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Perché è morta una giornalista

by • 17 ottobre 2017 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)152

 

Ieri, 16 ottobre alle ore 15 circa, una giornalista maltese di 53 anni, Daphne Caruana Galizia è rimasta uccisa da una bomba nascosta e azionata nella sua stessa auto, vicino casa sua.

È successo a Malta, nella civilissima Malta, membro dell’Unione Europea. Civile sì, quando non si parla di argomenti spinosi come l’immigrazione, perché in quel caso si sa che l’isola spegne le luci e fa finta di non esistere, “in favore” della nostra piccola Lampedusa.

E anche di corruzione. Di corruzione a La Valletta, capitale dell’isola, non si parla molto felicemente, forse perché è un argomento spinoso che coinvolge un po’tutti. In particolare, anche il primo ministro Joseph Muscat che da tempo si trovava sotto i riflettori di Daphne Galizia. Dal suo blog ancora online e visitabile “Running Commentary”, Daphne denunciava spesso e portava avanti in maniera indipendente numerose inchieste che l’avevano resa agli occhi della stampa mondiale, una giornalista di punta capace di scoperchiare il marcio che risiedeva proprio sotto la piccola isola mediterranea.

Fra trafficanti di droga, sicari e corrotti, Daphne aveva trovato un filone sostanzioso con i recenti Panama Papers, una delle maggiori inchieste giornalistiche degli ultimi anni che tuttavia in Italia non ha avuto grande eco perché non ha coinvolto grandi personalità politiche.

I Panama Papers sono una mole di documenti raccolti in quasi 40 anni da uno studio legale di Panama e che arrivano a sfiorare i 2,6 terabyte di dati (sono più di 11 milioni di documenti, in pratica, fra cui circa 5 milioni di mail, 3 milioni di database, 2 milioni di PDF e 1 milione di immagini). Il consorzio internazionale del giornalismo investigativo (ICIJ) ha preso i documenti nel 2016 e li ha divisi fra le redazioni affiliate sparse per il mondo, per ridurre e svolgere più velocemente il lavoro. Cosa si è scoperto? Evasori, migliaia di evasori o elusori fiscali fra cui le più importanti personalità di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Ucraina e lo stesso presidente dell’Argentina. Qualche parente o amico di politici inglesi, fra cui Cameron, un membro della famiglia reale spagnola, Platini e addirittura Messi. Il culmine lo si era raggiunto con il presidente islandese che, oltre che evasore, si era scoperto invischiato anche nel fallimento del sistema bancario islandese. Una bella persona.

Pochi italiani, appunto. O meglio, forse i soliti che non ci stupiscono, da Briatore a Berlusconi, da Montezemolo ad altri nomi dell’imprenditoria. Una serie di persone coinvolte (e non per forza evasori) che l’Espresso ha raccolto qui su un sito dedicato. E poi diciamocelo che a noi degli evasori ci interessa poco.

Molti maltesi, invece. Da lì era partito il filone di Daphne, nei cosiddetti Malta Files, cioè i files che si potevano collegare alle personalità maltesi e che dai Panama Papers collegavano Malta all’Europa! Ne ha trovati tanti, forse troppi per credere ancora nel suo paese. Il suo blog ha raggiunto le 400.000 visite quotidiane, diventando il primo media dell’isola che conta 420.000 abitanti! Ha cominciato ad avere materiale su governo ed opposizione e ad attaccare tutti senza timore, pubblicando sul blog fino a mezz’ora prima di morire.

Circa due settimane fa ha ricevuto minacce di morte. Probabilmente non le prime, ma stavolta era andata a denunciare, segno che forse qualcosa di grosso sotto lo vedeva anche lei. Lo Stato non le ha accordato nessuna protezione particolare e ieri, quelle minacce si sono concretizzate in un’autobomba: un metodo da mafiosi, da gangster, da chi vuole finire sul giornale e non uccidere nel silenzio. Un metodo non nuovo a Malta, che oggi più che mai si scopre piena di criminalità e corruzione, senza la giornalista “terrorista” a difenderla. Perché era stata definita anche così, terrorista.

Il sospetto è che sia andata troppo vicina agli affari azeri che stanno emergendo di recente. Aveva visto prima di tutti Malta come la Tortuga dell’Europa. L’isola in cui la finanza europea si concentra per dare e ricevere bustarelle. E negli ultimi mesi si sta scoperchiando come dietro a molte di queste tangenti si nasconda l’Azerbaijan, che sta ungendo (termine usato non a caso) molte personalità europee affinché non critichino il regime di Ilham Aliyev, presidente con parecchio potere. Da tempo Galizia aveva collegato gli azeri ad una società intestata alla moglie del presidente Muscat. È stato uno dei suoi più grossi scoop, e anche uno degli ultimi. Se veramente dietro a tutto questo ci fosse l’Azerbaijan, non dovremmo essere tranquilli nemmeno noi, visto che Roma intrattiene stretti rapporti col paese e attualmente vi è in ballo una grande struttura con Baku: la TAP in Puglia. Oltre a ciò, sembra che uno degli uomini di punta con cui gli azeri si sono infiltrati nel Consiglio d’Europa, sia proprio un italiano: Luca Volontè.

L’isola contesa in mezzo al Mediterraneo, una volta nota per i Cavalieri e il loro soccorso prestato alle genti, ha da tempo detto no all’accoglienza,preferendo chiudersi in sé stessa. Una chiusura non certo stagna, visto che qualcosa da anni sta filtrando, qualcosa che non puzza, che fa sempre meno odore. Perché il denaro oggi scompare in maniera rapida, non lascia tracce ed è sempre possibile metterlo al sicuro in qualche paradiso fiscale lontano o in qualche azione di riciclaggio come la “lavatrice azera”. Il denaro può essere reso invisibile, ma non con Daphne Galizia libera di scrivere ed indagare.

Per questo, quasi certamente, è stata uccisa.

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