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Piena di niente – Alessia di Giovanni e Darkam (Becco Giallo, 2015)

by • 24 Luglio 2015 • ConcretaBookComments (1)1373

 

piena di niente 1Ci sono argomenti che per i motivi più disparati sono più difficili da trattare, o anche solo da toccare, di altri. Al contempo spesso proprio questi temi “sensibili” sono quelli sui quali ci sarebbero più cose da dire, sui quali sarebbe magari importante riflettere e confrontarsi. L’aborto è uno di questi.

Quando qualche tempo fa mi trovai di fronte a questo fumetto ne rimasi subito affascinato, a partire dal titolo: Piena di niente è una scelta di parole coraggiosa, aggressiva, emotivamente e semanticamente efficace. Fin da subito è chiaro con cosa si avrà a che fare e quali corde si andranno a toccare. Preso il volume e sfogliatolo il senso d’inquietudine, e in un certo qual modo di disagio, trasmesso dall’ossimoro del titolo si fa più forte: un tratto sgraziato dipinge sulle tavole figure altrettanto sgraziate e sporadici panorami silenziosi e inquietanti, colori malati ed opprimenti negano qualsiasi rassicurazione.

Già dal modo di porsi è chiaro che l’opera di Alessia di Giovanni e Darkam non sarà una passeggiata, non c’è alcuna piena di niente 2volontà di alleggerire o di circumnavigare le difficoltà e le drammaticità (sia narrative che ideologiche) che necessariamente si presenteranno. D’altro canto, come detto in apertura, l’aborto non è cosa semplice: in una discussione così come in un racconto non può essere approcciato con freddo e distaccato razionalismo, che spesso rasenta il cinismo, né con argomentazioni affrettate o approssimative basate su un’emotività troppo spiccata.

Da questo punto di vista le autrici riescono a non scadere né nell’una né nell’altra deriva e, pur essendo evidente la loro posizione etico-politica, decidono di raccontare i fatti. Piena di niente racconta infatti quattro storie di altrettante donne tra loro molto diverse alle prese con un’interruzione di gravidanza, dalla ragazzina sprovveduta (per così dire, anche se è un termine in questo caso riduttivo) alla prostituta.

Ho particolarmente apprezzato la scelta di non nascondere nulla al lettore ma di mostrargli tutto, senza timore di spaventarlo o allontanarlo. Piena di niente funziona, narrativamente parlando, riuscendo a comunicare il disagio e le difficoltà di queste quattro donne scoprendo piena di niente 3le carte poco alla volta, come se le si conoscesse a poco a poco durante la lettura. Complici una scrittura attenta e ragionata ed un ritmo che salta da un punto di vista all’altro, non necessariamente rispettando un rigoroso ordine cronologico, il volume scorre veloce ma intenso e cattura con facilità l’attenzione del lettore coinvolgendolo emotivamente.

Tuttavia, se dal punto di vista tecnico e soprattutto estetico Piena di niente colpisce perfettamente nel segno, con disegni ed un tratto di rara potenza ed una regia che non molla mai la presa, dal punto di vista dei contenuti non posso esimermi dal muovere una critica.

Il volume ha in realtà un sottotitolo che recita Quattro storie vere sull’aborto e l’obiezione di coscienza in Italia e l’attenzione delle autrici, che traspare attraverso il racconto, va esclusivamente in questo senso. O quantomeno prevalentemente in questo senso. L’obiezione di coscienza e più in generale un certo tipo di moralità cattolica (a tratti dipinta come ipocrisia) è in quest’opera il mostro onnipresente e all’apparenza onnipotente che si manifesta nella difficoltà di trovare un medico non obiettore, nelle maldicenze delle infermiere del reparto maternità (che per la cronaca è dove si svolgono anche le interruzioni di gravidanza, cosa che francamente trovo di pessimo gusto) o in mille altre piccole cose.

Non ho intenzione di criticare il messaggio che le autrici vogliono trasmettere. Anzi, non che faccia differenza, ma in piena di niente 4buona parte lo condivido. Ciò che intendo criticare è che, come dicevo in apertura, su di un argomento tanto difficile come l’aborto, del quale spesso si preferisce non parlare per evitare problemi (o anche semplicemente per evitare di prendere una posizione), ci sarebbe davvero tanto altro da dire. E trovo riduttivo limitarsi a ribadire il problema dell’obiezione di coscienza.

Altra cosa che non ho apprezzato è la totale assenza di figure maschili positive. Lo stereotipo della donna lasciata da sola ad affrontare una situazione (che può essere) difficile come l’aborto è, appunto, uno stereotipo. E andrebbe superato. In Piena di niente invece le quattro esperienze riportate sono tutte storie nelle quali nel migliore dei casi l’uomo non c’è, ma può arrivare anche al ricatto e alla cieca imposizione. Ed è una visione quantomeno parziale.

Avrei davvero gradito la scelta di raccontare anche altre storie, che dessero un punto di vista più completo e, in definitiva, meno “di parte”. Pur mantenendo il messaggio intatto, e quindi in un contesto di forte critica verso l’obiezione di coscienza, si sarebbero potuti analizzare casi differenti che, nella realtà dei fatti, esistono. Per esempio quello di una donna che decide di interrompere la propria gravidanza supportata dal marito/compagno e che non incontra nella sua scelta ostacoli e predicatori. O di una donna che, in una sorta di obiezione autoimposta, alla fine decide di non abortire affatto.

Concludendo, Piena di niente rimane una buona lettura, purtroppo non priva di difetti. Se da un lato l’aspetto tecnico ed estetico è più che apprezzabile, a tratti sorprendente con disegni dall’ottimo impatto, il messaggio che le autrici intendono trasmettere è (per quanto condivisibile) fin troppo esplicito e totalizzante. Al contempo, va detto, Piena di niente non tradisce le proprie promesse ed è effettivamente una storia sull’obiezione di coscienza in Italia. Purtroppo, contenutisticamente, non è molto più di questo.

 

Matteo Gaspari

 

 

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