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Tutto sulle presidenziali in Francia

by • 20 aprile 2017 • ConcretaWorld, EditorialiComments (1)415

Questa domenica, il 23 aprile, in Francia si terranno le elezioni presidenziali. I nostri vicini sceglieranno direttamente il Presidente della Repubblica e, dopo ben tre confronti tv, minacce di attentati, scandali e ribaltoni, sapremo chi andrà al ballottaggio del  7 maggio e chi sarà il gran favorito per l’Eliseo.

Il nome che si sente ripetere è frequentemente  quello di Marine Le Pen, la leader del Front National, che fa perdere il sonno a tutti i moderati europei. Di destra e filorussa, Le Pen è il prossimo spauracchio dopo le elezioni austriache e olandesi. Pericolo scampato in entrambi i casi, evitata la vittoria dei partiti anti-europeisti e grandi feste nei palazzi di Bruxelles. Ma ora tocca alla Francia, secondo paese dell’Unione, membro fondatore e con l’uscita del Regno Unito, unica potenza nucleare europea. L’attenzione è comprensibile.

Ma non c’è solo lei! E per avere una chiave di lettura completa, occorre capire bene tutto il contesto delle elezioni francesi: le modalità, i candidati e i programmi.

L’ELEZIONE

Togliamoci subito l’aspetto più cavilloso (chi sa già, può saltare al prossimo punto): la Francia è una Repubblica semipresidenziale dal 1958. Il popolo elegge direttamente il Presidente della Repubblica che è il capo di Stato (Hollande negli ultimi 5 anni). A sua volta il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio (Cazeneuve l’ultimo, ma cambia spesso quanto il nostro) che non cade senza una maggioranza parlamentare, ma può essere sfiduciato. Quindi il Governo e la politica della Francia dipendono fortemente dal Presidente della Repubblica.

ATTENZIONE: il voto per il Presidente e per il Parlamento (si elegge poi solo una camera, l’Assemblea Nazionale a voler essere precisi) sono separati, domenica si vota solo il primo! Per questo la maggioranza del Parlamento può non corrispondere al partito del Presidente. Si definisce semipresidenzialismo perché nel caso di dissidi fra i due presidenti, dovuti magari all’eventualità appena descritta (la coabitazione fra due presidenti di diverso partito), il maggior potere spetta al Capo di Stato e non al Parlamento.

Il meccanismo di elezione de “Le President” è un doppio turno con il ballottaggio, quello che l’Italicum imitava. Si presentano al primo turno del 23 aprile i candidati interessati (stavolta sono 11) e accedono al secondo turno, il 7 maggio, i due candidati più votati nel caso in cui nessuno ottenga la maggioranza assoluta. Visti i sondaggi e gli schieramenti è quasi sicuro si vada al ballottaggio. Entrambe le votazioni sono senza collegi, ma su base nazionale, come i nostri referendum. Non si votano grandi elettori come in USA, si vota direttamente la persona.

Chiarito il meccanismo, abbastanza semplice, si capisce l’importanza di queste elezioni dato il potere della carica che ha poco a che vedere con il nostro Presidente della Repubblica. Sono molto più importanti queste elezioni rispetto a quelle per l’Assemblea Nazionale!

I CANDIDATI

E allora andiamo a vedere i candidati. Avevamo detto 11, ma in realtà i principali sono 5, che sono comunque un numero ragguardevole. Non ci sarà per la prima volta fra i candidati il presidente uscente, quel Francois Hollande che ha segnato un record di impopolarità e di calo dei consensi negli ultimi 3 anni.

Abbiamo il favorito dai sondaggi, Emmanuel Macron. È stato ministro dell’economia sotto Hollande, ma ha deciso di presentarsi alle elezioni come indipendente con il suo partito “En Marche!”. Nonostante il nome militaresco, è il partito più di centro che si possa immaginare. Macron proviene dal centro-sinistra, ma ha più volte aperto al centro-destra. Progressista, liberista ed europeista, l’alternativa di Macron è partita piano, ma ora ha raccolto crescenti consensi soprattutto da parte di chi teme l’ascesa di Le Pen.

