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NBA week 4: Golden State sempre più smooth, malissimo Dallas

by • 21 Novembre 2016 • TimeOut NbaComments (0)680

Settimana tranquilla, in NBA: gli ultimi 7 giorni non hanno fatto che confermarci alcune sensazioni che l’inizio di stagione ci aveva suggerito. Le tre regine ad Ovest (per chi vive su un altro pianeta Warriors, Spurs e Clippers) stanno già scavando un solco con il resto della conference: la combinazione di star-power e/o meccanismi offensivi oliati alla perfezione le rendono un avversario quasi inaffrontabile per chiunque. Se dei Clippers (ancora in testa alla classifica) e degli Spurs (che hanno vinto tutti gli incontri in settimana e hanno una striscia aperta di 5 vittorie) abbiamo già parlato nelle scorse settimane, è bene spendere due parole sulla squadra della Baia.

L’attacco, manco a dirlo, è nettamente il più efficace della Lega (113.7 punti per 100 possessi, il distacco tra loro e i secondi è lo stesso che c’è tra la squadra di Rivers e i Lakers, noni in questa classifica), ma non si può dire altrettanto della difesa. La partenza di Bogut e, in misura minore, Festus Ezeli, ha creato un vuoto che il solo Zaza Pachulia, che pure è un rispettabile difensore, non è riuscito a colmare: se confrontati con l’anno scorso, gli indicatori della “rim protection” sono calati vistosamente. La percentuale concessa entro i 6 piedi è passata dal 58.5% (valore da top 10) al 62.3% (quinta peggiore squadra). Questi sono comunque numeri da prendere con le pinze: innanzitutto non abbiamo visto che il primo mese di regular season, e questo, come sappiamo, vuol dire che le difese non stanno certamente lavorando al massimo dell’impegno. In più dobbiamo considerare che questa squadra ha sempre avuto una spiccata propensione alla difesa, e che è piena di (potenziali) grandi difensori (è bene ricordare la prestazione in difesa di KD nei playoff dell’anno passato). È lecito quindi aspettarsi dei miglioramenti sotto questo punto di vista.

C’è un’altra squadra con cui i Warriors sono in qualche modo legati e che sta facendo (finalmente) ben parlare di sè: si tratta dei Lakers di Luke Walton (ex-vice di Kerr a Golden State). Dopo anni di magra, i fan della sponda cool di LA, possono finalmente ben sperare nel futuro: il roster gialloviola è pieno di giovani dalle belle speranze, e la sapiente mano di Walton lì sta forgiando con un’identità propria, e sta tirando fuori il meglio da tutti i giocatori. Curioso il caso di Nick Young: dopo l’incidente con D’Angelo Russell risalente allo scorso anno (in breve: il rookie aveva filmato di nascosto Young che raccontava delle sue scappatelle in cui tradiva Iggy Azalea, allora sua fidanzata), i rapporti con la franchigia sembravano irreparabilmente incrinati, tanto da arrivare a mettere in discussione persino il futuro di Swaggy P all’interno della Lega. L’arrivo di Walton ha dato nuove motivazioni al giocatore, che è ora fondamentale nella rotazione, tanto da essere titolare, e secondo per minuti in campo. ESPN ha scritto un pezzo che vi consiglio di leggere, a proposito della sua situazione.

Passando al gossip, è di questa settimana la polemica che vede contrapposti LeBron James e Phil Jackson. In una recente intervista ad ESPN, Jackson, commentando l’incrinarsi dei rapporti tra Pat Riley e King James, si è riferito all’entourage di quest’ultimo col termine “posse”. Il termine, che grossomodo significa “gang, crew, banda” non è stato recepito bene dalla comunità di giocatori (con James si sono schierati altri colleghi, tra i quali Harden e Anthony), che non accettano che venga utilizzato un termine “di strada” per identificare, sminuendolo, il loro lavoro di uomini d’affari all’interno della Lega. Non era probabilmente intenzione del 71enne Jackson risultare offensivo, ma certamente le parole hanno un peso ed etichettare come “posse” l’entourage di uno sportivo afroamericano, pare un’idea quantomeno retrograda.

Ma passiamo alle squadre migliori (e peggiori) della settimana.

TOP

Golden State Warriors

Chi se non loro? Non mi dilungherò ulteriormente se non per raccontarvi della settimana perfetta di Golden State. Negli ultimi 7 giorni sono arrivate la vittorie ai danni di Raptors, Celtics (letteralmente demoliti, con un vantaggio che è rimasto oltre le 15 lunghezze per tutto il secondo tempo), e Bucks (decisiva una deflection di Draymond Green su una rimessa nei secondi finali, per assicurarsi la vittoria). Media dei punti segnati nei 3 incontri: 118.3. E che non si pensi che l’arrivo di Durant abbia snaturato l’attacco dei vice-campioni: i Warriors sono ancora, nettamente, la squadra che si passa di più la palla, che produce più “tocchi” in area, e gli isolamenti, rispetto allo scorso anno, sono praticamente invariati (7% dei possessi contro il 6.3%).
La striscia attuale è di 7 vittorie, e Chris Paul e soci cominciano a sentire il loro fiato sul collo.

FLOP

Dallas Mavericks

Questa volta Carlisle sembra davvero non avere conigli in serbo nel cilindro. Per anni ci siamo abituati a veder galleggiare Dallas al di sopra della linea che separa la lottery dai playoff (negli ultimi 8 anni, con Carlisle in panchina, Dallas ha raggiunto la post-season 7 volte, e non è comunque mai scesa sotto al 50% di vittorie), nonostante roster alle volte mediocri. Personalmente lo ritengo uno dei migliori allenatori NBA sulla piazza, e significativamente responsabile dell’ottima riuscita della parabola discendente di Nowitzki, che lui ha saputo gestire benissimo negli anni. Quest’anno, però, non sembra avere molto spazio di manovra. Il tedesco non ha mai tirato così male dal campo, e le brutte percentuali dell’altro giocatore in grado di spaziare il campo, Wes Matthews, certamente non aiutano. Harrison Barnes sembra non essere in grado di trascinare da solo questa franchigia, e anche l’innesto di Bogut per ora non sta dando i risultati sperati. Nelle ultime partite è entrato in scena Johnatan Gibson, protagonista all’esordio con una media di 18.6 punti nelle sue due prime gare tra i professionisti. Le speranze di Cuban non possono però essere riposte nelle mani di un rookie 29enne.
In una lotta così agguerrita per gli ultimi posti ai playoff, una partenza di 2 vittorie e 10 sconfitte peserà comunque moltissimo, anche se la squadra dovesse rimettersi in carreggiata.

 

Niccolò Battolla

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