano troppo da quelli originali, andando comunque ad esplorare una discreta varietà di generi, dallo Smooth Jazz al Funk al R&B.
Si parte con il groove leggero e soffuso di My Old Friend, aperta da un Jarreau in versione vocalist, ed impreziosita da un bell’assolo di sax, nel finale.
Someday è una bella ballad condotta dalla splendida voce di Dianne Reeves che duetta con Jarreau sopra ad un eccellente giro di basso; l’assolo di sintetizzatore porta alla ripetizione del tema e al finale in fade out, svanendo.
Churchyheart cambia invece completamente genere, spostandosi molto di più sul funk e sull’elettronica; il brano si sviluppa tutto sopra un loop di basso elettrico e voci modificate. La tromba con sordina evoca atmosfere in stile Miles Davis anni ’70 (dall’album Bitches Brew, o giù di lì). La melodia è misteriosa ed enigmatica, e nonostante la poca varietà risulta molto interessante. Sweet Baby è la più classica delle ballad in stile smooth jazz; una batteria molto soffusa e il tipico tappeto di piano elettrico creano l’atmosfera ideale per questa bella melodia che oscilla tra la parte bassa iniziale e i cori delle seconde voci che duettano con la melodia principale. Probabilmente uno dei migliori pezzi dell’album.

Sullo stesso registro si collocano anche Wings of Love e No Rhyme, No Reason, morbide ballad che però non riescono a schivare del tutto il rischio di ricadere nel melenso, ma che restano comunque apprezzabili.
Possiamo chiudere dicendo che abbiamo a che fare con un album decisamente di facile ascolto, non abbiamo le solite complessità musicali e concettuali che spesso il Jazz ci presenta; siamo davanti ad una raccolta di pezzi (e non ad un album con un filo conduttore preciso) commemorativi, dove il Jazz viene spesso messo in secondo piano da generi più orecchiabili come Soul o R&B. In ogni caso occorre assolutamente riconoscere l’eccellente qualità musicale del tutto, partendo dagli ottimi arrangiamenti fino ad arrivare agli interpreti, tutte star acclamate dei loro generi. Per chi vuole un disco rilassante e riposante, senza impegno ma molto gradevole.

Alberto Spagni

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