Proprio Marine Le Pen era data per favorita al primo turno fino a qualche mese fa. Su di lei si sono già spese molte parole soprattutto per il filo “russo” che la lega a Putin e Salvini. Il simbolo del Front National, suo partito, è la fiamma che fu tanto cara al nostro MSI e ad AN dopo. Nazionalista, euroscettica e da poco anche negazionista sul nazismo di Vichy, la Le Pen affonda le radici del suo successo proprio negli avvenimenti degli ultimi cinque anni, grazie ai quali è arrivata all’11% nel 2011 e arriverà probabilmente intorno al 25% fra un mese. Bisognerà vedere quanto peserà lo scandalo dei 300mila euro UE usati per pagare una sua collaboratrice mai avvistata a Bruxelles.

Ma per la destra moderata, quella che era di Sarkozy, c’è il candidato Francois Fillon. È un cosiddetto “gollista”, cioè un successore dell’idea di Charles de Gaulle per cui la Francia deve puntare ad essere uno stato forte in un Europa indipendente da altre entità. I gollisti sono l’alternativa naturale ai socialisti e dato il fallimento di Hollande (socialista, appunto) ci si aspettava una facile vittoria per Fillon, vincitore delle primarie del suo partito. Invece uno scandalo sull’assunzione di sua moglie per un ruolo di assistente parlamentare mai svolto lo ha fatto precipitare dietro a Macron e Le Pen.

Ma ancora più difficile è la situazione per il socialista Benoit Hamon. Ex ministro dell’istruzione, ha vinto le primarie per le sue posizioni di convinto centro-sinistra. Dopotutto la nascita del partito di Macron ha spinto ancora più a sinistra l’elettorato dei socialisti. È dato per ultimo nei sondaggi e non è stato brillante in tv.

La sorpresa è decisamente  Jean-Luc Melenchon, quello che sembrava la classica macchietta di sinistra radicale che da noi rasenta il 5%. Molto più che socialista, ecologista, sospetto massone, è forse l’antitesi più logica della destra di Le Pen, e al pari di lei, grazie alla sua grinta e alle sue visioni abbastanza populiste (si può essere anche populisti di sinistra) ha raccolto crescenti consensi oltre le aspettative. Vantava una base intorno al 10% che secondo i sondaggi oggi è arrivata al 18%, proiettandolo terzo e immaginando uno scenario di ballottaggio estremo Melenchon-LePen.

I PROGRAMMI

In breve vediamo cosa pensano i candidati, visto che al contrario di quanto avviene in Italia, in Francia è stato possibile un dibattito di confronto fra i magnifici 5 e ognuno si è sforzato di portare programmi interessanti e abbastanza variegati.

Macron in tema di immigrazione vuole migliorare la burocrazia, ma non vuole cambiamenti sostanziali. Tuttavia ritiene necessario sapere il francese per avere la cittadinanza e già qui capiamo il suo abile muoversi fra destra e sinistra. Da ex ministro, dà grande importanza alla personalizzazione dei percorsi scolastici, oltre a volere meno bambini nelle classi e più autonomia alle università. Vuole una “laicità aperta” con libertà per i simboli religiosi, ma allo stesso tempo vuole formare gli imam in Francia per rendere coerenti islam e valori repubblicani. Punta sulle rinnovabili e vuole ridurre il nucleare del 50%. Vuole ampliare le carceri e aumentare la polizia, oltre che reinserire il servizio di leva, ma per un mese soltanto. Tuttavia, tende a ridimensionare la minaccia terroristica (che è chiaramente oggetto di discussione). Vuole mantenere le 35 ore di lavoro settimanali ed esonerare fiscalmente gli straordinari. Più protezione sociale per pensionati e per le cure mediche con l’aiuto delle assicurazioni. Meno tasse alle aziende e IVA bloccata. Convinto europeista, vuole rafforzare l’UE e far rispettare a Mosca gli accordi sull’Ucraina.

