Cookie Policy

PRESTO SI PARLERA’ DELLA B.R.I.

by • 17 Febbraio 2019 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)91

 

E’ questione di settimane e, come già anticipato da qualche sito in Italia, la BRI diventerà un tema su cui discutere o quantomeno informarsi. E nei prossimi mesi avrà un peso sempre più crescente.

BRI è l’acronimo di “Belt and Road Initiative”, il mastodontico piano di investimento geopolitico del governo cinese. Se ne parla anche con altri nomi, come ad esempio OBOR, ovvero “One Belt, One Road” (che era il suo nome iniziale) o semplicemente come Belt and Road. Si tratta sempre della stessa cosa: un piano di collegamento economico fra la Cina e l’Europa sull’affascinante ricalco della Via della Seta, altro nome utilizzato.

La “Belt”, la cintura, è la catena di infrastrutture che collegherà a livello terrestre Pechino con l’Europa, passando per i paesi dell’Asia Centrale e poi per la Russia (la mappa aiuterà rapidamente a comprendere). E’ essenzialmente il tragitto della Via della Seta che per motivi di evidente stabilita non passerà per il Medio Oriente caldo, ma da “sopra”.

Invece la “Road” non è una strada asfaltata, bensì la via marittima, quella nuova diciamo, che farà tappa anche in Africa. Partendo dai porti cinesi, le navi passeranno Singapore, Sri Lanka, faranno scalo in Kenya e da lì proseguiranno per gli stretti di Gibuti e Suez, per poi buttarsi nel Mediterraneo.

Una semplice rotta commerciale che detta così sembra poco affascinante e nel complesso anche abbastanza ininfluente. E invece…

Il piano è stato annunciato nel 2013 da Xi Jinping, il presidentissimo cinese, in maniera plateale a Oriente, senza però trovare molto eco in Occidente. Questo perchè il governo la sta costruendo mattone su mattone, trattativa su trattativa, stringendo accordi mano a mano che si prosegue sulla via. Bilateralmente la Cina ha già stretto la mano con 68 paesi e oggi, nel 2019, i soldi stanno cominciando ad arrivare anche qui.

La “cintura” terrestre è quella che ci riguarda meno ma che può già far capire le ambizioni del progetto. In questo contesto la Cina non deve creare molto, ma semplicemente unire i pezzi già esistenti nel mondo. Una strada minore passerà dal corridoio sino-pakistano del Karakorum. Questo passaggio sarà causa di grandi dissidi perchè è un evidente tentativo di infastidire l’India, rivale regionale di Pechino e da anni in guerra con il Pakistan. Quella maggiore, invece, sfocerà in Kazakistan dove si potrà già avere un assaggio della potenza del progetto.

A Khorgos, infatti, nel bel mezzo del Kazakistan e del nulla in pochi anni la Cina ha realizzato uno scalo merci di 6 km quadrati per far transitare entro l’anno prossimo circa 500 mila container l’anno. Proprio ad Astana, capitale kazaka, il presidente Xi aveva annunciato la nascita della BRI e i paesi dell’Asia centrale sono solo alcuni dei numerosi alleati che questa iniziativa sta portando alla corte del Partito.

Mentre per la via terrestre le merci arriveranno da noi dall’Est Europa, la via marittima arriverà da sud, biforcandosi sui porti dell’Unione Europea: Grecia e Italia.

Per la Grecia è già tutto deciso visto che la Cina ha già comprato direttamente il maggior porto del paese, il famoso Pireo di Atene, tramite la società COMCO che ora lo possiede e può dettare legge. Ma Pechino vuole l’Italia, per maggior mercato e miglior collegamento rispetto ad una Grecia comunque “circondata” da paesi extra-comunitari.

