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“NOVANTADUE”: LA PARTITA A SCACCHI DELLA NOSTRA STORIA

by • 8 Marzo 2015 • QuartaPareteComments (0)1453

 

 

Novantadue_LocandinaUna solitaria partita a scacchi, contro un nemico conosciuto ma invisibile.

Un nemico studiato a lungo, inseguito, eppure evanescente, con l’eterna capacità di trasformarsi e sfuggire. Ancora una volta.

Questa è la storia messa in scena ieri sera al Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia: “Novantadue- Falcone e Borsellino 20 anni dopo”, uno spettacolo che sa raccontare con perfetta intensità e precisione l’ultimo periodo di vita dei due più celebri magistrati antimafia italiani.

Se le numerose foto mitizzanti, i vari e disparati film (e le serie tv) hanno reso celebri i due giudici, contribuiscono, tuttavia, a trasformarli anche in remote icone, in eroi, quindi in lontane eccezioni, in martiri non imitabili.

Lo spettacolo di Claudio Fava (celebre giornalista e scrittore, il cui impegno politico e di vita contro la mafia e il terrorismo internazionale è conosciuto e stimato a livello internazionale) ha, invece, il grande pregio di parlarci, prima di tutto, di una solitudine: i due magistrati sono ritratti, all’inizio della pièce, alla scrivania, rinchiusi nel carcere sardo dell’isola dell’Asinara, intenti a scrivere a macchina, senza una sosta, perché consci di avere sempre meno tempo prima del Maxi Processo contro la Mafia.

Eppure questi non sono supereroi, ma uomini: Paolo Borsellino è lento a battere le lettere a macchina, entrambi fumano novantadue1continuamente e bevono liquore e vino per rimanere svegli, mentre si lamentano di dovere usare il verbo “attingere” – tipico tratto del linguaggio burocratico, freddo e troppo diplomatico– invece di “ammazzare”.

Si staglia fin da subito l’ombra dell’isolamento dei due, che devono fare i conti con l’altissimo muro dello Stato, in cui loro credono fermamente, ma che li ha lasciati soli, li ha emarginati, facendo loro pagare addirittura i numerosissimi caffè consumati.

E poi… la morte. Un pensiero che li accompagna quotidianamente, una morsa allo stomaco che fa quasi loro compagnia, mentre, dopo il Maxi Processo di Palermo, devono iniziare a fare i conti con un nuovo e terribile pensiero: loro non stanno combattendo contro un nemico dello Stato, ma anche contro una parte di esso, che li vuole eliminare, vuole scendere a patti, vuole nascondere le prove delle intenzioni mafiose.

In un turbine sempre più violento e spedito, la scena – ben ideata ed allestita dal regista Marcello Cotugno–  sa descrivere realtà temporali e topiche differenti, passando da intensi monologhi dei due protagonisti a formali incontri con Antonino Meli, responsabile dello smantellamento del “pool Antimafia”, dietro cui è ben nota la “longa manus” di chi vuole rendere Falcone e Borsellino facili obiettivi, emarginandoli a livello istituzionale.

novantadue3Eppure quei due uomini – soli e sempre più impotenti– non si avviliscono e vanno avanti.

Quella sfida a scacchi è sempre più difficile: credevano di conoscere l’avversario, ma ora si accorgono che contro di loro cospira anche una parte di amici, di quelli che dovrebbero essere loro alleati.

E lo spettacolo va fino in fondo: racconta tutto, azione dopo azione, attentato dopo attentato.

Fino a quando non si arriva all’anno fatidico, proprio il 1992: la “Strage di Capaci” è raccontata da un nemico comune, un mafioso ordinario, senza nome, che, con tranquillità e con un grande sorriso, ci descrive gli ultimi istanti della vita del magistrato, quasi gustando con avidità la possibilità di avere in mano l’esistenza di Falcone.

E allora quel tavolo– su cui i magistrati scrivevano e sapevano anche scherzare sulla morte–diventa una bara, su cui può piangere e arrabbiarsi l’amico Borsellino, che sa benissimo di essere destinato alla medesima fine.