Le Pen vuole fissare un tetto di 10mila immigrati all’anno, togliere lo ius soli e diminuire i motivi per richiesta d’asilo. Drastica come ci si aspettava. Vorrebbe introdurre la scuola media professionale a partire dai 14 anni. Propone laicità totale: no simboli religiosi e no finanziamenti agli enti religiosi. Vuole mantenere il nucleare attuale e preservare l’ambiente. Nella giustizia è scatenata: introduzione delle pene minime, abolizione di sconti ed ergastolo a vita. Vuole reintrodurre la leva e offre 50mila militari in più oltre ad altri 15mila gendarmi. Propone il pugno duro contro le moschee estremiste e i francesi legati ad organizzazioni ostili, oltre che a togliere la cittadinanza agli jihadisti con doppio passaporto francese. Vuole tassare i lavoratori stranieri e rendergli più difficile la copertura sanitaria per favorire i francesi. Mettere la pensione a 60 anni. Favorire fiscalmente famiglie e PMI. Lasciare la NATO (cosa che piacerebbe a Putin), tornare alla sovranità nazionale proponendo un referendum sull’UE, ma ad ogni modo reintrodurre il franco e togliere Schengen. Come da copione è stata la più rigida nel proporre i suoi punti e non ha girato intorno alle questioni.

Hamon vuole regolare l’immigrazione a livello europeo e aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Rendere l’asilo scolastico obbligatorio e assumere 40mila insegnanti in 5 anni. Protegge la libertà di coscienza e vuole creare addirittura un numero verde per aiutare chi si sente pregiudicato religiosamente; è contrario alle leggi sul velo. Punta a eliminare il nucleare in 25 anni e il diesel entro il 2025, essendosi alleato con i verdi. Vuole più polizia (specie nel quartiere), ma non più posti in carcere. È a favore di un reddito di cittadinanza di 750 euro. Per il fisco vuole combattere l’evasione e introdurre una tassa sui robot! Anti Putin e Trump, vorrebbe che l’ONU costituisse un ufficio mondiale per la protezione dell’acqua e dell’aria e che l’Europa fosse più democratica. Vorrebbe togliere al più presto lo stato d’emergenza che in Francia è in vigore da oltre un anno.

Fillon vuole stringere anche lui sull’immigrazione, fissando quote di accoglienza. Sviluppare la scola-lavoro e reintrodurre l’uniforme fino alle medie. Migliorare il finanziamento ai culti. Chiudere le centrali a carbone, ma puntare su nucleare e rinnovabili. Anche lui propone più poliziotti e più posti in carcere e vuole abbassare l’età per responsabilità penale a 16 anni. Vuole sopprimere le 35 ore settimanali lasciando libertà alle aziende tramite accordi interni. Aumentare l’età pensionabile a 65 anni e rivalutare le piccole pensioni. Punta ad un sussidio di disoccupazione unico. Meno tasse alle aziende e aiuti alle PMI, ma allo stesso tempo l’IVA su di due punti. Interessante la proposta dell’imposta unica per capitale e patrimonio. Anche Fillon è un convinto filo-russo e vuole togliere le sanzioni verso Mosca. È favorevole all’UE, ma non vuole che si allarghi e la vuole più indipendente da trattati di commercio e Fondo Monetario. Condivide con Le Pen la proposta di togliere la nazionalità ai foreign fighters.