Gli obiettivi sembravano essere due: il porto di Ravenna, da anni soggetto alle mire delle società siniche, e il porto di Trieste, in cui per altro si cominceranno a svolgere incontri e forum fra delegazioni. Recentemente è spuntata fuori anche Venezia, con un memorandum di intesa firmato con il Pireo e ora sembra la maggior indiziata come terminale del progetto. Come già detto, il governo sta costruendo tutto passo dopo passo, per non perdere forza contrattuale.

Se qualcuno sa di poter far parte della BRI, cercherà di rientrarci con accordi economici accomodanti. Se qualcuno sa di essere indispensabile, si farà pagare caro.

Questa è già la geopolitica cinese, la dimostrazione di influenza tramite commercio. E’ il più grande tentativo della storia di allacciarsi definitivamente al Vecchio Continente, oggetto del desiderio millenario. Ma è geopolitica anche in senso negativo, perchè è evidente chi ne è tagliato fuori completamente.

Gli Stati Uniti per ora stanno a guardare inermi. La guerra commerciale dichiarata da Trump è ormai partita da un anno, fra dazi e misure quasi critiche come l’ostruzionismo ai settori hi-tech cinesi e l’arresto della CFO di Huawei, caso tuttora molto sottovalutato dalla stampa europea. Ma mentre gli USA guardano alla loro sinistra, Pechino li aggira a destra, andando a corteggiare lo storico alleato europeo.

E questo è solo quello che accade fuori dal paese dell’Estremo Oriente. Perchè al suo interno è già in atto da 4 anni il piano “Made in China 2025“. Un altro (ovviamente super programmato) progetto che punta a convertire l’economia da paese in via di sviluppo che contraddistingue la Cina da anni in una matura economia basata sull’alta qualità dei prodotti. In sostanza spostarsi definitivamente dalla pessima immagine che noi abbiamo dei prodotti cinesi, imitazioni prodotte a bassi costi, e cominciare a produrre beni in diretta concorrenza con l’Occidente, come sta facendo da anni nell’hi-tech.

Per questo dovremo sentire parlare presto della BRI.

Il piano, come detto. è enorme. Per darvi un’idea numerica si tratta di connettere fra di loro il 30% del PIL mondiale, ma soprattutto due terzi della popolazione e il 75% delle riserve energetiche ad oggi conosciute. La World Bank, in generale favorevole a Washington, ha deciso di stanziare 80 miliardi per aiutare i paesi in via di sviluppo, ma non basteranno certo. Il resto del grano, e anche qui capiamo l’entità della cosa, lo sborserà la Cina stessa per un totale annunciato di 1.000 miliardi di dollari. Ma la Asian Development Bank ne stima in realtà 8.000 (OTTOMILA) entro il 2020. Quattro volte il nostro PIL.

E’ la rotta del futuro che metterà il Dragone al centro delle carte geografiche economiche definitivamente. A Pechino lo sanno e sanno perfettamente che la grandezza della Cina è un fattore di spavento per gli altri governi, e per questo cercano di vendere la Belt and Road come una “Iniziativa” comune di tutti i paesi. Ma la sostanza è chiara e presto dovranno arrivare le decisioni.

Come anticipato, il governo italiano sarà fra i primi a dover firmare accordi sulla BRI e dovrà valutare attentamente le reazioni del sempre meno amico Zio Sam, che però dal canto suo non mette niente sul piatto. L’unica arma che finora sembra poter usare Washington è dirci “se lo fate ci arrabbiamo”, senza poi proporre un’alternativa o nemmeno far leva sui comuni fattori culturali e politici che sicuramente ci accomunano maggiormente con gli americani.

Una politica “in negativo” che non sta portando e non potrà mai portare dei risultati, comunque la si pensi sulla linea politica di Trump. La parola spetta al Governo italiano, ma difficilmente si rinuncierà a far parte di un progetto tale e difficilmente non si vorrà cogliere questo investimento.

L’America ci ha abituato troppo bene.

 

Andrea Stanzani

©2016 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook

Related Posts

Privacy Policy