Uno dei momenti più salienti è il dialogo fra il magistrato e Vincenzo Calcara, mafioso incarcerato, che gli predice la sua morte: novantadue2lungi da essere (come, del resto, tutto lo spettacolo) un passaggio enfatico e tragico, la scena è descritta con amara ironia, mentre la rabbia e il dolore di Borsellino sono indirizzati non tanto al proprio destino, bensì a quello Stato che vuole trattare, a quella Mafia che sta sfidando gli uomini di Giustizia e che, in forza di questo, si sente sempre più forte ed imbattibile (“Questa non è una festa. È una sfida”).

La fine di Paolo è scontata: si racconta, anche in questo passaggio, ogni dettaglio, come per volere sottolineare la fredda iperperfezione della Camorra, che sa fare ogni mossa con estrema calma, senza fretta.

Da un lato, dunque, l’urgenza degli uomini che vogliono giustizia (che non hanno tempo, che non possono riposare, che devono  e vogliono trascurare la propria vita personale per servire la comunità) e, dall’altro, l’immobilità di uno Stato che fa della passività la sua arma di difesa.

Da una parte l’acuta ed amara ironia di quei “non eroi” che conoscono da sempre il proprio destino (e che, tuttavia, vincono la paura con il profondo desiderio di rendere dignità ai morti), dall’altra il riso infido dell’anonimo mafioso, che può permettersi di prendersi il tempo per fare ogni mossa con grande lentezza.

novantadue4“Novantadue” è uno spettacolo imperdibile perché parla della vita, delle sue contraddizioni, delle sue sfaccettature. Perché parla del coraggio quotidiano di uomini non eroi.. di quel coraggio che diventa imitazione, che diventa azione. Perché sa accusare quella parte passiva e criminale dello Stato, quegli arti malati, collusi con la malavita, che mettono in circolo un cancro mortale.

Perché parla d’amore.

Amore profondo per la giustizia che diventa lavoro e missione, amore per le nuove generazioni che crescono e che dovranno prendere importanti posizioni di vita.

Amore per quella libertà, definita “un desiderio onesto”: la libertà cui hanno rinunciato questi due uomini, per concederne di più a tutti noi.

Amore per il racconto semplice –mai enfatico –di una delle più importanti e dolorose (e non risolte) pagine della storia italiana.

A tutto ciò contribuiscono le magnifiche interpretazioni di Filippo Dini (Giovanni Falcone), Giovanni Moschella (Paolo Borsellino) e Fabrizio Ferracane (cui è dato il compito di rappresentare le diverse facce del nemico, da quello mafioso a quello formalmente statale): attori egregi e capaci di comunicarci tutte le sfumature umane, dalla rabbia, al dolore, all’orgoglio.

Bisogna andare a teatro, per vedere come va a finire quella partita a scacchi e per applaudire sia chi ha messo in scena questa coraggiosa pièce sia chi l’ha interpretata per davvero, nella vita.

Uscendo dallo spettacolo con un compito ben preciso, con un comandamento “evangelico” che Borsellino e Falcone ti lasciano, quasi in eredità: “Devi amare quello che vuoi cambiare”.

La partita a scacchi continua e continuerà sempre.

Ci fosse ancora in gioco un’ultima, isolata pedina.

Sabato 7, Lunedì 9, Martedì 10 e Mercoledì 11 marzo
– ore 21

Domenica 8 marzo
– ore 17:30

Teatro Piccolo Orologio (RE)

NOVANTADUE- Falcone e Borsellino, 20 anni dopo

di Claudio Fava

con Filippo Dini, Giovanni Moschella, Fabrizio Ferracane

allestimento e regia di Marcello Cotugno

Produzione BAM TEATRO

Spettacolo adattato da Centro sociale Orologio

Fotografie: Centro Teatrale MaMiMò/BAM Teatro

 

Clizia Riva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clizia Riva

 

 

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