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The Other Side of the Wind – di Orson Welles (1970-2018)

by • 28 novembre 2018 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)42

Peter Bogdanovich su Orson Welles

Una volta eravamo a pranzo, e sul frigorifero c’era questo grande sacchetto di Fritos. Orson lo aprì e verso il contenuto sul tavolo. Si sedette, prese una manciata di Fritos e se la mise in bocca. Ovviamente, io feci lo stesso. All’improvviso, si girò verso di me e disse:

– Promettimi che se mi succede qualcosa, finirai il film.
– Cristo, Orson, perché dici così? Non ti succederà nulla, perché…
– …Lo so che non mi succederà nulla.

 

Cupo tramonto

– Perché sempre io? Quell’uomo è infestato dai discepoli. Io sono un apostolo, signorina.

Cupo Tramonto di Leo McCarey prima di Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu. McCarey, premiato con l’Oscar per L’Orribile Verità, comicità scoppiettante sulle relazioni, le quali possono nascere dall’attrazione come devono essere messe alla prova da difficoltà e ribaltamenti prima di conquistare la sacralità del matrimonio, pronunciò le famose paroleGrazie, ma me l’avete dato per il film sbagliato. McCarey, conscio dell’anima che ci mise pur rappresentando un fiasco commerciale – Paramount se lo riprese anni dopo, in occasione di La Mia Via -, così difese strenuamente il valore di uno dei migliori melodrammi della storia del cinema, poiché occorrerebbe tanto impegno per non struggersi, l’estasi che aleggia negli occhi colmi di lacrime, celesti ed impreziosite da alcuni ricami. Rendersi utili, lo scoglio generazionale da superare che colpisce i coniugi Cooper, su questo verte la materia, denominata emblematicamente, in originale, Make Way for Tomorrow. Esserci. Non esserci. Tanto commovente, sincero da suscitare in Orson Welles, alla domanda, rivoltagli da Peter Bogdanovich, se l’avesse visto o meno, durante una cena, una reazione perentoria, quasi urlata:
That’s the saddest movie ever made! It would make a stone cry! And nobody went!
Così, probabilmente, dovette sentirsi lo stesso Orson Welles, impersonato dal collega John Huston, il Jake Hannaford che vaga senza meta come un Arthur Cravan senza un becco di quattrino e senza saper cosa girare e con quali risorse finanziarie, il grande trampoliere smarrito, lo scalmanato pugile-poeta che divenne immortale grazie al Dadaismo, ma senza la sua Mina Loy, bensì attorniato da ostinati epigoni e curiosi maltrattati, immalinconito dopo l’uscita di scena del suo attore protagonista, riscattato tempo prima dalla voce delle onde, surclassato infine dalle nuove leve, tanto da storpiarne il nome, come nel caso di Michelangelo Antonioni – detto che The Other Side of the Wind, nella foschia delle intenzioni di Hannaford, il quale per molti ingenui seguaci pare coltivi perle per trarne ostriche, non sia molto dissimile a Zabriskie Point – e Bernardo Bertolucci, quasi che, ignorato e triste, temesse di andarsene senza un lavoro per il quale davvero essere orgoglioso, convinto intimamente che nulla in ogni caso avrebbe potuto eguagliare Quarto Potere, opera da sempre posta cinicamente dalla critica come termine di paragone insormontabile, nel corso della sua carriera accidentata, opera vissuta come una maledizione dallo stesso Welles, un baratro cui si sottrasse, considerando per un momento la strampalata l’idea che Falstaff, F come Falso, Storia Immortale, per dirne alcuni, non siano tuttora autentici capolavori, Charles Laughton, dopo l’intramontabile La morte corre sul fiume, come in un lirismo di rara potenza si sposino la fragilità e la mostruosità del genere umano.

 

L’ultimo spettacolo

All’età di 55 anni, dopo due decenni di esilio, Orson Welles tornò ad Hollywood per lavorare al film del suo ritorno, The Other Side of the Wind. La produzione iniziò nel 1970, continuò fino all’inizio del 1976, mentre il montaggio continuò negli anni Ottanta. Bloccato da svariati problemi, Welles non riuscì mai a terminare il film. Morì nel 1985, lasciando quasi cento ore di girato, una copia di lavorazione con montaggio ed editing di alcune scene, copioni annotati, promemoria, riflessioni e direttive  (dalla didascalia che compare ad inizio pellicola).

– Per forza dovete essere legati in qualche modo.

Nell’avventura disperata condivisa da uomini disperati, nel caso non l’aveste notato, Peter Bogdanovich inizia recitando la parte di se stesso nel 1970, un giovane scrittore, e finisce recitando quel che diventerà nel 1974, ovvero un famoso regista. Welles stava creando l’inevitabilità. Bogdanovich, con L’ultimo spettacolo, girato su suggerimento di Welles in bianco e nero e dal finale simile a quello che si vede in The Other Side of the Wind, ambientato in un drive-in e di un’irreprensibile malinconia, popolato da giovani che da quella notte in avanti avrebbero riempito le file dell’esercito, mentre Welles si preparava nella sua trascuratezza ad un altro genere di dipartita, l’aveva superato. Come si racconta nel documentario diretto dal Premio Oscar Morgan Neville, Mi ameranno quando sarò morto, a proposito della sua tormentata genesi, rovina e successiva rinascita, Peter Bogdanovich racconta come il film tratti di amicizia e tradimento, il tradimento che non può scaturire da un amore al principio, il film, e poi il film nel film nella sua sventatezza senza sceneggiatura alcuna, che potrebbe richiamare alla memoria il genere erotico secondo Russ Meyer (Lungo la valle delle bambole, nello specifico), ma senza l’umorismo e il grottesco che ne pervadono la struttura narrativa, completamente, del tutto andata.

The Other Side of the Wind, nella sua estrema stratificazione e frammentarietà, con le sue chiavi di lettura, che danno adito a una riflessione sullo sguardo, sull’immagine, sull’asservimento del reale da parte dei meccanismi di riproduzione, è la narrazione tragicomica degli ultimi rantoli di un personaggio bigger than life, come definito dagli astanti, maschere, doppioni e manichini che assistono inermi al declino di lui, mentre sputacchia dall’orlo del bicchiere per frangerne il disegno contro la statua al centro della camera ammobiliata, tronfia di trofei, retaggio e relitti da un passato glorioso fino a un certo punto, il cui culmine risiede nella giornata del 2 luglio, data non casuale, considerato il rimando allo scrittore Ernest Hemingway, istituzione descritta con una precisione d’altri tempi dal cubano Tomás Gutiérrez Alea nel suo rivoluzionario-controrivoluzionario Memorie del sottosviluppo, vigoroso nel rappresentare direttamente i latinoamericani.

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Luigi Ligato

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