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Neruda – di Pablo Larraín (2016)

by • 30 Ottobre 2016 • ConcretaMovieComments (0)892

 

 

neruda-01Cile 1948. Il senatore Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, in arte Pablo Neruda, è in fuga. Il presidente Videla ha infatti dichiarato fuorilegge il partito comunista e i suoi iscritti, costringendolo all’esilio forzato. Dalle strade della capitale alle Ande, Neruda sarà dunque braccato senza sosta dalla polizia fino all’allegorico finale.

Questa la porzione di vita del grande poeta scelta da Pablo Larraìn per questo biopic assolutamente atipico che segna probabilmente (aspettando l’hollywoodiano Jackie) una svolta nella carriera e nella cinematografia del cineasta cileno.

Sospeso tra sogno e realtà, passando indifferentemente dal noir al western alla commedia grottesca, Neruda costituisce un affresco storico tanto spericolato quanto veritiero e affascinante. Strade buie e fumose, bordelli, paesaggi splendidi e brumosi, figure miserabili e grandi personalità si mischiano in un tessuto narrativo ed espositivo capace di coadiuvare alla perfezione ogni tono e sfumatura dando origine ad un’opera assolutamente sfaccettata e multi livello da cui è impossibile non lasciarsi catturare e guidare fino alla fine.

Da sempre interessato alla storia più o meno recente del suo paese, questa volta l’obiettivo – o ambizione, a seconda dei punti di vista – del regista non sembra infatti tanto quello di spiegare un momento storico preciso o l’importanza che la poesia di Neruda ebbe fra i suoi connazionali, quanto più quello d’imbastire un grande gioco metalinguistico di specchi e maschere dalla forte carica simbolica, dove l’inseguimento da parte dell’investigatore (sua la voce narrante dell’intera vicenda) veicola lo sguardo incredulo dello spettatore alla scoperta di un Pablo Neruda tutt’altro che eroico. Il ritratto che ne esce è infatti quello di uomo sì capace di mirabili parabole letterarie e intimamente mosso da grandi ideali, ma dedito allo stesso tempo a nutrire il proprio ego e la propria ambizione. Miseria morale e nobiltà intellettuale in continua lotta tra loro senza soluzione di continuità.

Per sottolineare tale ambiguità e la dimensione sospesa e onirica, Larrain si avvale, oltre alle abituali lenti grandangolari, di un uso massiccio della steadycam tramite cui percorre (Birdman docet) le “rovine circolari” della mente del poeta e del suo inseguitore, sovrapponendo i punti di vista e i piani narrativi senza mai perdere nulla in termini d’intelligibilità e fluidità del racconto.

C’è chi parla di raffinata provocazione intellettuale, di intelligente esercizio di stile, ma a mio modesto parere se il cinema è, nei suoi episodi migliori, ancora il teatro dei sogni lo dobbiamo anche a registi come Pablo Larrain. Da non perdere.

 

Voto: 8,5/10

 

Giulio Morselli

 

 

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