Infine Melenchon è l’unico a voler diminuire gli ostacoli all’immigrazione e auspica una coalizione internazionale con i curdi contro l’ISIS. Vuole una scuola contro le disuguaglianze, obbligatoria dai due anni e con più insegnanti. Vuole separazione fra Stato e Chiesa. Chiaramente propone una linea ecologica totale: no nucleare e completa rinnovabilità. Anche lui vuole sorprendentemente aumentare la polizia. Addirittura vorrebbe ridurre l’orario settimanale a 32 ore e aumentare il salario minimo del 16%, oltre a favorire sussidi per giovani e poveri. Alla faccia della flat tax vorrebbe portare gli scaglioni “irpef” da 5 a 14, tassare i ricchi al 100%, limitare le eredità a 33 milioni di euro e mettere imposte sui beni di lusso. Vuole uscire dalla NATO e dalla WB, avvicinandosi alla Russia e non esclude un referendum per uscire dall’Europa.

QUINDI…

La corsa all’Eliseo è decisamente aperta. Molti punti sono decisamente interessanti e potrebbero essere di spunto per noi, specie in materia di lavoro. I sondaggi danno Le Pen sicura al ballottaggio, ma in quel caso sfavorita sia contro Fillon che contro Macron. È probabile che entri il gioco il teorema dell’elettore mediano e che tutti si alleino contro l’energica Marine… ma abbiamo già visto quanto i sondaggi possano sballare. Due scandali pesano sui destrimani Fillon e Le Pen, e di recente sembra che quello riguardante il Front National si sia allargato. Sembra quasi scontata l’eliminazione di Hamon. Ma la vera carta che potrebbe sconvolgere tutto è, come già anticipato, Melenchon: se il suo partito raggiungesse il ballottaggio contro Le Pen, non sarebbe prevedibile più nulla. Ma anche un terzo posto, alle spalle del Front e di Macron, butterebbe giù Fillon e evidenzierebbe la crisi dei due schieramenti tradizionali, i socialisti e i gollisti che si contendono la carica dall’81.

Il punto è: cosa ci interessa delle elezioni francesi? Tanto, nel caso in cui non ve ne foste convinti. Chiunque vinca propone grandi cambiamenti in tema europeo e internazionale, e noi oltre che vicini siamo compagni d’avventura europei. Che si esca o che si resti, il nostro futuro è abbastanza legato a Parigi. Ma soprattutto la Francia è il primo serio banco di prova per la destra putiniana. Fra baruffe PD e figuracce a 5 Stelle, la Lega Nord sta avanzando prepotentemente anche nei nostri sondaggi, cavalcando l’unico tema dell’immigrazione che sta monopolizzando il dibattito in tutta Europa. Sarebbe bello prendere esempio da queste elezioni per la varietà dei programmi e la volontà di fare dibattito aperto in tv. E invece saremo costretti ad osservare i prossimi mesi di governo ancora più che le elezioni.

Presupponendo un voto in Italia nel 2018, visto lo stallo politico, sarà molto importante vedere l’effetto delle politiche in Francia. Se vincerà la destra, il pugno duro al confine di Ventimiglia potrebbe aumentare le tensioni e favorire i nostri paladini delle frontiere. Allo stesso modo un fallimento delle politiche moderate di Macron potrebbe essere un ulteriore mazzata per la nostra sinistra. Ma una sconfitta di Le Pen potrebbe costringere Salvini a venire a patti con la destra berlusconiana, rinunciando al ruolo di leader nel nostro cerbero formato dal Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia. In questo sottile gioco di influenze, tutto quello che accadrà in Francia nel prossimo anno avrà effetto sulle nostre elezioni: sarà un prolungamento dell’ondata anti-establishment dopo il binomio Trump-Brexit? O sarà l’inversione di rotta verso la moderazione?

Oltre alle conseguenze italiane, abbiamo visto come NATO e politica estera siano al centro del dibattito. In un momento di grande incertezza di rapporti fra USA e Russia, il voto potrebbe essere decisivo per gli equilibri generali delle grandi alleanze. Se davvero la Francia uscisse dalla NATO, come reagirebbe il mondo, ma soprattutto Trump?

Non serve altro, per far capire come domenica sia una data importante.

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